ITALIA AL PALO/ Ma se Draghi desse i soldi direttamente ai cittadini e non alle banche…

- int. Leonardo Becchetti

Per LEONARDO BECCHETTI, la Bce dovrebbe approfittare di questo momento di deflazione, creando dei meccanismi che facciano arrivare i soldi direttamente ai cittadini e non alle banche

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Mario Draghi

«La crescita italiana rimane inchiodata all’1%. Per uscire da questa situazione la Bce dovrebbe approfittare di questo momento di deflazione, creando dei meccanismi che facciano arrivare i soldi direttamente ai cittadini e non alle banche». Lo evidenzia Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma. Nel 2015 la ripresa nel nostro Paese è stata trainata dal basso prezzo del petrolio, dall’euro in calo che ha favorito le esportazioni e dallo spread compresso. Nel corso del 2016 questi tre fattori favorevoli sono almeno in parte venuti meno.

Professor Becchetti, che cosa cambia per le prospettive di crescita dell’Italia?

La Commissione Ue ha ridotto le previsioni sulla ripresa italiana, che di fatto è inchiodata intorno all’1%. Per ora non si riesce a fare meglio di così, e questo tasso rende un po’ più difficile la manovra di rientro dal debito pubblico. Il rapporto debito/Pil è sostanzialmente stabile e quest’anno non si ridurrà.

Di quali condizioni avremmo bisogno se vogliamo crescere di più?

Sicuramente sarebbe auspicabile un euro più basso, e purtroppo anche lo scenario dei prezzi del petrolio non è più quello di prima. Questi due fattori quindi non sono certo favorevoli. Quello che ci vorrebbe è una spinta forte alla domanda aggregata di investimenti. Da questo punto di vista purtroppo i tassi bassi non bastano, ma ci vorrebbe anche una spinta forte da parte dell’Ue.

In concreto che cosa si potrebbe fare?

Un’ipotesi su cui si comincia a ragionare e con cui io concordo è quella dell’helicopter drop of money. In pratica la Banca centrale europea, approfittando di questo momento di deflazione, dovrebbe creare dei meccanismi per fare arrivare i soldi direttamente ai cittadini e non alle banche. In questo modo si potrebbe stimolare la domanda aggregata.

Come funzionerebbe questo meccanismo di finanziamento?

La Bce potrebbe stampare moneta, per esempio, per finanziare il reddito di cittadinanza o dei lavori socialmente utili. Come si è visto però in Giappone, il problema è che il Quantitative easing ha stimolato il risparmio più che il consumo. La gente cioè ha tesaurizzato questi soldi e quindi lo stimolo forte ai consumi non c’è stato.

Quindi anche in Europa non è detto che queste misure possano portare a un rilancio dei consumi?

Il risultato non è scontato, ma un tentativo andrebbe comunque fatto, anche se forse la vera alternativa è una politica di investimenti pubblici in infrastrutture. Questi ultimi avrebbero un rendimento del capitale superiore al costo del denaro, che in questo momento è praticamente nullo, e inoltre potrebbero stimolare a loro volta gli investimenti privati.

Quali altre misure possono essere messe in campo?

Bisogna sfruttare al massimo tutte le opportunità legate ai fondi per il Mezzogiorno già stanziati. Da questo punto di vista il governo si sta dando abbastanza da fare.

 

La situazione delle banche italiane può creare ulteriori problemi?

La situazione delle banche è difficile, e la vicenda della Popolare di Vicenza non è stata certamente un fatto positivo. Lo stesso aumento di capitale non ha avuto successo.

 

Il Fondo Atlante può ridurre comunque i rischi?

La creazione del Fondo Atlante è stata molto importante, anche perché è stata fatta privatamente con un approccio cooperativo da parte dei maggiori attori del mercato finanziario italiano. Il rischio però è che Atlante non abbia abbastanza risorse. Un miliardo e mezzo di euro è già stato utilizzato per la Popolare di Vicenza e ora servono altri fondi soprattutto per operare sul fronte della sofferenze. La soglia di attenzione rimane quindi alta, ma quantomeno qualche munizione c’è.

 

Quali conseguenze può avere invece l’incognita della Brexit?

Questo è da vedere. È chiaro che l’integrazione commerciale è importante, ma calcolare tutti gli effetti non è semplice. Le conseguenze sarebbero più negative per il Regno Unito che per il resto dell’Europa, ma anche per l’Italia c’è il rischio che ci sia una diminuzione delle dimensioni del mercato con degli effetti potenzialmente negativi per l’intera economia.

 

(Pietro Vernizzi)

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