SPY FINANZA/ Così la Cina spaventa i mercati (oltre a Silvio Berlusconi)

- Mauro Bottarelli

In Cina una società di fertilizzanti ha annunciato di non essere più in grado di pagare le cedole dei suoi bond. E i mercati temono un effetto domino. Il punto di MAURO BOTTARELLI

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Arrivano tremori dalla Cina. Ieri Shanghai ha chiuso in ribasso di quasi 3 punti percentuali dopo che il governo ha dovuto ammettere il rallentamento economico e sottolineare che la ripresa non sarà a “U” o a “V”, bensì a “L”, quindi con un lungo periodo di domanda che langue. Ma a fare più sensazione è stato il calo di venerdì, nell’ultima seduta della scorsa settimana, quando sempre la Borsa di Shanghai ha chiuso a -2,82%, con un tonfo nell’ultima ora di contrattazioni. Come mai? Solo a mercato chiuso si è saputo che la paura ha cominciato a correre di nuovo in Cina, dopo che Inner Mongolia Nailun Group Inc, un produttore di fertilizzanti, ha detto di non essere in grado di pagare le cedole dei suoi bond, né i primi riscatti. Insomma, il mercato teme un effetto domino, tanto più che diverse società cinesi quotate a Wall Street hanno chiesto il delisting negli Usa per passare a Shanghai, ma per ora le autorità non hanno dato il via libera. 

La situazione è seria? Sì. E ce lo conferma il primo grafico a fondo pagina, il quale ci mostra come da inizio anno 241 emissioni obbligazionarie non sovrane sono state cancellate e post-poste, 120 solo ad aprile contro le 315 totali di tutto il 2015. Certo, a oggi non c’è tempesta, visto che sono stati emessi solo il mese scorso 709 bond per un controvalore di 1,04 triliardi di yuan, portando quindi la percentuale di emissioni terminate con successo all’85% del totale. Ma attenzione, perché il secondo grafico ci mostra come si stia avvicinando il picco di maturazione del debito su cui operare roll-over o da rifinanziare, soprattutto in settori in pesante bolla sui volumi come le commodities, di cui vi ho parlato la scorsa settimana.

Certo, se la situazione peggiorerà il governo potrebbe comprare abbastanza bond da prevenire un credit crunch nell’obbligazionario ma il rischio di malagestione dell’intervento è alto, sia per l’elevato grado di indebitamento, sia per la pressione che eserciterebbe sullo yuan che, infine, per il rischio speculativo sugli assets. Insomma, quando l’obbligazionario corporate comincia a mandare segnali simili, occorre alzare e di parecchio la guardia. 

E chi lo sta facendo, pubblicamente, è Silvio Berlusconi riguardo alla potenziale cessione del Milan a una cordata di imprenditori cinesi per circa 720 milioni: subito il 70% e il 30% l’anno prossimo. Ma dall’entourage del Cavaliere emerge la volontà, prima di chiudere, di conoscere nel dettaglio il nome di tutti gli investitori presenti nel consorzio, così da poter verificare anche la loro affidabilità. Al momento l’unico nome emerso è quello dell’Evergrande Real Estate Group, però al presidente non ne basta uno solo, li vuole conoscere tutti prima di dare l’ok alla trattativa in esclusiva. Inoltre, nella bozza di accordo tra Fininvest e i cinesi ci sarebbe la presenza di penali in caso di inadempienza all’esclusiva stessa. 

Proprio su questo punto si è discusso molto all’inizio della scorsa settimana, tanto che la trattativa avrebbe rischiato addirittura di saltare: Arcore vuole sì trattare, però non necessariamente in esclusiva, atteggiamento che ovviamente la controparte non gradisce. E qual è il core business dell’Evergrande Real Estate Group? L’immobiliare. Bene, il terzo grafico mette in prospettiva l’attuale bolla immobiliare in cui versa il mercato cinese. 

E i numeri fanno davvero spavento: la vendita di case nuove è salita del 64% a marzo su base annua, mentre i prezzi degli immobili sono saliti del 28% a Pechino, del 30% a Shanghai e del 63% nell’hub commerciale di Shenzhen. E non parliamo più di corsa speculativa solo nelle grandi città, quelle denominate di Tier 1, ma anche in quelle di Tier 2 come Hefei, dove si è registrato un +9% in un solo mese. Wei Yao di Societe Generale non ha dubbi: «Il mercato immobiliare è in fiamme, nel primo trimestre gli aumenti di credito totale hanno toccato i 7,5 trilioni di yuan, su del 58% su base annua. Quanto sta accadendo mi ricorda una ripresa vecchio stile basata su investimenti legati al credito, un deja vu del pacchetto di stimolo da 4 trilioni del 2009. Peccato che le conseguenze di quello stimolo furono inflazione, bolle sugli assets ed eccesso di capacity. Non posso quindi che pensare che questa ripresa in atto avrà vita breve». 

E il Cavaliere di mercato immobiliare ne sa qualcosina. E nel tardo pomeriggio di venerdì, Silvio Berlusconi in persona ha voluto fare il punto sul futuro della società rossonera attraverso un video pubblicato sul proprio profilo Facebook, nel quale il presidente ha voluto chiarire alcuni punti: «A chi mi dice che bisogna vendere il Milan, rispondo che ci sto provando da un anno, ma vorrei lasciarlo in buone mani, che gli garantissero un futuro da protagonista, preferibilmente in mani italiane. A questo fine qualsiasi suggerimento è il benvenuto». E al di là della tattica pre-elettorale (soprattutto per quanto riguarda le amministrative di Milano, dopo le dure contestazioni seguite al rocambolesco pareggio interno con il Frosinone), dell’affetto verso il suo “gioiello” e delle reali intenzioni in seno a Fininvest, il Cavaliere – da uomo di business – sa che occorre guardare bene all’interno delle cordate, perché come nel caso delle mortgage-backed securities, dove si impacchettano mutui con rating differenti, anche negli aggregati societari ci può essere di tutto, specialmente in Cina, dove l’opacità è regola di mercato. 

Come sapete ritengo che proprio il Dragone potrebbe essere il detonatore della prossima crisi e, per questo, sto dedicando molti dei miei articoli alle sue criticità. Nella notte tra sabato e domenica, le autorità cinesi hanno reso noto i dati su export e import nel mese di aprile, entrambi calati dal balzo record di marzo che fece gridare alla ripartenza cinese: tutte e due le voci hanno mancato le aspettative e hanno invece confermato la debole domanda sia interna che estera, raffreddando e non di poco le speranze di ripresa di quella che è la seconda economia del mondo. 

Le esportazioni sono scese dell’1,8% su base annua dopo l’irrealistico (e tutto basato sull’effetto base dello scorso anno) +11,5% di marzo, stando a dati dell’Amministrazione generale delle dogane, un dato che supporta i timori del governo riguardo a un ambiente economico nel commercio estero che sarà duro nell’anno in corso. Le importazioni sono invece crollate del 10,9% sempre su base annua e in questo caso dopo il -7,6% del mese di marzo, risultato che porta la striscia di cali consecutivi a 18 mesi di fila. Tradotto, domanda interna che rimane molto debole nonostante la spesa record del governo in investimenti infrastrutturali e la crescita senza precedenti del credito nel primo trimestre.  

Inoltre, la crescita economica cinese ha rallentato al 6,7% sempre nei primi tre mesi di quest’anno, ma il dato sull’attività è risalito a marzo, proprio grazie alle politiche di stimolo del governo, compresi sei tagli dei tassi di interesse dalla fine del 2014 a oggi. Il problema è che al netto del rallentamento, il governo cinese ha iniettato qualcosa come prestiti totali per 1 triliardo di dollari nell’economia, bloccando sì il rapido rallentamento iniziato sul finire del 2015 e facendo perdere di forze ai timori per un hard landing, ma la quasi totalità degli analisti è certa che questo rimbalzo avrà vita breve e, quindi, effetto limitato. 

E che il mercato debba prepararsi a un rischio ribassista per la Cina ce lo dicono altri due dati, i quali ci offrono un orizzonte molto in chiaroscuro: se da un lato, infatti, il dato PMI manifatturiero ufficiale relativo ad aprile ha segnalato un’espansione dell’attività delle fabbriche per il secondo mese di fila ma solo marginale, l’indice PMI Caixin della manifattura parla invece per il mese scorso di un livello sotto 50, ovvero il 14mo mese di fila di contrazione. Chi dice la verità? Difficile saperlo in Cina, la cui Banca centrale ha detto che agirà comunque in maniera preventiva a ogni possibile pressione ribassista, forte del fatto che, nonostante la domanda globale debole, la Cina nel 2015 è comunque riuscita ad ampliare la sua quota di mercato nell’export globale, salendo al 13,8% dal 12,3% del 2014. Insomma, le esportazioni del Dragone sembrano restare competitive, nonostante i costi più alti. 

La domanda però è questa: se la Cina ha dovuto spendere 1 triliardo di dollari in tre mesi in stimolo del debito solo per rallentare la traiettoria di crescita al ribasso, cosa dovrà fare in futuro per cercare di non tamponare la falla ma crescere realmente? E qui subentra la seconda criticità legata al dato di import ed export e ciò che preoccupa maggiormente Silvio Berlusconi in chiave di cessione del Milan. Come ci mostra questo grafico, la Cina ad aprile ha registrato un surplus commerciale di 45,56 miliardi di dollari contro le attese di 40 miliardi, peccato che quel extra-commercio altro non siano che fughe di capitali record attraverso Hong Kong, dinamica che veramente spalanca dubbi enormi sulla veridicità e la credibilità dei numeri che arrivano da Oriente.  

Il grafico parla chiaro: nonostante l’aumento delle riserve valutarie di 6,4 miliardi di dollari (di fatto un mero effetto dell’apprezzamento forex), gli outflows di capitali sono accelerati ad aprile. L’import verso Hong Kong è salito su base annua del 203,5% lo scorso mese dal +116,5% di marzo, il tutto a fronte di un calo della crescita dell’import da altri mercati dell’11,9% dopo il -8,2% di marzo: si spacciano per importazioni ciò che in realtà sono solo fughe di capitali. 

 

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