SPY FINANZA/ Una nuova “minaccia” arriva dalla Cina

- Mauro Bottarelli

Dopo giugno, dice MAURO BOTTARELLI, la situazione dei mercati potrebbe farsi molto instabile. E la Cina potrebbe essere il detonatore di una nuova crisi finanziaria

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Questo articolo non parla degli Usa, ma parte da un dato americano per farvi capire il quadro in cui siamo e perché c’è da aver paura in vista dell’estate, stagione che tipicamente trova i regolatori con la guardia abbassata nei confronti delle turbolenze di mercato, amplificate anche dai bassi volumi di trading che permettono a un’onda di diventare maremoto. Il grafico a fondo pagina ci mostra il dato del Pil statunitense del primo trimestre di quest’anno, un +0,5% su base annua che spero manderà in soffitta per sempre anche gli ultimi narratori della grande ripresa dell’economia obamiana. E, attenzione, si tratta del dato ufficiale pubblicato giovedì scorso dal Bea, visto che il tracciatore in tempo reale della Fed di Atlanta parla di un +0,1%. Praticamente, crescita zero a fronte di aspettative di un +0,7%: il dato reso noto pochi giorni fa è esattamente la metà di quello del quarto trimestre del 2015 e il più basso tasso di crescita trimestrale dai primi tre mesi del 2014, quando la Fed scaricò la colpa sull’inverno rigido. Di più, si tratta del terzo calo consecutivo su base trimestrale.

Cosa dite, quando mercoledì scorso il comitato monetario della Fed si è riunito per discutere sui tassi, aveva già dato una sbirciatina in anticipo al dato? In molti se lo chiedono, visto che nel comunicato di fine riunione i toni erano estremamente da colomba e l’ipotesi di un aumento a giugno è stata cancellata dall’agenda. Insomma, l’America sta entrando in una nuova fase di recessione, visto che siamo al settimo anno dalla precedente e i cicli difficilmente sbagliano. Di più, tutti gli indicatori macro sono pessimi, dalla manifattura ai servizi ai nuovi ordinativi alla ratio scorte/vendite relativa fino alle spese per consumi. In compenso, il Dow Jones è un passo dai massimi storici, il tutto grazie ai buybacks azionari delle grandi corporations, le quali si indebitano come pazze sfruttando i tassi ancora bassi e usano quel denaro non per intervenire sul CapEx o su sviluppo e ricerca ma per ricomprare propri titoli, in modo di abbassare il flottante, tenere alte le quotazioni e staccare dividendi e bonus.

È un enorme schema Ponzi retto solo dalle Banche centrali, ma per nulla sostenuto dai fondamentali, i quali sono infatti ai livelli del 2008-2009, al netto però di uno stock di debito a livello globale – pubblico e privato – enormemente maggiore. Inoltre, la Fed non può più stimolare l’economia, quindi il mondo si basa sulla Bank of Japan, il cui non agire mercoledì notte ha fatto schiantare Tokyo del 3,66%, e sulla Bce, la quale deve fornire liquidità alle grandi aziende attraverso gli acquisti di bond corporate.

Insomma, l’enorme bugia globale si fonda su questi presupposti. C’è però una variabile che io ritengo sia troppo sottovalutata e che potrebbe essere il vero detonatore della situazione, da giugno in poi: senza preavviso, se non negli indicatori tecnici di chi opera. I quali, come ha testimoniato mercoledì scorso il report di Bank of America sui suoi clienti, stanno infatti scaricando equities da 13 settimane di fila, un outflows che non si vedeva dal 2008-2009. Il parco buoi, fondi pensione in testa, invece comprano come beoti.

E qual è quel detonatore? La Cina. E talmente è alto il rischio che le principali banche mondiali si sono già messe in allerta e hanno avvertito i clienti più esposti che il nuovo boom azionario del Dragone è unicamente garantito dal credito facile e sta raggiungendo il suo picco, quindi c’è da aspettarsi una correzione entro la fine dell’estate: addio, quindi, all’ennesima speranza per un genuino ciclo di crescita economica e domanda, reale, di materie prime.

Morgan Stanley, Nomura e Societe Generale hanno tutte pubblicato, la scorsa settimana, report molto cauti e questo perché è ormai palese come il nuovo corso rialzista cinese sia ancora una volta alimentato dall’afflusso di massa di investitori dilettanti, i quali non solo stanno comprando equities dei mercati emergenti con il badile ma anche commodities, la cui bolla è cominciata a esplodere proprio giovedì scorso.

Insomma, la politica di stimolo cinese garantirà altri 3-4 mesi di ripresa del mercato, ma i suoi effetti stanno già svanendo e il governo sta imponendo misure restrittive in campo immobiliare per evitare che la bolla già enorme nelle città dell’Est esploda del tutto. E i numeri fanno davvero spavento: la vendita di case nuove è salita del 64% a marzo su base annua, mentre i prezzi degli immobili sono saliti del 28% a Pechino, del 30% a Shanghai e del 63% nell’hub commerciale di Shenzhen. E non parliamo più di corsa speculativa solo nelle grandi città, quelle denominate di Tier 1, ma anche in quelle di Tier 2 come Hefei, dove si è registrato un +9% in un solo mese. Wei Yao di Societe Generale non ha dubbi: «Il mercato immobiliare è in fiamme, nel primo trimestre gli aumenti di credito totale hanno toccato i 7,5 triliardi di yuan, su del 58% su base annua. Non esistono leve politiche maggiori di questa iniezione di credito. Quanto sta accadendo mi ricorda una ripresa vecchio stile basata su investimenti legati al credito, un deja vu del pacchetto di stimolo da 4 triliardi del 2009. Peccato che le conseguenze di quello stimolo furono inflazione, bolle sugli assets ed eccesso di capacity. Non posso quindi che pensare che questa ripresa in atto avrà vita breve». A marzo la produzione di cemento è aumentata del 24% e gli investimenti infrastrutturali del 19%: insostenibile. Punto.

E non lo dico io, ma chi sul mercato cinese ci opera come Yang Zhao di Nomura, a detta del quale «l’edificio sta diventando sempre più pericolosamente instabile a causa proprio di questi continui boom del credito in modalità stop-and-go. I problemi strutturali e gli sbilanciamenti finanziari stanno peggiorando, penso che questa crescita alimentata dal debito non sia sostenibile». L’economia cinese sta andando verso l’estinzione del credito, visto che la ratio tra credito incrementale e produzione è calata da 5.0 a 2.3 nel 2008 e i prestiti stanno perdendo trazione, mentre la qualità degli investimenti sta crollando. Occorre stare attenti, perché la Cina sta avvicinandosi al punto massimo di guadagno di questo rally per la prima metà del 2016 e, come ricorda Vicky Fung, sempre di Nomura, «è meglio tenere un po’ di denaro lontano dal tavolo». Anche perché nonostante gli stimoli al credito, ottenuti principalmente grazie a tagli netti dei requisiti di riserva delle banche, il tasso di default tra aziende private e a controllo statale è salito da inizio anno a 11, quando lo scorso anno se ne registrarono 17 nei dodici mesi e sono fallimenti di entità maggiore: basti pensare che China Railway Materials ha sospeso il suo trading su 2,6 miliardi di dollari di debito.

Ma non basta. Da inizio anno sono state cancellate o post-poste 241 emissioni obbligazionarie non sovrane, 120 delle quali solo ad aprile contro le 315 di tutto il 2015. Certo, al momento la situazione non pare allarmante, visto che da inizio aprile a oggi sono state compiute 709 emissioni per un controvalore di 1,04 triliardi di yuan, un tasso di collocamento dell’85%, ma se il mercato obbligazionario dovesse correggere in maniera netta, banche, brokers, industrali e utilities vedrebbero le loro finanze soffrire pesantemente, vista la loro enorme esposizione sul mercato dei bond. Per Capital Economics, tipicamente queste espansioni del credito hanno una durata di 6-9 mesi prima di scoppiare, quindi la crescita economica cinese cui stiamo assistendo potrebbe andare in rollover nel tardo autunno: ma si sa, storicamente, che i mercati azionari anticipano sempre le crisi creditizie.

Certo, finora la Cina ha fatto molte vittime eccellenti tra cui scommetteva contro di lei, soprattutto hedge funds che avevano scelto di shortare il Dragone attraverso dei proxy trading come il dollaro australiano o i futures sulle materie prime. Bruciati, come ad esempio lo European Fund di Crispin Odey, che da inizio anno ha già perso il 31%, ma il gioco non è certo concluso, né la guerra vinta del tutto.

Come avevo anticipato, una delle rappresentazioni plastiche della follia da eccesso di credito che si è sostanziata in Cina è la bolla sul trading di futures legati alle materie prime. La quale, giovedì corso, ha fatto il primo boom. Ma non quello definitivo, tanto che Citi lo stesso giorno ha pubblicato un report allarmato nel quale si avvertivano di clienti di “reggere il cappello” vista l’anormale e assurda crescita dei volumi di trading relativi ad acciaio rinforzato in barre, acciaio, carbone e rame, con la prima di queste commodity che rappresenta addirittura il trading più attivo nel mondo. La frenesia è diventata tale che parlando a una conferenza a Singapore, Garry Jones, ceo della London Metal Exchange, la più grande del mondo, si è lasciato andare a dichiarazioni di questo tenore: «Non credo proprio che la gran parte di chi sta facendo trading sappia cosa sta trattando realmente. Perché quello sull’acciaio rinforzato in barre dovrebbe essere il contratto future più attivo del mondo? Penso che molta gente non sappia nemmeno cosa sia». Ed è vero, perché quel tipo di prodotto è un benchmark utilizzato nelle costruzioni, ma l’aumento dei volumi di trading ci fa capire che sono investitori retail e non professionisti a essersi lanciati in questa avventura speculativa che riguarda anche acciaio, carbone e cotone, tanto è vero che molte Borse asiatiche, tra cui Shanghai, hanno già annunciato misure restrittive per cercare di placare la fame di speculazione di casalinghe e fattorini impazziti con il trading on-line.

E il primo grafico a fondo pagina ci mostra come proprio in Cina ci sia un pericoloso precedente relativo a unpattern di enormi volumi speculativi che giungono da investitori retail: come ricorderete dalla scorsa estate, non andò a finire bene. Ancora Jones da Singapore: «Se guardate alla base di clientela di molte Borse cinesi, vedete che sono pesantemente focalizzate e orientate su clientela retail e non professionista. Oltretutto, non c’è soltanto un alto tasso di partecipazione di quella categoria ma anche un alta velocità di esecuzione del trading». E sia lo scorso anno che nel 2009, le attività speculative di questo tipo si sono mostrate molto vulnerabili a correzione nette dei corsi, una volta che il momento rialzista dei prezzi svanisce o perde di intensità sui volumi. In entrambi i casi non è finita bene per la price action.

Ed ecco che questi ultimi due grafici ci mostrano plasticamente come giovedì la festa sia finita, poiché quando il volume raggiunge un crescendo simile, poi si schianta, aiutato dalle misure draconiane messe in campo dalle autorità di vigilanza del mercato. Le quali hanno ordinato alle tre principali Borse che trattano materie prime di «controllare la speculazione intraday inibendo la possibilità di operare a investitori che non abbiano esperienza nell’industria delle commodities». Come vedete, il volume del trading è collassato, ma come ci mostra l’ultimo grafico ora sarà il prezzo delle commodities ad andare in re-coupling e schiantarsi di conseguenza.

Attenti a sottovalutare la Cina, già lo scorso anno ha messo paura al mondo. Questa volta potrebbe essere peggio, molto peggio.

 



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