RCS/ Cairo-Bonomi, la partita è ancora aperta

- Sergio Luciano

Per l’Opa presentata su Rcs, Mediobanca sta ora scontando un’ispezione della Consob. E a Cairo sembra mancare un elemento per poterla spuntare su Bonomi, spiega SERGIO LUCIANO

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Diciamocela tutta, se c’è una cosa che si può escludere è che un uomo prudente come Giuseppe Vegas, presidente della Consob, voglia – con l’aria che tira – fare un dispetto al governo ostacolando l’Opa con cui Andrea Bonomi, richiamato a gran voce da Mediobanca, Unipol, Della Valle e Pirelli, ha voluto contrastare l’invisa Ops di Urbano Cairo sul Corriere della Sera. Cairo, l’editore di Maurizio Crozza, col suo feroce tormentone anti-renziano del “signori miei!”, declamato con tanto di dentoni finti e ditino alzato; l’editore di Giovanni Floris, col suo Ballarò carico di critiche al governo; dunque, l’editore oggi meno gradito a palazzo Chigi dopo Marco Travaglio non era tra i soggetti da favorire, per un uomo prudente come Vegas, come invece e di fatto sembra favorirlo il blitz dei “vigilanti” negli uffici di piazzetta Cuccia.

Se dunque da qualche giorno gli uomini della Consob hanno preso possesso di Mediobanca, per appurare come siano veramente andate le cose nella preparazione dell’Opa più smentita del secolo, prima che i fatti la confermassero; e se, aiutati dalla Guardia di Finanza pare che vogliano anche capire a cosa servono le tre holding create “ad hoc” da Andrea Bonomi in Lussemburgo per l’operazione: beh, è perché proprio non se ne può fare a meno. E poi perché, a rileggere le fasi della vicenda, c’è un po’ di che restare perplessi.

Una settimana prima dell’Opa di Bonomi & C., Mediobanca – proprio su richiesta della Commissione – aveva formalmente precisato al mercato che avrebbe valutato eventuali proposte alternative per Rcs, ma soltanto in qualità di soggetto destinatario: dunque, passivo. Una settimana più tardi, l’Opa annunciata sembra rivelare, a un esame superficiale, un grado di preparazione condivisa tra l’offerente principale e i co-equipier difficilmente compatibile con un lasso di tempo così breve. Che in realtà almeno il capo di Mediobanca, Alberto Nagel, destabilizzato dalla mossa di Cairo, avesse già quantomeno un “sentore” dei propositi di Bonomi, ai quali in sede d’Opa ha così toto-corde aderito? Lui lo ha escluso, e c’è da credergli, per carità. Ma la Consob non si accontenta di credere. Vuole combattere, prima – semmai – di obbedire all’evidenza.

Due giorni più tardi di quella prima dichiarazione, peraltro, lo stesso Nagel aveva ribadito di non essere a conoscenza di operazioni in preparazione alternative all’Ops di Cairo, escludendo decisamente di volerne promuoverne una: “Non so dire se ci sono proposte alternative probabili”, aveva dichiarato, “oggi c’è un’unica proposta sul tavolo di Cairo e questa va valutata. Se ne arriveranno altre le valuteremo con lo stesso tipo di approccio. Non siamo noi promotori. Non siamo un gruppo editoriale. Valutiamo quello che c’è man mano sul tavolo di concreto”.

Quale “approccio”? L’approccio di chi si trova di fronte a un “prendere o lasciare” prospettatogli da un terzo. Nel caso dell’Opa Bonomi, in cinque giorni (cioè dopo l’ultima dichiarazione, vera e sincera fino a prova contraria) Mediobanca aveva avuto invece il tempo di prendere atto dell’iniziativa di Bonomi e convincersene fino al punto di aderirvi, come soggetto partecipante al riassetto e non meramente “destinatario”.

Un po’ strano, non è vero? È un’offerta lanciata da Bonomi all’insaputa di Mediobanca, come di uno Scajola qualsiasi: e non c’è da dubitarne, per quanto possa suonare strano, perché Nagel è uomo d’onore verso il mercato. Del resto, l’incidentino meramente mediatico di un certo “papello” lo conferma, con l’archiviazione a suo tempo disposta dal Gip di Milano. Qualche cultore lo ricorderà. Il gruppo Ligresti ancora controllava la Fonsai, l’enorme accrocchio assicurativo che nell’arco di vent’anni proprio Mediobanca – ma quando la gestivano Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi – aveva concentrato nelle mani del vecchio ingegnere di Paternò, sicura della sua assoluta obbedienza.

Dargli da “reggere” Sai prima e Fondiaria poi equivaleva a tenersele in casa, agli ordini. E Cuccia, in nome della ragion di Stato, così voleva. Ai suoi occhi, nulla valevano le mille ragioni che – soprattutto dopo la condanna per corruzione nel caso Eni dell’interessato – avrebbero dovuto suggerirgli di cambiare “protetto”. Con la morte di Cuccia e poi di Maranghi, però, e l’avvento al vertice di Mediobanca di quelli che Cesare Geronzi definì “i giovani vecchi”, Ligresti strappò di mano le briglie e iniziò a gestire – anzi: a lasciar gestire – Fonsai in modo dissennato, conducendola sull’orlo del baratro. Fu allora che Mediobanca corse ai ripari, progettando la fusione con Unipol poi compiuta, che naturalmente i Ligresti osteggiavano, e da una posizione ancora di forza: perché senza il loro voto favorevole su alcuni passaggi cruciali della complicatissima operazione, tutto sarebbe stato più lento e difficile. 

Come convincere il coriaceo e vecchio ingegnere? Sottoscrivendogli una lista di richieste lunari, per lui stesso e per i suoi, e segretandola, salvo poi dire in Procura che quella firma era stata apposta per semplice “presa d’atto” e non a suggello di un impegno d’onore a far effettivamente ottenere ai Ligresti i vantaggi pretesi. Insomma, una mossa scaltra, nascosta al mercato perché c’era la riserva mentale di non dar seguito a quelle richieste assurde, che peraltro non sarebbe stato possibile alla sola Mediobanca assecondare… Eppure, nell’insieme, una bruttissima storia.

Certo, il pm Luigi Orsi, che al termine dell’istruttoria chiese l’archiviazione delle accuse contro il banchiere, annotò che Nagel “ha mostrato di voler rabbonire i suoi disperati (e per lui pericolosi) interlocutori. La firma su quel documento, compromettente sotto ogni aspetto, anche solo reputazionale per il caso che venisse a galla, pareva ed era in quel momento il male minore per addomesticare i Ligresti”.

Insomma, un bel gesto forse no, ma utile. E segretabile. Per la ragion di Stato. Di quale Stato, resta da precisare. Reputazionalmente riprovevole? E chi se ne frega: e poi, di quale reputazione ha senso parlare oggi, in un mondo degli affari finanziari che ha rotto ogni argine di decenza, e non certo solo in Italia? Dunque, che Nagel cinque giorni prima della formalizzazione di un’Opa clamorosa a cui ha aderito non ne sapesse niente, non sembrerà logico a nessuno ma “ci sta”. E per quanto la Consob rovisti negli uffici di Mediobanca, nulla troverà – c’è da scommetterci – di senso opposto: magari c’è un “papello” da qualche altra parte, nella cassaforte di un notaio o di una fiduciaria nelle Isole del Canale. Vallo a sapere.

E dunque? Dunque, il confronto tra le due offerte su Rcs, l’Opa di Bonomi contro l’Ops di Cairo, va avanti. O meglio: se arriva sul mercato così com’è, la gara è decisa da subito. Cairo offre la sua faccia, la sua credibilità di editore efficiente, e la sua carta azionaria. Bonomi offre soldi. Chi crede nella Rcs e vuol rimanerne socio, dovrebbe scegliere Cairo. Chi non si fida, dovrebbe preferire i soldi. L’optimum sarebbe se Cairo, magari accettando l’idea di diluirsi un poco, a regime, aggiungesse alla sua faccia e alla sua credibilità, un po’ di soldi in più, magari dati da un co-investitore finanziario. Ma di questo, per ora, non si parla. Chissà che tra cinque giorni…

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