SPY FINANZA/ Le mosse che contano per il prezzo del petrolio

- Mauro Bottarelli

Il mercato del petrolio sta vivendo un momento di rally, che non sembra poggiare su solidi fondamentali. MAURO BOTTARELLI ci spiega le mosse dei big del greggio

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Non fatevi ingannare: il mondo non sta meglio a livello economico, né tantomeno la saturazione di petrolio presente sul mercato dal 2015 si sta rivelando meno invasiva di quanto sembrasse. Semplicemente, stiamo vivendo il combinato disposto di algoritmi che muovono il mercato dei futures in maniera completamente scollegata dai sottostanti dati macro e di attesa per una situazione mediorientale – Iraq, Libia Egitto – che presenta flashpoints molto importanti e capaci potenzialmente di generare shock rialzisti sul mercato. Vediamo qualche particolare. 

Ieri sono stati toccati i nuovi massimi dell’anno per il prezzo del petrolio, con le quotazioni spinte al rialzo – ufficialmente – dal rallentamento nell’attività di perforazione negli Usa, dall’aumento della capacità di raffinazione in Cina e da Goldman Sachs, chi altri se no, che ha alzato la stima sulla domanda di petrolio per quest’anno. Et voilà, il Brent ha toccato un massimo a quota 49 dollari al barile, muovendosi poi in area 48,65 dollari al barile (+1,7%), mentre il Wti ha raggiunto nell’intraday un top a 47,14 dollari al barile, stabilizzandosi poi attorno ai 47,07 dollari al barile (+1,8%). In particolare, gli analisti di Goldman Sachs hanno rivisto le loro stime sulla domanda di petrolio per quest’anno a 1,4 milioni di barili al giorno, in rialzo rispetto agli 1,2 milioni di barili stimati in precedenza: «Il processo di ribilanciamento è finalmente iniziato», osservano gli analisti della banca d’affari, precisando che «mentre nel corso del primo trimestre dell’anno sia l’offerta che la domanda hanno sorpreso al rialzo in maniera equivalente, è probabile che a maggio il mercato sia in deficit». 

Ma ecco il punto a mio avviso più importante. A detta di molti analisti, infatti, il mercato è stato aiutato anche dalle interruzioni dell’offerta nei Paesi Opec e dalla fine del periodo di manutenzione delle raffinerie, fattore quest’ultimo che sta facendo aumentare la domanda di petrolio: «Tuttavia ciò che è ancora più importante è che il sentiment sta migliorando in quanto il mercato vede una domanda globale stabile e segnali di una riduzione dell’offerta dei Paesi non-Opec», ha dichiarato Erasmo Rodriguez, Senior Equity Analyst, Energy and Utilities di Union Bancaire Privée citato da Cnbc. Di più: «Lo squilibrio si sta gradualmente aggiustando e il mercato potrebbe tornare in equilibrio nella seconda metà dell’anno. Noi stiamo rivedendo al rialzo le nostre previsioni sul prezzo del Brent a sei mesi da 40 a 45 dollari al barile. Inoltre, quest’anno la domanda globale è destinata a diminuire di circa 1,2 milioni di barili al giorno fino a un livello di 95,9 milioni di barili al giorno. I Paesi emergenti guideranno la domanda mondiale che invece sarà piatta nei Paesi Ocse, mentre rallenterà in Cina. La domanda dei Paesi non facenti parte dell’Ocse rimarrà stabile in Asia, Africa, Russia e nel Medio Oriente». E infine, «l’India, in termini di benzina, gasolio e bitume, sta sostituendo la Cina come la più forte locomotiva per la crescita della domanda globale. E negli Stati Uniti, nonostante un aumento significativo nella produttività degli impianti di trivellazione, 20% in 12 mesi, ci sono segnali che l’attesa diminuzione della produzione stia prendendo piede: è calata di 0,4 milioni di barili al giorno dal picco registrato a giugno 2015 e l’ammontare della produzione da parte degli impianti è diminuito di circa il 78% dai massimi riportati dal petrolio di scisto estratto nel 2014 dalle prime quattro aree di estrazione americane». 

Ora, questo grafico ci mostra come in effetti la dinamica della produzione shale americana sia in una fase delicatissima e potrebbe davvero conoscere una sorta di precipizio ma occorre tenere a mente un paio di particolari. 

Primo, aprile è stato un dei due mesi all’anno (l’altro è ottobre) in cui le banche rivedono le linee di credito con le aziende negli Usa e quindi è probabile che il calo degli impianti – e quindi della produzione – sia dovuto a una sospensione temporanea dell’attività di trivellazione al fine di limitare i costi di gestione, attendendo che altre dinamiche come quelle in atto facciano salire le quotazioni a un livello in cui torna profittevole estrarre in ossequio aibreakeven. Secondo, è probabile che gli Usa vogliano valutare la reale forza della domanda cinese per lo stoccaggio delle riserve strategiche, ritornando attori sul mercato solo quando quella dinamica legata alle cosiddette tea pots, le piccole raffinerie indipendenti, non si sia consolidata, garantendo un arco temporale di assorbimento dell’offerta abbastanza lungo. 

Ma veniamo all’Opec, il punto davvero interessante della questione che mi fa pensare a un rally con poco sostegno macro. Stando all’ultimo report del cartello dei produttori, la produzioni dei Paesi non-Opec quest’anno calerà di 740mila barili al giorno, portando il totale a 56,4 milioni di barili al giorno, 10mila in meno da quanto stimato soltanto a dicembre. E, ovviamente, la gran parte di quel declino sarà ascrivibile proprio alla produzione Usa, visto che le stime Opec parlano di 431mila barili in meno quest’anno rispetto alla media giornaliera del 2015 di 13,56 milioni di barili. E dove vedono le altre criticità? Minori investimenti e ritardi nella produzioni in Cina, Messico, Regno Unito, Kazakistan e Colombia. Per l’Opec, a livello mondiale le aziende taglieranno investimenti in esplorazione da qui al 2018 a 40 miliardi annui, la metà della media di spesa tra il 2012 e il 2014. 

Ironicamente, però, l’Opec sembra voler ignorare una dinamica in atto proprio al suo interno. Come ci mostra il grafico a fondo pagina, al netto dei meno 740mila barili al giorno dei Paesi non-Opec, ecco che l’Iran ha già fornito al mercato un ammontare di produzione praticamente pari a quel taglio. Stando a dati Bloomberg, ad aprile la Repubblica islamica ha prodotto 3,56 milioni di barili al giorno, il massimo dal novembre 2011 e l’export è aumentato a 2 milioni di barili al giorno, poco meno del livello toccato prima dell’introduzione delle sanzioni. Il maggior acquirente è stata la Cina con più di 800mila barili al giorno, stando a dati Iea: per farvi capire l’impatto reale di Teheran sul mercato, vi basti pensare che solo un anno fa esatto l’output iraniano era di 700mila barili in meno al giorno, a quota 2,8 milioni. Quindi, meno 740mila fuori Opec ma più 700mila dentro l’Opec. E se questo non bastasse, proprio ieri a gettare acqua sul fuoco rialzista, ci ha pensato anche il ministro russo dell’Energia, Alexander Novak, il quale ha dichiarato che «il surplus mondiale di petrolio resta a 1,5 milioni di barili al giorno e il mercato non potrà vedere un ribilanciamento prima di maggio-giugno 2017». 

E attenzione, perché la dinamica più importante sul mercato si sta dipanando dietro le quinte e vede affrontarsi proprio l’Iran contro il socio di maggioranza dell’Opec, ovvero quell’Arabia Saudita che, nonostante il deficit di budget, non intende perdere quote di mercato e sta producendo ai massimi storici. Proprio ieri, infatti, Teheran ha esteso lo sconto per i contratti di giugno per il greggio verso i clienti asiatici, solo quattro giorni dopo l’aumento del prezzo per lo stesso tipo di spedizioni da parte di Ryad. 

Il grafico a fondo pagina ci mostra come oggi il petrolio iraniano passi di mano con uno sconto di 0,30 dollari rispetto a quello saudita, il gap più ampio dal 2007. La mossa è chiara e ben motivata, perché se fino a poco tempo fa le raffinerie cinesi preferivano il light saudita perché presentava costi minori per essere processato, ora le tea pots operano tranquillamente anche su altri tipi di petrolio, a tutto beneficio di Teheran. Al contrario, Ryad ha giustificato il suo aumento con un atteso incremento della domanda. Difficile da interpretare, in realtà, visto che da qualche tempo l’Arabia manda segnali discordanti al mercato: prima la Casa reale ha annunciato un piano di riforme economiche epocale che ridurrà al minimo la dipendenza delle casse statali dalla produzione e dell’export di petrolio nei prossimi 14 anni ma, in contemporanea, il gigante petrolifero statale, Aramco, ha detto che continuerà ad aumentare la produzione, nonostante le non favorevoli condizioni di mercato. Schizofrenia o strategia? 

Davvero difficile dirlo quando c’è di mezzo l’Arabia Saudita, la quale nonostante il raffreddamento dei rapporti con gli Usa, non ultimo il caso delle 28 pagine del report sull’11 settembre che svelerebbero il sostegno di Ryad agli attentatori, ha bisogno di Washington nella lotta al comune nemico: nemmeno a dirlo, l’Iran. E con Hillary Clinton in corsa per la Casa Bianca, tutti ricorderanno come non più tardi dello scorso gennaio, la rappresentante democratica avesse chiesto nuove sanzioni contro Teheran per non meglio precisate violazioni del programma nucleare. 

Ora questo gioco al ribasso dell’Iran sull’export potrebbe irritare più d’uno dei partecipanti al mercato, ma lascia indifferente la Russia, la quale a marzo ha già superato proprio l’Arabia come primo esportatore verso la Cina. Alla luce di tutto questo, penso che quella saudita sia una strategia dettata da ragioni politiche. Ovvero, il fatto che prima o poi, l’Iran tornerà con qualche scusa nel mirino dei governi occidentali, arrivando a uno scontro frontale. A quel punto, se tutti continueranno a produrre, sarà ancora calo in area 35 dollari. Se però l’Iran fosse messo in condizioni di non nuocere, il rally potrebbe proseguire. Ma aumenterebbero di molto le tensioni nell’area e i rischi di conflitto, più o meno proxy, tra l’Iran e l’Arabia Saudita, già in guerra per procura in Yemen, dove guarda caso la scorsa settimana sono arrivati membri delle forze speciali dell’esercito statunitense. 

 



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