FINANZA E BREXIT/ Deaglio: all’Italia “costano” di più le sanzioni alla Russia

- int. Mario Deaglio

Per MARIO DEAGLIO, la Brexit è sicuramente meno importante delle sanzioni approvate contro la Russia, in quanto quest’ultima ha un interscambio molto maggiore con l’Italia 

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Il Parlamento britannico

«Per l’economia italiana le sanzioni appena rinnovate alla Russia produrranno effetti negativi molto più pesanti della Brexit». È la previsione di Mario Deaglio, professore di Economia internazionale all’Università degli Studi di Torino. Il Consiglio europeo ha cominciato a discutere gli effetti della vittoria dei “Leave” al referendum britannico. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato: “L’ora è grave, ma io sono allergico alle incertezze. Vorrei che la Gran Bretagna rispettasse la volontà del popolo britannico senza nascondersi dietro a giochi a porte chiuse”.

Quali sono i rischi reali legati alla Brexit per l’economia e la finanza europee?

Le conseguenze per l’economia reale saranno molto meno forti di quanto si pensi, almeno nel breve periodo. Nei prossimi sei mesi non se ne risentirà in modo diretto: è possibile che una parte degli investimenti sia rinviata, ma sicuramente non ci saranno ostacoli ai commerci. Sia il Regno Unito, sia l’Ue sono legati da accordi internazionali, e non si possono certo cambiare le tariffe per “dispetto” senza pagarne le conseguenze. Più in là nel tempo ci potrebbero essere degli sviluppi soprattutto per quanto riguarda l’Iva.

L’Italia in particolare subirà un prezzo pesante per questa uscita?

Per un Paese come il nostro la Brexit è sicuramente meno importante delle sanzioni approvate contro la Russia, in quanto quest’ultima ha un interscambio molto maggiore sia con l’Italia che con la Germania. Se poi con il tempo l’economia britannica andasse realmente in crisi, a pagarne il conto sarebbero anche le esportazioni tedesche e francesi. La crescita di Berlino e Parigi potrebbe riuscirne leggermente indebolita, e quindi Germania e Francia a loro volta comprerebbero di meno dall’Italia.

Se si crea un’instabilità sulle Borse, l’Italia può andare incontro a un’altra estate di turbolenza legata stavolta alle banche?

Le banche italiane soffrono complessivamente meno di quelle di altri Paesi avanzati, in particolare delle banche tedesche. Chiunque vuole convincersene, guardi il grafico delle quotazioni di Deutsche Bank e osserverà una caduta senza fine negli ultimi quattro anni, con un calo da 50 a 11.

Può esserci un effetto domino anche sulle banche italiane?

Le difficoltà di Deutsche Bank, che è la più grande banca del continente, possono trasmettersi al resto del sistema. Per il momento non ci sono avvisaglie in questo senso, ma qualsiasi banca europea in questo momento ha stilato una “watchlist” di partner potenzialmente difficili. I rischi vengono dai titoli anomali, cioè costruiti ad hoc e poi messi in portafoglio. Il problema non è quindi incentrato sulle debolezze bancarie italiane, che per il momento sono limitate e molto circoscritte.

Lei come valuta il modo in cui Juncker e la Merkel stanno gestendo la Brexit?

Prima occorre chiarire bene i termini in cui la Brexit avverrà. Il paradosso è che la Gran Bretagna non ha una Costituzione scritta: il referendum quindi non è chiaramente normato. Storicamente all’esito di un referendum è sempre corrisposta una validazione da parte del Parlamento. Se in questo caso la Camera inglese non validasse l’esito del voto, quello che potrebbe accadere è ancora molto incerto. Per il momento quindi il referendum è un fatto interno inglese, non ancora trasformato in legge. Ora il governo inglese dovrà richiedere in modo formale di applicare l’articolo 50 e iniziare le trattative per l’uscita dall’Ue.

 

Quali decisioni saranno prese nel corso del Consiglio Ue?

Il Consiglio dei ministri Uepotrebbe decidere che i finanziamenti ai progetti inglesi siano sospesi, in attesa che la Gran Bretagna chiarisca la sua posizione. Se si arrivasse a un’uscita ufficiale, non si erogherebbe più un centesimo perché i britannici non sarebbero più “soci” del club europeo. Il Regno Unito in particolare partecipa a moltissimi progetti di ricerca scientifica finanziati dall’Ue con la clausola della multinazionalità, cioè con la partecipazione di università di Paesi diversi. A questo punto sarebbe molto complicato sospendere i finanziamenti per tutti questi progetti, e bisognerà quindi valutare caso per caso. Per esempiom si potrebbe costituire una commissione che senta gli interessati e si informi sullo stato di attuazione dei singoli progetti.

 

(Pietro Vernizzi)

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