FINANZA E POLITICA/ Referendum d’ottobre, la Germania vota sì

- Stefano Cingolani

La Germania sembra aver cambiato atteggiamento nei confronti dell’Italia. Per STEFANO CINGOLANI è una scelta politica che ha a che fare con il referendum di ottobre

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Wolfgang Schaeuble (Infophoto)

Ma come, adesso promuove l’Italia e appena qualche settimana fa la voleva mettere in ginocchio (leggere il Corriere della Sera, la Repubblica e la grande stampa italiana)? Possibile che un tipo tosto come Wolfgang Schaeuble cambi idea in così breve tempo? È la forza tranquilla dimostrata da Pier Carlo Padoan o la retorica veemente di Matteo Renzi ad aver fatto breccia sul coriaceo ministro delle finanze tedesco? Può darsi che sia così o forse la grande stampa ha preso un abbaglio, ma c’è una terza interpretazione che vogliamo proporre ai lettori: anche Berlino fa politica, lo fa in modo molto meno rozzo di quel che noi italiani pensiamo; in questo caso, Frau Merkel e Herr Schaeuble hanno deciso di votare sì al referendum costituzionale.

Bene, facciamo un piccolo passo indietro per capire di che cosa stiamo parlando. Il braccio di ferro sul debito non è affatto finito. La polemica forse si prende una pausa, ma nella sostanza nulla è cambiato, lo dice l’Unione europea e basta leggere con un minimo di attenzione i suoi documenti. La vera svolta riguarda i modi e i tempi dell’aggiustamento economico che oggi, a differenza dal recente passato, sono commisurati ai tempi della politica.

Si potrebbe dire che la politica ha giocato un ruolo rilevante anche nel 2011, dalla caduta di Silvio Berlusconi al governo di Mario Monti, ma quelli erano tempi di grande turbolenza, diventati nell’autunno persino drammatici. Adesso, invece, attraversiamo un periodo di relativa bonaccia e in ogni caso non si tratta di interventi (o intromissioni) dall’esterno, al contrario, si lascia che ogni Paese segua il proprio percorso. È questa la principale novità che da noi viene chiamata flessibilità in omaggio alla “narrazione” dominante. Non sono cambiati i giudizi di fondo, non è cambiato il paradigma di riferimento, gli occhiali con i quali si leggono i documenti di economia e finanza o le leggi di bilancio. Solo che adesso la politica torna al primo posto. Altro che dittatura dei tecnici, altro che burocrati di Bruxelles.

L’Ue ha dato tempo alla Spagna di fare le elezioni, sperando che possa finalmente emergere dalle urne una maggioranza tale da fare un governo duraturo. Ha offerto un’altra ciambella a Tsipras. E soprattutto ha concesso a Renzi cinque-sei mesi di tregua nella speranza che il capo del governo italiano vinca il referendum. E questa scelta, come si capisce dalle dichiarazioni di Schaeuble, è stata fatta in primo luogo dal governo tedesco.

Che succede, sono tutti diventati cultori della Costituzione italiana? Tutti esperti di diritto pubblico? Non esattamente. Né alla Merkel, né a Juncker interessa se in Italia c’è un Senato eletto direttamente dal popolo oppure no, se le Regioni hanno più o meno poteri e via di questo passo, sono faccende da risolvere a livello nazionale. Interessa molto, invece, che possa esistere un governo abbastanza coeso e stabile da durare un’intera legislatura. Interessa che ci sia un leader al comando per un periodo di tempo abbastanza lungo da poter diventare un interlocutore conosciuto, credibile, affidabile.

Interessa, forse ancora di più, che il governo abbia la possibilità di far approvare rapidamente le leggi e di applicarle in tempi rapidi. Insomma, interessa quella che viene chiamata la governabilità e che, da parte dei seguaci del no, è diventata un’accusa di scarsa democrazia. L’efficacia, anzi l’efficienza nell’arte di governare viene trasformata in un disvalore, peggio, in un attentato alla rappresentatività, quindi alla democrazia tout court. Senza capire che il Paese dei mille campanili e delle diecimila rappresentanze è rimasto intrappolato nel gioco dei veti incrociati e non riesce mai a scegliere una rotta e a mantenerla per un periodo ragionevole di tempo.

Prendiamo il debito, il fardello che schiaccia l’intera società italiana, non solo la sua economia pubblica. Per ridurlo c’è bisogno di interventi decisi, forse addirittura di carattere eccezionale, che possono essere realizzati solo con un adeguato e duraturo consenso. Si tratta di operazioni di forte impatto, che diventano davvero efficaci se non sono una tantum, ma possono essere condotte per un numero sufficiente di anni, sempre allo stesso modo e guidate dalle stesse mani. Potremmo dire lo stesso anche per misure che aumentino la produttività o per le altre riforme delle quali il paese ha bisogno.

Ecco perché la Merkel vorrebbe la vittoria del sì. In caso contrario, infatti, lo scenario che si fanno le cancellerie europee è quello di una lunga fase di instabilità pre-elettorale, magari sotto un governo di emergenza, un esecutivo guidato da un uomo rassicurante, per esempio Pier Carlo Padoan, che goda la fiducia di Sergio Mattarella come di Jean-Claude Juncker e di Mario Draghi. Più che un governo del presidente, potremmo chiamarlo un governo dei presidenti. Se avesse la maggioranza sufficiente potrebbe tirare fino a gestire l’ultima fase della legislatura, se no potrebbe preparare le elezioni anticipate. In quale clima lo si può immaginare. È facile prevedere che sui mercati tornerebbe la tempesta, anche perché stiamo assistendo al lungo addio della politica monetaria facile.

La Federal Reserve ha già fatto capire che è pronta ad alzare i tassi d’interesse entro l’estate, i mercati si aspettano a giugno lo stesso mese in cui si saprà se la Gran Bretagna vuole lasciare o no l’Unione europea. Quindi, c’è da attendersi nuove turbolenze, più o meno forti a seconda se ci sarà o no la Brexit. Cosa farà Draghi? Sicuramente non seguirà la Fed, per lo meno non nell’immediato. Ma aumenterà la pressione tedesca su di lui, crescerà anche il ricatto economico ormai molto chiaro: o la Bce aumenta i tassi (salvando così Allianz e l’intero sistema bancario-assicurativo) oppure verrà imposto un limite del 30% nel possesso di titoli di stato da parte delle banche, il che vuol dire far saltare il sistema bancario italiano.

Come si vede, le posizioni fondamentali non sono cambiate. Se di flessibilità dobbiamo parlare, essa è tutta politica. Non è detto che sia un male, al contrario, possiamo approfittarne in modo proficuo e utilizzarla per fare le cose che sono necessarie, purché non la traduciamo nel solito teatrino che ha intossicato l’Italia.

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