BANCHE E BORSA/ Chi paga il conto della malapolitica creditizia di Renzi

- Nicola Berti

Un’altra giornata-no per i titoli bancari in  Borsa: dal Banco Popolare a Unicredit, la crisi si estende. Ed emergono le responsabilità della politica creditizia del govenro. NICOLA BERTI

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Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Ancora una volta Piazza Affari ha perso terreno (-1,2%) zavorrata dai suoi titoli bancari. Per due indiscrezioni molto verosimili, che hanno orientato la seduta fin dall’apertura. La prima è stata in realtà l’aver messo nero su bianco – da parte di un quotidiano – quanto il corso degli eventi e soprattutto il buon senso suggerivano già da molte settimane: le quattro banche “risolte” a fine novembre e non rivendute entro la prima scadenza del 30 aprile (Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti) difficilmente lo saranno entro il nuovo termine concesso dalla Ue (30 settembre) se non al prezzo di consistenti minusvalenze. E queste saranno a carico dell’intero sistema bancario che – pro-quota – ha finanziato il salvataggio d’emergenza decretato dal Governo lo scorso 22 novembre. Di qui, fra l’altro, il nuovo minimo storico al listino per UniCredit, travagliato nella sua governance e nei suoi equilibri patrimoniali per non essersi fatto carico del salvataggio della Popolare di Vicenza; ma niente affatto immune dell’onerosissimo finanziamento delle risoluzioni.

Anche un’altra grande banca italiana – il Banco Popolare – ha continuato ieri la sua caduta libera: -67% da inizio anno, poco sopra i 4 euro. E’ stata la seconda “quasi notizia” di ieri: l’aumento di capitale da 1 miliardo che verrà quasi sicuramente lanciato domani dal cda e sarà offerto da lunedì in Borsa, sarà con tutta probabilità very low cost (3 euro). Neppure questa è una vera sorpresa: fin da quanco il Banco – a metà marzo – ha accettato il diktat della Bce pur di proseguire nel fidanzamento di fusione con la Bpm – ordine del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan – era tutto chiaro. L’ammissione delle forti difficoltà di bilancio sul versante delle sofferenze creditizie non è stata diversa dalle due rese “gemelle” di Popolare di Vicenza (da due giorni) e di Veneto Banca (salvate da Atlante, altra pesante donazione di sangue  da parte delle altre banche, fondazioni, assicurazioni, Cdp, ecc.). Entrambe le Popolari si sono presentate infine al mercato senza più un brandello di tela addosso: proponendosi a dieci centesimi, dieci nuove azioni un caffé. Ma lo stesso UniCredit, prima banca italiana,  non sembra ormai da meno: è di ieri sera il surreale annuncio dell’ingaggio di una società di “cacciatori di teste” per reclutare con tutta calma il successore del Ceo Federico Ghizzoni.

Il denominatore comune di tutte queste crisi non è la miscela di recessione e austerity ancora lamentata l’altro giorno dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. E neppure la durezza – forse discriminatoria – delle nuove regole europee sui dissesti bancari. E nemmeno le scelte “imprudenti” o addirittura “fraudolente” di banchieri del passato remolto o prossimo, che Visco ha richiamato anche nelle Considerazioni Finali: difendensosi nuovamente a stento dalle accuse dirette di cattiva vigilanza fino a che questa è stata di competenza di via Nazionale. No, il collante venefico della crisi “di sistema” (tutt’altro che alle spalle, nonostante l’ostentato ottimismo post-Bankitalia di molto commentatori) non è nell’indistinto passato che il premier in carica ormai da un paio d’anni attende di rottamare definitivamente.

La politica creditizia che ha condotto alla giornata di ieri – ennesima fra banche e Borsa – è stato tutta concepita e realizzata sotto il suo regno. Dal caso Etruria (a proposito: a chi erano intestati i crediti venduti poche ore prima della risoluzione all’ex membro italiano dell’esecutivo Bce Lorenzo Bini Smaghi?) agli sbalzi “bipolari” delle Popolari in Borsa; dalla lunga rimozione delle crisi delle due Popolari del Nordest al tira-e-molla sulla riforma del Credito cooperativo; dal feeling partigiano con Intesa Sanpaolo e con l’Acri alle sopracciglia inarcate della stampa internazionale su Atlante; dalla diffidenza con Mediobanca; dalle intemerate “alla greca” contro la Ue rigorista alla delegittimazione della Banca d’Italia.

Il Sussidiario già prima di Natale aveva avvertito che quasi tutto sembrava non andare nel crisis management delle banche italiane: anzitutto nella cabina unica di regia del renzismo. Pasqua è passata da un pezzo: oggi è un a festività laica di inizio estate. Ma per le banche italiane è sempre il 22 novembre 2015. Con tutto il tempo perso o mal speso prima; e quello bruciato dopo. E il conto lo pagano tutti i risparmiatori italiani.

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