FINANZA/ l’Italia rischia un nuovo 2011

- Carlo Pelanda

Per CARLO PELANDA la stabilizzazione della ripresa economica ancora non si vede. E l’Italia rischia molto nel caso di un ritorno dell’inflazione a causa dell’aumento del petrolio

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L’ufficio statistico europeo stima che nel primo trimestre la crescita sia stata dello 0,6%. Se la tendenza si confermasse, l’Eurozona potrebbe aumentare il Pil attorno all’1,5% a fine anno, l’Italia attorno all’1%. Negli Stati Uniti la crescita tendenziale del Pil 2016 è verso il 2%. Parecchie materie prime, petrolio in particolare, stanno mostrando un’inversione della caduta dei prezzi, facendo prevedere una ristabilizzazione delle nazioni produttrici e quindi un loro maggiore contributo futuro alla domanda globale, ora ai minimi.

Questi dati, pur ancora preliminari quelli europei e incerti quelli sulle materie prime con riguardo alle vere condizioni dell’economia cinese che ne è tra i massimi importatori, fanno ipotizzare che la decrescita dell’economia mondiale abbia trovato un punto d’inversione: la ripresa resterà lenta, ma il momento recessivo dovrebbe essere finito. Possiamo rimettere nel cassetto le previsioni, poco commentate sui media, a parte l’appello lanciato da Draghi per accelerare l’unione bancaria europea per rafforzare il sistema in vista di una nuova crisi, che hanno preoccupato i governi e gli operatori finanziari a fine e inizio anno, di una tempesta perfetta globale verso la fine del 2016?

Da un lato, la probabilità di megacrisi indotta dalla combinazione tra implosione della Cina e dei produttori di materie prime, con conseguenze di crollo delle Borse, tempesta valutaria e conseguente crisi finanziaria complessiva, che alcuni temevano peggiore di quella del 2007-08, è scesa di molto. Dall’altro, la ristabilizzazione è ancora precaria e si vedono nuovi rischi all’orizzonte. Quello che mi preoccupa di più è un ritorno a sorpresa dell’inflazione al traino del rialzo dei prezzi petroliferi.

Se l’inflazione importata, infatti, salisse improvvisamente nell’Eurozona portando quella complessiva oltre il 2%, allora la Bce non potrebbe più legalmente mantenere il programma di acquisto dei debiti come strumento di reflazione e ciò potrebbe riaprire una crisi di sfiducia sugli eurodebiti, come nel 2011, non più garantiti di fatto dalla Bce, cosa che colpirebbe l’Italia più di altri per il ritorno del rigore a scapito della crescita.

Il buon dato europeo detto sopra è stato determinato dall’euro basso e da un allentamento del rigore nell’Eurozona a favore di Francia, Italia e Spagna, permettendo loro di fare più deficit che ha favorito i consumi interni. Se il rigore tornasse, questi andrebbero in crisi. Servono piani nazionali e, per quanto possibile uno europeo, per prevenire questa eventualità.

 

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