FINANZA E POLITICA/ Italia “schiava” dell’Ue, il piano è già pronto

- Giovanni Passali

La situazione economica dell’Italia peggiora e, spiega GIOVANNI PASSALI, è sempre più evidente l’intenzione di renderla succube dei desiderata delle istituzioni europee

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La situazione dell’economia italiana continua a peggiorare. Nell’ultima nota mensile dell’Istat, un indicatore particolare utilizzato per anticipare i trend segnala una battuta d’arresto per il Pil nel breve termine. Si tratta dell’ennesimo segnale negativo. Anzi, in settimana pure la Bce ha previsto un incremento dell’inflazione, ma solo a partire da giugno, cioè ancora in ritardo. E nel frattempo segnala valori leggermente negativi, cioè la temutissima deflazione.

Questo vuol dire che la presunta crescita del Pil sarà erosa prima che avvenga. E ricordo a tutti i miei lettori anche gli effetti perniciosi del calcolo percentuale: se prima si cala dell’1% e poi si cresce dell’1%, questo non vuol dire che alla fine siamo tornati pari, perché il calo dell’1% si calcola sul 100%, ma la successiva crescita dell’1% si calcola sul rimanente 99%. Quindi non bisogna farsi ingannare dal calcolo delle percentuali.

Senza tenere conto del fatto che in realtà occorrerebbe una crescita ben superiore all’1% perché altrimenti tutto il sistema economico e finanziario non ha scampo. Questo lo sanno tutti e proprio questo è il motivo dello scontro tra il governo e le istituzioni europee: il primo chiede maggiore flessibilità sui conti, le seconde sono restie a concederla perché, se la crescita è così scarsa, la flessibilità sarà completamente inutile. Certo, la Bce ha fatto previsioni di crescita per giugno. Ma la stessa Bce si è sbagliata numerose volte nel passato. E se nuove previsioni tra quindici giorni dovessero smentire tale crescita? Per questo ci vanno così caute.

Ma la cosa triste non è il dettaglio sui decimali di crescita: la cosa triste è vedere tanti politici annaspare nel vuoto, senza comprendere la gravità della situazione, impegnandosi a raggiungere traguardi che non cambieranno assolutamente nulla, anzi ci spingono verso il baratro. Così in settimana abbiamo visto che il ministro Giannini, tutta fiera, annunciava il nuovo accordo con il ministro tedesco Wanka per la cooperazione tra i due paesi nell’ambito della formazione professionale. Ovviamente la Giannini ha speso elogi per il (fallimentare) modello tedesco. Ma si è lanciata più in là, sostenendo che l’Italia punta a raggiungere gli standard tedeschi, cioè maggiore precariato, verso “un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico”.

Capito precari? Voi non siete una fase di passaggio, voi siete il futuro. Capito dipendenti con stipendio fisso? Voi invece siete il passato e siete destinati all’estinzione. Ma questa non è una novità, non si tratta di un pensiero malsano di un politico solo: in realtà questo è il retropensiero di tutta la politica governativa. Questa è la linea affermata già da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, il quale ha dichiarato che “l’esempio al quale tendiamo sono gli Stati Uniti e dobbiamo sognare gli Stati Uniti d’Europa”.

E qui la mia tristezza raggiunge il suo apice. Perché si può perfino accettare di fare da schiavi, per un bene superiore. Si può accettare perfino di prendere la parte degli schiavi, se il momento storico lo richiede. Ma si può ragionevolmente farlo, se poi si arriva a un traguardo positivo e condiviso. E quale sarebbe il traguardo proposto? Gli Usa, cioè il Paese che da un punto di vista sociale è a uno stadio avanzato di crisi economica. L’ultima notizia sugli Usa riguarda proprio i posti di lavoro, cresciuti di 160mila invece dei previsti 200mila. Qualcuno potrebbe pensare: di che ci lamentiamo, è sempre una crescita, no? Il piccolo problema è che nello stesso mese ben 362mila persone sono uscite dalla forza lavoro e quindi sono uscite dalle statistiche.

Ma le cattive notizie non finiscono qui: c’è anche il brutale calo, 11% su base annuale, dei trasporti ferroviari per merci. Come nota un sito americano, si tratta di un dato catastrofico per l’economia reale. A rendere evidente il continuo peggioramento della crisi, c’è il grafico a fondo pagina, che indica la velocità di circolazione della moneta negli Usa (aggregato monetario M2, per la precisione). Voi ci vedete qualche ripresa, soprattutto dopo il 2010? Ecco, questo è il modello Usa che noi europei stiamo inseguendo, il modello che i nostri governanti si affannano ad affermare anche qui in Italia.

Ma in Italia c’è qualche complicazione di troppo, ci sono troppe garanzie sociali da smantellare, ci sono troppe forme assistenziali gratuite che contengono il disastro e la miseria. E soprattutto c’è la famiglia. Lo afferma lo stesso ministro Giannini, secondo la quale nella nuova società che i governi italiano e tedeschi vogliono realizzare “non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi. La flessibilità induce le persone a spostarsi individualmente, il modello di famiglia a cui siamo abituati, che rappresenta stabilità e certezze, non esisterà più”. Tutto chiaro? Capito perché le politiche di governo tenderanno sempre più a destabilizzare la famiglia come istituzione? E capito perché il governo sarà tutto impegnato a far passare la riforma costituzionale? Non perché così Renzi diventa un dittatore decisore (o capo di governo in una “democrazia decisiva”). Lui un giorno passerà, ma la nuova Costituzione resterà. In realtà, la riforma costituzionale nei loro piani deve passare per rendere più facile l’applicazione di tutto ciò che verrà deciso a livello europeo. Questo è il vero obiettivo.

Il vero obiettivo è di rendere le istituzioni italiane sempre più forti in casa, ma sempre più fragili verso l’estero, verso le istituzioni europee, in modo che queste siano facilitate a comprimere gli spazi delle famiglie italiane, perché “non ci sarà più spazio per la famiglia come la intendiamo oggi”. Ma a ottobre ci sarà un referendum nel quale noi cittadini potremo decidere il destino di questa riforma costituzionale. E per la campagna referendaria Renzi ha deciso la costituzione di diecimila comitati per il SI e stanziato ben 250mila euro. Ma alla fine starà a noi decidere, sapendo qual è la posta in palio.

 



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