FINANZA E POLITICA/ Il “fantasma” che allontana la ripresa dall’Italia

- Giuseppe Pennisi

Non si parla ormai più di Fiscal compact, l’accordo europeo che risale al 2012. Eppure continua a rappresentare una palla al piede per l’Italia, spiega GIUSEPPE PENNISI

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Nonostante, i “timori e i tremori” per le pagelle dell’Unione europea, nessuno sembra parlare più del Fiscal compact in base al quale l’Italia avrebbe dovuto raggiungere l’equilibrio di bilancio entro il limite di un indebitamento delle pubbliche amministrazioni (transitorio) non superiore allo 0,5% del Pil (nelle previsioni del Def sfioreremo il 3%) e iniziare la discesa (a un tasso di un ventesimo l’anno del differenziale tra rapporto corrente di rapporto tra stock di debito e Pil) verso un rapporto debito pubblico/Pil del 60% (è del 130% e nei programmi di governo indichiamo che resterà stazionario).

Quando il Fiscal compact venne firmato il 2 marzo 2012 siamo stati tra i primi a ratificarlo e, in aggiunta, a varare una “legge rafforzata” di bilancio, con cui si è creato un Ufficio parlamentare di bilancio per assicurare, tra l’altro, la compliance (ossia l’applicazione rigorosa) della normativa. Il Fiscal compact prevede anche penali severe a chi non se segue il dettato. Già poco più un anno fa, Daniel Gros e Cinzia Alcidi del Center for European Policy Reform, nel saggio “The Case of the Disappearing Fiscal Compact”, lanciavano le loro frecce principalmente su Francia e Italia – la prima in chiara violazione dell’accordo, mentre la seconda cerca un po’ goffamente le violazioni sull’indebitamento mentre afferma che l’alto debito non è problema. Occorre ammettere anche altri Stati dell’Unione europea hanno firmato e ratificato il Fiscal compact e non ne seguono a menadito le regole.

Dall’analisi di Gros e di Alcidi la situazione non è migliorata, ma peggiorata, specialmente per Francia e Italia. Ma c’è qualcosa di peggio: di Fiscal compact non parla più nessuno. Nella recente tornata di “pagelle” dell’Ue sui programmi economici degli Stati membri, non se ne fa neanche menzione e, ovviamente, non si parla neanche di penalità previste, nell’accordo, per chi non ne applica le regole. Parte integranti come l’unione bancaria sono rimaste monche: si veda, a riguardo, il saggio di Dirk Schoenmaker della Erasmus University di Rotterdam in uscita sul Palgrave Book of European Banking. Altre, come l’unione dei mercati dei capitali, non sono mai decollate.

Se questa è la situazione non sarebbe meglio “denunciare” (in termini tecnico-diplomatici) l’accordo e non “fare finta” che esista ancora? Nessuno, specialmente gli Stati più trasgressori, pare abbia voglia di farlo. Forse per non ammettere che ha firmato un accordo sapendo, già dal primo giorno, di non ottemperare alle sue regole.

Intendiamoci bene. Non siamo difensori del Fiscal compact di cui abbiamo mostrato il carattere velleitario sin da quando il negoziato era in corso. Ora pare chiaro che non ha raggiunto i propri obiettivi in modo così palese che gli stessi “monitori” (incaricati di vigilarne l’applicazione) sono imbarazzati a parlarne.

Il Fiscal compact (anche solo il suo fantasma) è una palla al piede per l’Italia. Lo dice chiaramente il Fondo monetario nella lettera stesa al termine delle consultazioni annuali con le nostre autorità. “Il Governo, con le sue politiche, prevede di realizzare una crescita in Italia dell’1,1% quest’anno e dell’1,2% nel 2017 e nel 2018. Questa previsione corre il rischio di rivelarsi ottimistica a causa della volatilità dei mercati finanziari, del rischio Brexit, dell’aumento del fenomeno dei rifugiati, del rallentamento del commercio mondiale“. Non solo: “Questo ritmo di crescita implica che l’attività produttiva tornerebbe ai livelli del 2007 soltanto alla metà degli anni Venti, allargando così con la crescita media dell’area dell’euro“.

In altri termini, nelle circostanze attuali, sono essenziali politiche espansionistiche non quelle restrittive sottostanti il Fiscal compact. Occorre, indubbiamente, sgrassare la spesa pubblica di inefficienze, ma anche e soprattutto facilitare la ripresa degli investimenti più di quanto non riesca a fare il Quantitative easing della Banca centrale europea. Tutto ciò è poco compatibile con il Fiscal compact e la legge costituzionale “rafforzata” che lo accompagna.

Dal 30 maggio al 1° giugno all’Università La Sapienza di Roma si tiene un convegno internazionale sul debito dell’Eurozona: verranno presentate proposte su come ristrutturalo per casi come quello dell’Italia. Dal 2 al 5 giugno, a Trento, l’annuale Festival dell’Economia, da cui potranno uscire idee sulle politiche di crescita. Sempre che non sia stato “leopoldizzato”.

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