SPY FINANZA/ Italia, il “disastro” coperto dalla promozione dell’Ue

- Mauro Bottarelli

L’Italia ha avuto il via libera europeo sulla flessibilità, ma la situazione del debito pubblico e delle banche è tutt’altro che rosea. Anzi, molto pericolosa, spiega MAURO BOTTARELLI

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Non c’è niente da fare, chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Deve averglielo instillato il suo amico Davide Serra l’istinto da speculatore sul breve, perché Matteo Renzi sta dimostrandosi giorno dopo giorno più spregiudicato di un gestore di hedge fund. Politicamente parlando, ci mancherebbe. Dunque, saprete ovviamente che la Commissione europea ha concesso al governo uno spazio di flessibilità sul deficit senza precedenti, qualcosa come circa 13,6 miliardi di euro. Insomma, Matteo Renzi ha un bel tesoretto da spendere in mancette e regalie pre-amministrative e pre-referendum a spese nostre. Già, perché il via libera riguarda solo l’anno in corso ed è strettamente condizionato al fatto che con la prossima finanziaria il governo Renzi trovi, come minimo, coperture per 10 miliardi di euro. E il conto promette di salire al netto delle promesse di nuove misure di welfare o di stimolo all’economia, dell’anticipo pensionistico, del raddoppio del bonus bebè e del nuovo piano casa annunciato dal vice-ministro alle Infrastrutture, Riccardo Nencini.

Insomma, cinque mesi di Bengodi, prima che di dover presentare a Bruxelles la legge finanziaria per il 2017 (entro metà ottobre) e scoprire cosa ci toccherà subire per ripagare il prestito elettorale che Renzi ha ottenuto dall’Europa. Perché il problema è questo: cosa ha promesso, segretamente, il premier a Bruxelles – ma, soprattutto, alla Germania – per ottenere un risultato simile? Non sfugge infatti il timing dell’intervento a gamba tesa del governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, il quale il giorno prima della prebenda comunitaria ha detto chiaro e tondo en plein air a Renzi e Padoan che l’Italia non è certo un esempio da seguire, visto che non è col debito che si stimola la crescita. Ma tranquilli, il conto lo scopriremo a referendum già compiuto: la bozza di manovra deve arrivare all’Ue entro metà ottobre, ma un ritardo motivato lo si trova sempre, al fine di chiudere la pratica riforme costituzionali e poi svelare il salasso in arrivo.

Nel frattempo, bonus per cani e porci, anziché fare quanto proposto da un uomo di buon senso come Pier Luigi Bersani a Otto e mezzo, ovvero prendere quanto arriva da Bruxelles, convocare subito un tavolo con le parti sociali e utilizzare tutti i fondi per creare lavoro e investimenti. No, lui farà l’unica cosa che è in grado di fare: l’imbonitore. In parole povere, la Commissione permette all’Italia di fare più deficit del previsto: lo 0,5% in più a fronte delle riforme messe in campo dal governo, lo 0,25% (contro lo 0,3% chiesto dall’Italia) per il contributo al Fondo europeo per gli investimenti e lo 0,1% (rispettivamente 0,06% e 0,04%) per sicurezza e immigrazione. Ed ecco un primo inghippo, perché queste ultime due voci nei desiderata del governo dovevano essere pari allo 0,2% del Pil, ma solo perché con quei soldi si intendeva finanziare anche misure come la riduzione dell’Ires per le imprese.

Ma cosa ci chiede l’Europa, almeno a livello ufficiale? «Per garantire la flessibilità richiesta per il 2016, la Commissione ha bisogno di un chiaro e credibile impegno che l’Italia rispetterà i requisiti del braccio preventivo del patto di crescita e stabilità nel 2017». Anche perché nel frattempo il debito resta fuori controllo, fermo al 132,7% del Pil. Inoltre, c’è l’impegno italiano a tagliare il disavanzo nel 2017, facendo uno sforzo superiore allo 0,5% del Pil. Ma rispetto a questo obiettivo, scrivevano nella missiva ricevuta dal Tesoro Dombrovskis e Moscovici, «la nostra ricognizione attuale degli sforzi fiscali programmati per il 2017 indica un gap compreso tra l’1,5 e il 2% del Pil», vale a dire tra i 2 e i 3,2 miliardi. Di più, «è cruciale per la Commissione che l’Italia sia pronta ad agire per assicurare che questo gap non si materializzi e il bilancio 2017 sia in linea con il Patto di stabilità».

E attenzione, perché l’Europa ha detto chiaramente al nostro governo di mantenere questo impegno prima di azzardarsi a disinnescare le clausole di salvaguardia che per il 2017 impongono aumenti dell’Iva per oltre 15 miliardi, pari allo 0,9% del Pil, a meno che non si trovino coperture alternative. Quali? Il governo, accarezzando gli unicorni, conta di sterilizzarne una parte, corrispondente allo 0,4% del Pil, proprio grazie al maggiore disavanzo, una differenza di 7 miliardi. Peccato che ne ballino comunque altri 8. E siccome colmare il divario deficit/Pil tra quello previsto dal governo (1,8%) e quello che risulta dalle ultime stime della Commissione costerà dunque almeno 2 miliardi, si arriva a un totale di almeno 10 miliardi di coperture da trovare. Insomma, al netto delle regalie per la campagna elettorale, non c’è poi così tanto da festeggiare. Ma si sa, la strategia è sempre quella di far guardare il dito e non la luna.

E proprio ieri ne abbiamo avuto un altro esempio, legato a uno dei tempi più sensibili per il governo, ovvero il nervo scoperto delle banche. Unicredit, infatti, potrebbe avere bisogno di un rafforzamento del capitale: allo studio o un aumento di capitale o delle dismissioni, operazioni queste che avverranno a prescindere dal possibile addio dell’ad Federico Ghizzoni. Motivo? I regolatori italiani e internazionali stanno infatti aumentando la pressione su Unicredit per il timore di un possibile “contagio” dell’incertezza dal nostro sistema bancario a quelli di Germania, Austria, Polonia ed Est Europa, dove la banca è leader.

La recente trimestrale, come già il piano industriale presentato a novembre, non hanno convinto analisti e mercato: il titolo ha perso il 40% in pochi mesi e le raccomandazioni di acquisto da parte delle banche sono sempre meno a causa del basso livello di capitale della banca, molto sotto la media dei competitor di Unicredit. E, in effetti, la tabella a fondo pagina preparata dal mio amico Paolo Rebuffo ci mostra plasticamente quale sia la situazione di ratio patrimoniale del gigante del credito: un rapporto tra patrimoni e rischio al 10,94% alla fine dello scorso anno, quasi da ultimo in classifica escludendo le banche già fallite e quelle in via di fallimento. Accidenti, Unicredit dovrebbe prendere esempio da Fineco, la quale come vedete nella tabella svetta con ratio patrimoniali solidissime, addirittura un 21,39% di rapporto tra patrimonio tangibile e rischi ponderati. Peccato che Fineco, pur godendo di autonomia patrimoniale, sia controllata proprio da Unicredit e c’è dell’altro: Fineco ha in pancia qualcosa come 11 miliardi di obbligazioni della capogruppo, ovvero proprio Unicredit, oltre il 60% degli attivi di bilancio. Il che implica che nonostante le eccellenti ratio patrimoniali, Fineco ha legato i propri destini a quelli di Unicredit. A doppio filo.

Perché nessun giornale ha fatto notare questo nesso? Magari azionisti e correntisti di questa banca potrebbero essere interessati dalla vicenda, prima di finire potenzialmente come i falcidiati di Banca Etruria e soci, voi che ne dite? E con la vicenda Veneto Banca tutta da risolvere, ecco che emerge un’altra criticità: Carige. La quale, nella sua trimestrale presentata pochi giorni fa, mostrava un crollo della raccolta da clientela, -14,3% anno su anno, e -8,5% a livello trimestrale. Perché? Lo dice la stessa banca: «La raccolta diretta da clientela (21,4 miliardi) registra una contrazione, sia in termini annui (-14,3%), sia trimestrali (-8,5%). La dinamica, in parte spiegata dalla componente institutional dei pct passivi (rispettivamente -1,6 e -0,3 miliardi nei due periodi), è stata determinata soprattutto dalla reazione della clientela privati e imprese agli effetti della crisi di quattro banche italiane nel novembre 2015 e all’introduzione del meccanismo del c.d. bail-in previsto dalla Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), a partire dal 1°gennaio 2016». Ovvero, la gente dopo il caso delle quattro banche salvate dal governo a spese dei contribuenti si è spaventata e sposta i soldi verso istituti percepiti come più solidi, di fatto dando vita a una spirale auto-alimentante di panico e sfiducia.

 

Complimentoni al governo, per salvare papà Boschi e i suoi sodali ha fatto crollare il pilastro del mondo creditizio, ovvero proprio la fiducia dei risparmiatori: e adesso che anche un gigante come Unicredit finisce nel titolo di apertura de La Stampa di ieri per i suoi guai, quali rischi di contagio corre questo Paese? Ho detto La Stampa, non il Fatto quotidiano: e quando i giornali establishment trattano con tanto clamore un tema, le spiegazioni sono solo due: o si vuole accelerare l’addio di Ghizzoni per ragioni politiche o la situazione è ormai talmente seria da non poter essere più taciuta, quindi meglio essere i primi a raccontarla.

Non sarà che la generosità dell’Europa verso Renzi si sostanzi nell’ultimo atto di pietà verso un condannato a morte, la famosa ultima cena con menù a richiesta di cui si gode nel braccio della morte? Tanto più che proprio l’altro giorno abbiamo scoperto che George Soros ha incrementato le sue scommesse contro l’indice S&P 500 nel primo trimestre, possedendo oggi 2,1 milioni di opzioni put sotto forma di Etf che seguono l’andamento dell’indice benchmark di Wall Street. Il fondo di Soros ha quindi ridotto del 37% la sua esposizione all’azionario Usa, mentre ha acquistato opzioni call su 1,05 milioni di titoli Spdr Gold Trust, un Etf che riproduce il prezzo dell’oro. Soros punta sull’oro perché è convinto che un atterraggio duro della Cina sia «praticamente inevitabile», provocando un aumento delle pressioni deflazionistiche e il conseguente ribasso delle Borse e rialzo dei prezzi dei titoli di Stato Usa.

Sta arrivando il botto e il nostro Paese si presenta all’appuntamento con debito alle stelle e banche a pezzi: auguroni, ora godete pure per la flessibilità accordataci da Bruxelles. La quale, giova dirlo chiaro, è figlia unicamente dell’atteggiamento lassista e da un tanto al chilo con cui l’Ue sta cercando di blandire i cittadini britannici per evitare la Brexit: se il 24 giugno il pericolo di uscita sarà stato scongiurato, tornerà a piena forza il rigore di stampo tedesco. E i giochetti di Renzi e Padoan si scioglieranno come neve al sole. Insieme alla credibilità residua di questo Paese. 

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