Banche / UniCredit, un gioco del cerino da 27 miliardi

UniCredit è ai minimi storici in Borsa dopoa aver bruciato due terzi di capitalizzazione. Il mercato preme per un cambiamento, ma il vertice resiste e di difende. di NICOLA BERTI

13.06.2016 - Nicola Berti
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Il gergo anglosassone – fra politica e affari – lo chiama blame game: il gioco delle accuse reciproche, dello scaricabarile, “del cerino”. Un gioco tipicamente pesante, “sporco”, se di mezzo non ci sono le strilla di portinaie e ragazzini per un vetro rotto da una pallonata. Di mezzo, attorno a UniCredit, primo gruppo bancario italiano e unico paneuropeo, ci sono invece 27 miliardi di euro: tanto ha Borsa ha bruciato nella capitalizzazione negli ultimi undici mesi. Un “taglio di capelli” che sfiora ormai i due terzi, dopo gli ennesimi tonfi della scorsa settimana. Venerdì l’ennesimo ruzzolone (-6,3%) a 2,38 euro: il minimo storico dall’ultima ricapitalizzazione (inizio 2012).

Aumento di capitale. Ecco “l’accusa” principale che i mercati muovono da tempo a UniCredit: quella di essersi chiuso nell’angolo della necessità di chiedere agli azionisti nuovo patrimonio (da 5 a 9 miliardi è la “forchetta” delle stime, ma non ne mancano di più preoccupate). “I nostri coefficienti patrimoniali sono a posto”, ha ripetuto pochi giorni fa in un’intervista il presidente Giuseppe Vita. Nei fatti lo sono al limite inferiore dei parametri fissati dalla Bce: per di più UniCredit è l’unica banca italiana inserita fra le cosiddette global Sifi, le banche “a rischio sistemico, troppo grandi per fallire”. Su di esse la nuove supervisione europea – di concerto con Fmi e altre authority internazionali – ha stabilito parametri rinforzati. Altri giganti – in Europa primo fra tutti lo spagnolo Bbva – hanno consapevolmente scelto di ridurre la loro scala per vedere attenuati i vincoli patrimoniali “Sifi”. Ma Vita ha chiuso a revisioni strategiche: “La vocazione di UniCredit resta paneuropea e non cambiera neppure con l’arrivo del nuovo amministratore delegato”.

La scelta di sostituire Federico Ghizzoni, maturata in termini molto faticosi all’interno del cda lo scorso 20 maggio, è il segno plastico del duro blame game in corso in piazza Gae Aulenti. Ghizzoni è dimissionario, ma ancora formalmente in carica. Il presidente – non escludendo che Ad uscente e consiglio possano assumere decisioni rilevanti anche prima della nomina del nuovo Ceo – ha manifestato dubbi neppure troppo velati sulla decisione di rimuovere Ghizzoni: decisione dietro le quali c’è comunque la robusta diatriba “da 27 miliardi”, che ha colpito indistintamente tutti gli azionisti di UniCredit (da quelli rappresentati in cda come Al Aabar, Allianz o Fondazione Crt o gruppo Caltagirone), ai grandi istituzionali (come Blackrock o Fondazione Cariverona) e ai soci individuali. Ghizzoni è stato spinto verso la porta d’uscita dalla pressione di questi 27 miliardi e il nuovo Ceo – chiunque sarà e quando arriverà – avrà una sola mission, maledetta e subito: recuperare almeno in parte questa “bruciatura”, al netto dell’aumento di capitale che ormai quasi più nessun analista considera inevitabile.

Non è più evitabile da quando UniCredit, a fine marzo, ha improvvisamente “rinculato” dall’impegno a garantire la ricapitalizzazione da 1,5 miliardi della Popolare di Vicenza. L’apocalisse più recente del sistema bancario italiano (che passa sotto il nome di fondo Atlante) è cominciata lì: dal soccorso “di sistema” che 67 fra banche, fondazioni e assicurazioni italiane (assieme a Cdp) hanno dovuto portare in fretta a Popolare Vicenza, perché UniCredit non è riuscito a “vendere” l’aumento della Popolare sui mercati e perché non era neppure in grado di accollarsi un largo inoptato (pena lo sforamento dei coefficienti patrimoniali di vigilanza).

Neppure su questo versante il vertice UniCredit accetta però di prestare il fianco: la linea difensiva tratteggiata da Vita – ma al centro anche di altri articoli di stampa di questi giorni – è attestata sul versante legale. In breve: UniCredit lo scorso settembre aveva assunto solo un pre-impegno contrattuale con la popolare di Vicenza. Quando “l’ora X” dell’aumento si è approssimata e il mercato ha mostrato tutta la sua freddezza, in estrema sintesi, Unicredit non avrebbe fatto altro che avvalersi di una clausola contrattuale. Niente debolezza patrimoniale, niente errori manageriali, niente di cui il vertice UniCredit debba rendere conto al mercato.

Ancora una volta: tutto sarebbe l’esito di una lettura distorta da parte dei mercati, in parte alimentata dai media, certamente influenzata dalla pressione regolamentare della Bce e dalla cattiva nomea corrente del sistema bancario.

Il braccio di ferro sembra destinato a continuare a lungo. Per Vita durerà almeno due mesi e verterà sulla scelta del nuovo capo-azienda. Sarà curioso vedere se i mercati saranno d’accordo: sui tempi e sul nome del gioco.

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