SPY FINANZA/ La “palla di neve” in arrivo per il prezzo del petrolio

- Mauro Bottarelli

Dopo la riunione dell’Opec le prospettive sul prezzo del petrolio non sono delle migliori. Per MAURO BOTTARELLI vi sono infatti diversi elementi che spingono al ribasso del greggio

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Non state a sentire quello che dicono telegiornali e quotidiani autorevoli: la riunione di giovedì a Vienna ha sancito la morte dell’Opec. Il cartello dei Paesi produttori di petrolio, di fatto la holding saudita del ricatto energetico, non solo è diviso più che mai al suo interno, ma ha pagato a caro prezzo proprio l’azzardo di Ryad nel rincorrere gli Stati Uniti dello shale oil lungo la strada della sovra-produzione a fronte di prezzi in calo. Tanto che l’altro giorno il governo saudita ha ammesso che quest’anno cercherà di finanziarsi sul mercato obbligazionario sovrano per circa 15 miliardi di dollari, una cosa che non succedeva da decenni e che ci fa capire quale sia la reale situazione del deficit dei sauditi. 

E questa, lo dico chiaramente, è una buona notizia, ma anche uno sviluppo pericoloso: quando Ryad vede nero è pronta a tutto e i civili yemeniti se sanno qualcosa. Tanto più che a sancire la fine dell’Opec è stato il nemico storico dell’Arabia, quell’Iran che ancora prima che iniziasse la riunione si era premurato di smontare le aspettative rialziste del mercato nel giro di poche ore. «Non sono d’accordo sull’introduzione di un limite di produzione collettivo – aveva affermato senza mezzi termini il ministro iraniano, Bijan Zanganeh -. Senza quote individuali non avrebbe senso». Tanto più che Teheran ha le idee chiare su quanto le spetterebbe:?il 14,5% della produzione totale dell’Opec, percentuale che agli attuali livelli estrattivi significherebbe la bellezza di 4,7 milioni di barili al giorno, contro gli attuali 3,5 che l’Iran sta estraendo. Una concessione davvero impossibile da parte degli altri membri dell’Organizzazione, i quali infatti hanno preferito accantonare la questione, spedendo di nuovo al ribasso le quotazioni, dopo l’arrivo in area 50 dollari dei giorni scorsi. 

E a confermare questa diarchia ci ha pensato il saudita Khaled Al Falih, rompendo il silenzio che aveva osservato alla vigilia del vertice nel disperato tentativo di difendere il ruolo dell’Opec:?«Un’Opec nuova, che sarà in grado di fare molto più che discutere, ma che deve sapersi reinventare individuando quale meccanismo riesca meglio a servire i suoi interessi. d oggi, un tetto di produzione forse sarebbe stato prematuro, anche perché?per il momento il mercato sta lavorando per noi». Insomma, il nulla. Corroborato dall’assurda iniziativa di voler diversificare le proprie fonti di produzione aprendo alle rinnovabili, solare ed eolico: a volte la disperazione si sostanzia in maniera ironica, visto che me li vedo proprio i sauditi che ricattano il mondo a colpi di pale e pannelli. Tanto più che la soglia dei 50 dollari al barile per gli esperti del Financial Times è la peggiore possibile: non è un prezzo abbastanza alto da permettere alle economie petrolifere di evitare la crisi, con tutte le sue conseguenze politiche e geostrategiche, e non è abbastanza basso da costringere i Paesi produttori a mettere da parte i contrasti e allearsi. 

«L’evoluzione del mercato è positiva – ha spiegato il ministro del petrolio del Venezuela, Eulogio Del Pino, facendo riferimento alla ripresa delle quotazioni -. La decisione è stata presa considerando anche la rivalità tra Arabia Saudita e Iran, ma per il mercato del greggio il peggio è passato». Per Bin Saleh, ministro per il petrolio del Qatar, «c’è consenso sul fatto che i fondamentali del mercato stanno migliorando e non ci sono pressioni sull’Opec per pensare di influenzare domanda o offerta. Tuttavia, il crollo dei prezzi dei due anni passati ha portato con sé una mancanza di investimenti senza precedenti. Serve un prezzo equo per continuare a investire in progetti petroliferi». 

Unica decisione presa dal consiglio dell’Opec è stata la nomina del nigeriano Mohammed Barkindo a nuovo segretario generale (era favorito assieme all’indonesiano Mahendra Siregar e al venezuelano Ali Rodriguez) e ha deciso di reintegrare il Gabon come membro a pieno diritto, dopo più di vent’anni di assenza. Barkindo succede al libico Abdallah el-Badri, in carica dal 2007 e sarà operativo dal primo agosto per un periodo di tre anni: un tempismo perfetto, visto che da una settimana nel Delta del Niger stanno saltando pipeline come tappi di champagne a Capodanno, visto che i ribelli ex Mend hanno deciso di colpire il business del petrolio per far pressione sul governo affinché non tagli i sussidi ricattatori di cui godono dopo la prima campagna di attentati del 2009. 

Ma al di là delle chiacchiere dell’Opec, ci sono i fatti. Primo, il calo del greggio ai minimi storici ha fatto lievitare, nel giro di soli 12 mesi, i debiti netti delle 15 principali compagnie petrolifere occidentali di ben 97 miliardi a 383 miliardi di dollari (al 31 marzo scorso). È quanto riportava tre giorni fa il Financial Times, sottolineando che questo trend potrebbe determinare un taglio di posti di lavoro e di investimenti così come una riduzione dei dividendi e la realizzazione di possibili operazioni difensive di fusioni e acquisizioni. Un ruolo significativo nell’incremento dei debiti è stato giocato da Royal Dutch Shell, che ha sborsato 19 miliardi di dollari cash per rilevare l’anno scorso Bg Group ma anche le passività nette di ExxonMobil sono lievitate in 12 mesi da 27,6 a 38,3 miliardi e quelle di BP da 24,6 a 30,6. Non solo, argomentava il quotidiano londinese, l’aumento dei debiti e le aspettative sempre più basse per i prezzi del greggio hanno portato anche ai downgrade da parte delle agenzie di rating: Exxon, per esempio, il mese scorso ha perso la prestigiosa tripla A di Standard & Poor’s. «Il mini barile è un grosso problema e non solo per le piccole compagnie petrolifere», ha sottolineato Jason Bloom, direttore della ricerca sulle commodity per Invesco PowerShares. 

Altro tema, poi, è quello dei dividendi, che molti gruppi petroliferi si sono impegnati a mantenere elevati nel tempo, a dispetto del consistente deprezzamento del greggio. «In questo caso, per mantenere le promesse bisognerà tagliare sugli investimenti», fa notare l’economista Philip Verleger. Secondo e più importante, la messe di petrolio e carburante stoccata off-shore su enormi petroliere al largo di Singapore che ora si riverserà sul mercato a prezzi stracciati perché la politica del contango non è più profittevole. Guardate queste due cartine, la prima ci mostra la quantità enorme di supertanker presenti al largo di Singapore solo dieci giorni fa, mentre la seconda è di giovedì: sono tutte in movimento, attraccate ne sono rimaste soltanto quattro. 

Lo stoccaggio in mare, infatti, è profittevole quando i prezzi per la consegna futura di petrolio sono più alti di quelli del mercato spot, una struttura di business denominata appunto contango, visto che quel differenziale di prezzo è sufficiente a coprire i costi del noleggio dei tankers e garantire comunque un margine. Ora, però, con i futures sul contango a 1 anno per il Brent collassati da 7,60 dollari al barile a solo 4 dollari, ben al di sotto del livello di 10 dollari che i traders ritengono attrattivo per operare lo stoccaggio off-shore, il contango porta perdite e lo stesso accade per le quotazioni spot, ovvero per il prezzo del petrolio. Il costo per noleggiare un giorno una cosiddetta Vlcc (Very Large Crude Carrier) capace di contenere fino a 2 milioni di barili è di 40mila dollari, quindi capite da soli che il contango si sta trasformando rapidamente da business a bagno di sangue. Quella logica, infatti, funziona solo a fronte di un aumento continuo e sostenibile dei prezzi, un rally reale: oggi non è così e ciò che ci attende è il ritorno a terra – quindi, di fatto, sul mercato a qualsiasi condizione – di oltre 200 milioni di barili che erano fino a dieci giorni fa stoccati off-shore

Ma se l’effetto del “nuovo” petrolio che arriverà sul mercato lo patiremo da luglio in poi, quello relativo alla benzina è già in atto: come vi ho detto, davanti a Singapore e la Malaysia ci sono soltanto quattro super-tankers carichi di carburante, visto che il rimanente è stato spostato a terra per essere venduto a sconto o stoccato on-shore a prezzi più bassi che in mare. E chi stava operando non erano piccoli brokers o gruppi di medio livello, ma giganti come Statoil, Total, Vitol, Gunvor e Unipec, il braccio commerciale della raffineria di Stato cinese Sinopec: tutto carburante che ora arriverà sul mercato in cerca di vendita o di stoccaggio che non comporti le cifre astronomiche, rispetto al prezzo futures, del noleggio di supertankers, le quali possono stoccare normalmente tra le 55mila e le 75mila tonnellate di benzina. E il perché di questo off-load così aggressivo del carburante è dato anche da scadenze finanziarie che partiranno da luglio, momento nel quale la curva del prezzo per consegna futura del mercato della benzina andrà nella cosiddetta backwardation, ovvero prezzi per consegna futura più bassi di quelli spot immediati. 

Insomma, la saturazione è totale nel comparto e non sarà certo il non decisionismo dell’Opec a cambiare le cose, tanto più che a fronte di Arabia e Iran che pompano a livelli record, lo stesso sta accadendo anche in Russia e potrebbe presto ricominciare negli Stati Uniti, visto che sopra i 45 dollari estrarre torna profittevole per molti impianti nel giacimento di Bakken. Insomma, prepariamoci a rivedere il petrolio in area 30-35 dollari in tempi brevi: e con tutto quel debito accumulato dei produttori, comincerà la tensione sul comparto obbligazionario energetico e anche sull’azionario, dove ancora oggi si viaggia su multipli di utile per azione a 12 mesi da clinica psichiatrica. 

Se parte un ciclo di default, anche tra piccoli produttori, l’effetto palla di neve che diventa valanga è molto più che probabile. 

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