SPY FINANZA/ Il “panico in Borsa” che serve a Draghi

- Mauro Bottarelli

Un tonfo del mercato è alle porte, dice MAURO BOTTARELLI, in un’analisi che comincia dal repentino ribasso del dollaro registrato nelle ultime settimane sui cross valutari

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Mario Draghi (Infophoto)

Cosa succede al dollaro? E quanto può pesare sui destini dell’Europa il suo indebolimento? Al netto del mini-rimbalzo innescato tra mercoledì e giovedì dalla netta svalutazione posta in essere dalla Cina, la valuta statunitense è scesa ai minimi da sedici mesi in quello che è stato l’ultimo scostamento di un sistema finanziario globale sempre più interconnesso e sempre più instabile nei suoi equilibri primari. Ovviamente, i primi a pagare il conto a livello di politica monetaria siamo stati noi europei e i giapponesi, entrambi intrappolati nel combinato disposto di debito e deflazione. 

Il cosiddetto dollar index, misuratore tra i più attenzionati dagli analisti, è sceso sotto quota 92 per la prima volta dal gennaio 2015, di fatto spedendo in automatico le quotazioni dell’oro sopra quota 1300 dollari l’oncia e mandando in rosso gli indici azionari, già gravati dalle incertezze macro e dal peso del settore bancario. E il trend sembra destinato a durare, visto che le scommesse sul biglietto verde sono tutte net short, ovvero ribassiste, almeno stando agli ultimi dati della Commodity Futures Trading Commission. Un cambio di sentiment deciso rispetto soltanto alla fine del 2015 e il motivo è tutto contenuto nell’atteggiamento della Fed, passata da un profilo più da falco, con il primo aumento dei tassi lo scorso dicembre, a uno decisamente da colomba. A oggi, un aumento del costo del denaro in Usa per il prossimo mese di giugno è praticamente escluso e solo il 68% degli interpellati tra analisti e investitori pensa che ci sarà un altro aumento nel corso del 2016. 

Certo, c’è anche chi sta traendo beneficio dal dollaro debole, ovvero i mercati emergenti, visto che le aziende di Cina, Brasile, Russia, Sudafrica e Turchia siedono su 11 triliardi di indebitamento in biglietti verdi e quando la Fed ha cominciato a rendere noto che la politica di stimolo sarebbe terminata – il cosiddetto taper tantrum – hanno cominciato a traballare, visto che i costi di quello stock di debito saliva contemporaneamente alle valutazioni del dollaro rispetto alle valute locali. Tra il 2014 e il 2015 si temette addirittura una seconda crisi asiatica, ma i dati macro statunitensi, tutt’altro che da ripresa, hanno messo la museruola alla Fed e permesso a quei Paesi di non dover svalutare come pazzi per restare a galla. 

In compenso, come ho già detto, il colpo è stato duro per Giappone e Ue: di fatto, le grandi potenze stanno giocando a passarsi il cerino valutario prima che questo si spenga. Il problema è capire chi se lo ritroverà in mano alla fine, perché non si può svalutare a vita per cercare di esportare i problemi di deflazione interna. Lo yen giapponese si è apprezzato fino a quota 105,60, il massimo dal settembre 2014, un vero e proprio shock per il comparto export del Paese, visto che si era pianificato di operare attorno a un livello del cross di 117,50: di fatto, se continua questa dinamica, il già fallito Abenomics di governo e Bank of Japan rischia di tramutarsi in una valanga sui mercati internazionali. L’euro soffre meno, per ora, ma aver toccato quota 1,16, nonostante gli acquisti della Bce, non è affatto un bel segnale, visto che da quando è partito il Qe la valuta europea si è già apprezzata del 7% sul biglietto verde. Il tutto, in un contesto di deflazione, visto che nell’eurozona ad aprile i prezzi sono scesi dello 0,2%: a questo punto, i cuscinetti di difesa dagli shock esterni diventano sempre più risicati e deboli, tanto più che la stessa Commissione europea ha tagliato con l’accetta le sue previsioni inflazionistiche, scendendo a 0,2% per quest’anno contro l’1% pronosticato solo lo scorso novembre. 

Il tutto con gli Usa che all’ultimo G-20 sono stati molti chiari: qualsiasi futuro utilizzo di tassi negativi sarà ritenuto svalutazione mascherata e non sarà tollerato. Il problema è che le Banche centrali, tutte, hanno ormai raggiunto il limite della loro operatività sui tassi di cambio e questo sta mettendo a rischio l’intero modello, tanto che sempre più indicatori ci dicono che ci stiamo avvicinando al punto di pericolo esattamente come nel 2012, di fatto i prodromi di una sell-off in grande stile. 

C’è poi un’altra novità: gli Usa stanno perseguendo una politica di dollaro debole come reazione agli eventi globali, ma lo stanno facendo un maniera radicale e imprevista, ovvero forzando apprezzamenti nelle economie più deboli. Pare irrazionale, ma è soprattutto molto pericoloso, come testimoniano i dati della Bank of New York Mellon relativi alle fughe di capitali dei cosiddetti real-money investors dall’eurozona: proseguono senza sosta da otto settimane di fila e a pagare il conto più salato finora sono stati Spagna e Portogallo, anche a causa dell’instabilità del quadro politico interno. 

Insomma, viviamo in un clima di sempre maggiore instabilità e non ce lo dice solo il dollaro, ma anche qualcos’altro, sempre dall’America: forse, la crisi del 2008 comincia solo ora a essere riletta criticamente dalla gente. A confermare questa mia ipotesi ci ha pensato la scorsa settimana l’istituto demoscopico Gallup, il quale ha contattato 1000 americani adulti riguardo i loro investimenti: bene, nonostante il Dow Jones sia vicino ai massimi record, solo il 52% degli interpellati ha detto di avere investimenti in corso nel mercato azionario, la lettura più bassa nel trend a 19 anni di Gallup. E la cosa grave è che la generazione che si pensava avrebbe preso in mano le redini del mercato, una volta che i Baby Boomers avrebbero cominciato a vendere le loro detenzioni equities, ovvero gli adulti della middle-class, è la meno intenzionato a investire. Insomma, nella patria del libero mercato, dove l’investimento finanziario era legge fino al 2007 e dove la Fed sta facendo di tutto per gonfiare ancora di più la bolla, qualcosa è cambiato. E sono proprio i cosiddetti Millennials ad aver superato i Baby Boomers come la popolazione vivente più ampia d’America, stando a dati del Pwe Research. Parliamo della fascia di età tra i 18 e i 34 anni, in totale 75,4 milioni di persone contro i 74,9 milioni dei Baby Boomers (51-69 anni). 

C’è però un problemino: i millennials a New York City oggi guadagnano il 20% in meno della precedente generazione di lavoratori e stanno, oltretutto, annegando in qualcosa come 14 miliardi di dollari di debito personale. Un lavoratore medio di 23 anni oggi a New York guadagna 23.543 dollari contro i 27.731 del 2000, ovviamente con il dato aggiustato all’inflazione. Salendo nella scala, un 29enne guadagna 50.331 dollari contro i 56.026 di sedici anni fa. E ancora peggio, a livello nazionale la percentuale di millennials che vive da solo – quindi in grado di pagare un affitto o stipulare un mutuo – è scesa dal 51% del 2007 al 45% del 2014. In parole povere, oggi in America il percorso di chi ha tra i 18 e i 34 anni è, molto spesso, quello di andare al college indebitandosi, entrare nella forza lavoro con lo stipendio minimo e tornare ad abitare con i genitori. Insomma, un po’ deboluccia come ripresa economica. 

Non a caso sempre Gallup ha testimoniato che la fiducia degli americani nei confronti del quadro economico è oggi al livello più basso da inizio anno: l’ultima volta che si era arrivati a questo livello era l’agosto del 2015, quando il mercato azionario stava crollando per paura del contagio cinese. L’Economic Confidence Index di Gallup si basa poi su due componenti, ovvero come gli americani valutano le attuali condizioni dell’economia e se pensano che quest’ultima stia migliorando o peggiorando. Bene, solo il 35% degli americani adulti è ottimista sull’outlook, mentre il 60% è certo che l’economia stia peggiorando. Insomma, forse l’America sta prendendo coscienza che la mitologica avidità posta da Gordon Gekko a pilastro dell’economia statunitense, in realtà negli anni ha soltanto distrutto posti di lavoro e qualità del mercato. Non a caso, nonostante le speranze di nomination siano nulle, Bernie Sanders continua a mietere successi, ultimo la vittoria di martedì alle primarie in Indiana, soprattutto tra gli under 35 e con un programma dichiaratamente anti-Wall Street. 

Qualcosa sta cambiando, magari solo sottotraccia? Difficile dirlo con certezza in un mondo instabile come quello attuale, di certo c’è che un tonfo del mercato è alle porte. E temo che a patire il colpo peggiore sarà l’Europa, la quale diverrà il laboratorio globale delle politiche keynesiane portate all’estremo. 

Perché dico così? Lo ha fatto intendere indirettamente Mario Draghi martedì scorso, parlando al meeting annuale dell’Asian Development Bank. In risposta alle critiche tedesche rispetto ai tassi negativi che danneggerebbero risparmiatori e istituti di credito, il numero uno della Bce ha dato questa riposta: «Per cominciare, i risparmiatori possono guadagnare returns soddisfacenti diversificando i loro assets, anche quando i tassi di interesse sui depositi sono molto bassi. Per esempio, i cittadini statunitensi detengono circa un terzo del loro portafoglio di investimento in equities, questo in contrasto con italiani e francesi che ne detengono per un quinto e con i tedeschi che addirittura vedono i titoli pesare solo per un decimo del totale. In compenso, i cittadini tedeschi hanno circa il 40% dei loro assets in depositi e contanti e francesi e italiani circa il 30%, mentre gli statunitensi solo il 15%». 

Evidentemente a Francoforte non leggono i sondaggi Gallup, ma poco importa, la ratio è un’altra: perché il capo dell’Eurotower invita di fatto i risparmiatori a investire in equities in un momento nel quale tutti i segnalatori dimostrano che il mercato è in bolla e ogni possibile scostamento darebbe vita a un crollo? Perché da un lato deve negare la realtà, ovvero che quanto fatto dalle Banche centrali finora – Bce compresa – ha solo devastato i fondamentali del sistema e dall’altro deve preparare la scusa perfetta per seguire la strada giapponese: panico in Borsa, investitori disperati e quindi SuperMario deve entrare in azione comprando anche titoli, magari iniziando con gli Etf, direttamente sul mercato per sostenerlo e non farlo sprofondare.

Non ci credete? Guardate il grafico a fondo pagina, il quale ci mostra come la settimana scorsa la fuga di capitali da fondi azionari ed Etf negli Usa sia stata la più grande dal settembre 2015, quando la Cina aveva appena finito di crollare e stava svalutando: 16,9 miliardi di dollari contro 1,29 miliardi della settimana precedente. Ecco il “rally” che Draghi vuole farvi comprare. Ma a lui serve che le cose vadano così, per poter rendere onnivoro il suo bazooka. A quel punto, il rally sì sarebbe assicurato, ma non esisterebbe più il concetto stesso di libero mercato, perché sarebbe soltanto un luogo di scambio senza price discovery o fair value, dominato da Banche centrali che ingurgitano assets con fame onnivora. Sarebbe un’enorme Urss finanziaria: in America se ne stanno accorgendo, ancorché con lentezza. 

Iain Stewart, leader del team d’investimento multi-asset Bny Mellon Global Real Return Fund, la pensa così: «Potremmo essere diretti verso un modello di pianificazione simile a quello cinese, in cui le autorità monetarie sono costrette a farsi carico in prima persona di stimolare la crescita delle economie sottostanti e della domanda». Siamo quindi di fronte a un paradosso: «Per decenni gli economisti e gli studiosi hanno atteso il momento in cui la globalizzazione avrebbe indotto la Cina ad adottare un’allocazione dei capitali in stile Occidentale, guidata cioè dal libero mercato. Ma gli eventi hanno preso una piega insolita, e potrebbe verificarsi esattamente l’opposto». Questo perché «ormai viviamo in un mondo alla rovescia, generato dagli interventi sempre più invasivi delle autorità economiche e monetarie. Le politiche non convenzionali adottate negli ultimi anni potrebbero avere una conseguenza inattesa: indurre i governi a imprimere una direzione arbitraria ai flussi di credito privato nell’economia». 

E poi l’accusa finale: «Sin dai tempi della crisi finanziaria, si è fatto ricorso a politiche monetarie accomodanti e non ortodosse per generare ricchezza, stimolare le economie sottostanti, aumentare le aspettative sull’inflazione e normalizzare i tassi d’interesse. La realtà dei fatti dimostra che né i prezzi degli attivi, né tantomeno l’attività monetaria si sono normalizzati. I livelli di rischio sono rimasti alti, così come le valutazioni dei titoli finanziari, mentre l’economia reale (su base globale) continua a languire. Inoltre, quasi tutte le agenzie e le Banche centrali continuano a rivedere al ribasso le aspettative sulla crescita, l’inflazione e i tassi d’interesse». Qui, nella vecchia Europa, quando apriremo gli occhi? Come vedete, la debolezza indotta del dollaro sa dirci molto di più, se sappiamo ascoltarla. 

 



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