SPY FINANZA/ La guerra tra poveri pronta per l’Europa

- Mauro Bottarelli

Negli Stati Uniti, come in Giappone e in Europa, non si vedono segnali positivi per l’occupazione, nonostante dei numeri definiti incoraggianti. Di MAURO BOTTARELLI

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Una ripresa inarrestabile. Oppure no? Venerdì è uscito il dato, tanto atteso, sui posti di lavoro creati a maggio nei settori di industria e servizi negli Stati Uniti: com’è andata? Molto deludente, a dir poco, visto che a fronte di un’aspettativa da parte del consenso di 160mila nuovi posti di lavoro creati, il dato effettivo è stato di 38mila posti. Dati impietosi quelli del Dipartimento del Lavoro Usa, il quale ha inoltre reso noto che sempre a maggio il tasso di disoccupazione è sceso tuttavia al 4,7%, meglio del 5% atteso: c’è da festeggiare? No, perché il tasso di partecipazione è in calo al 62,6%. Ovvero, a maggio qualcosa come 664mila persone sono uscite dal computo della forza lavoro Usa, toccando il massimo storico di 94,7 milioni di americani, a cui se uniamo i disoccupati ufficiali raggiungiamo il livello record di 102 milioni di persone che o non hanno un lavoro o hanno smesso di cercarlo. 

Male anche il dato sui nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli di aprile, che è stato rivisto al ribasso a +123mila da +160mila unità e quello di marzo a +186mila da +208mila. La retribuzione media oraria è invece salita in linea con il consenso dello 0,2% mensile, a 25,6 dollari. Ma c’è di più, perché come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, ad aprile e maggio negli Usa sono spariti 312mila posti a tempo pieno e indeterminato, mentre sono stati creati 118mila posti di lavoro part-time. Mentre il secondo grafico ci mostra come dal dicembre 2014 la straordinaria ripresa economica obamiana, irrorata dai triliardi di denaro a pioggia della Fed, abbia creato 455mila posti di lavoro da barista o cameriere e, contemporaneamente, ne abbia persi 10mila nella manifattura. Ma Wall Street è ai massimi. 

Tutto male, quindi? Sì, per i lavoratori Usa, ma non per la Fed, la quale ora ha una scusa meravigliosa per rimandare almeno all’autunno la pantomima del rialzo dei tassi di interesse. Di fronte a dati così deludenti, infatti, il mercato sta abbandonando l’ipotesi di un aumento a giugno, rimettendo in discussione anche l’eventualità di un rialzo a luglio. Non a caso, il cambio euro/dollaro venerdì è salito da 1,1144 a 1,1291, ma il cross sta puntando dritto verso quota 1,13, questo nonostante il bazooka monetario della Bce. Dopo numeri così sorprendentemente deludenti, è quindi praticamente impossibile aspettarsi una stretta monetaria da parte della Fed nel breve periodo, anche alla luce dei rischi connessi all’imminente referendum sulla Brexit. 

Ma quando si parla di lavoro non contano solo i freddi numeri, ma anche la qualità e le dinamiche che lo regolano e ci fanno capire dove stiamo andando. Un recente studio compiuto dalla Reputation Leaders per conto dell’agenzia di lavoro interinale Manpower Group a livello mondiale, presenta infatti dei dati inquietanti. Ad esempio, il 12% dei cosiddetti millennials, ovvero chi oggi ha tra i 20 e i 34 anni in ogni parte del mondo, è convinto che non andrà mai in pensione e dovrà lavorare fino alla morte. In Giappone questa percentuale sale addirittura al 37%, mentre in Cina siamo al 18%, in Usa, Italia e nel Regno Unito al 12% fino al 3% della Spagna. 

Il sondaggio ha preso in esame 19mila millennials con un posto di lavoro in 25 differenti nazioni e lo ha fatto partendo proprio da un dato che riguarda l’America, visto che a febbraio il Bureau of Labor Statistics statunitense ha reso noto che negli Usa il 18,9% degli over 65 sta ancora lavorando. Parlando del dato giapponese, Mireya Solis, responsabile per il Giappone al Brookings Institution, influente think tank con base a Washington, ritiene che «si sono verificati cambiamenti molto drastici nella società, tali da portare un alto grado di incertezza tra i millennials. Basti vedere il calo del tasso di risparmio a livello nazionale, le prospettive occupazionali e il dato demografico del netto invecchiamento della popolazione, una variabile che impatterà sul sistema di sicurezza nazionale, tutti fattori che portano la gente a lavorare più a lungo». 

E se a livello globale, il 32% degli uomini e il 66% delle donne intende prendere un periodo di pausa lavorativa dopo la nascita di un figlio, lo scorso anno in Giappone un deputato è stato linciato politicamente per averlo soltanto proposto. A livello di ore lavorate alla settimana, però, i millennials giapponesi sono a quota 46, meno delle 52 medie dell’India, delle 48 del Messico e poco più delle 45 ore settimanali negli Usa. E tornando all’America da cui siamo partiti, il sondaggio rivela che soltanto il 3% dei millennials è impiegato nella cosiddetta gig economy, ovvero lavori basati sull’outsourcing o sul lavoro da casa, come ad esempio guidare un’automobile per Uber od operare da freelance per TaskRabbit, mentre la maggioranza ha lavori a tempo pieno, ma il 35% di loro si è detto pronto ad accettare un lavoro part-time in futuro e il 41% potrebbe considerare l’ipotesi di mettersi in proprio. 

E cosa chiedono al loro lavoro i millennials Usa? I tre criteri principali di scelta sono salario, sicurezza e benefits. Avidità? No, un sistema malato nelle sue basi, visto che nel 2014 un laureato che usciva dal college aveva una media di 28.950 dollari di debito scolastico da onorare. Ma se l’America può essere il paradigma di cosa sia il lavoro oggi, nella fase post-Lehman e post-industriale, anche l’Europa paga un conto alle nuove dinamiche, un conto sociale che con il passare del tempo rischia di diventare davvero salato. 

Venerdì scorso la Bundesbank tedesca ha tagliato le stime di crescita e di inflazione della Germania per il 2016 e 2017: la previsione sul Pil di quest’anno è stata limata a 1,7% da 1,8% atteso in precedenza e quella sul Pil del 2017 è stata tagliata a 1,4% da 1,7%, mentre per il 2018 la Bundesbank vede una crescita dell’1,6%. Drastico il ribasso sulle stime di inflazione che per quest’anno è vista ad appena lo 0,2% contro l’1,1% atteso in precedenza, mentre la proiezione per il 2017 è stata abbassata a 1,5% dal 2% e per il 2018 ci si attende un aumento dell’1,7%. 

Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha sottolineato che il fattore trainante è la «domanda interna che si va rafforzando grazie alle condizioni favorevoli del mercato del lavoro e dalla crescita dei redditi». Ma come cresce il lavoro in Germania? Anzi, come crescerà, a fronte delle sfide sociali? A parte l’abuso di cosiddetti mini-jobs, lavori da poche ore settimanali e 400 euro al mese, nel silenzio generale della stampa autorevole, la Germania il 25 maggio scorso ha presentato la sua nuova “Legge sull’integrazione” dopo una due giorni di riunione del governo nel castello di Schloss Meseberg, a nord di Berlino. Definita una «pietra miliare» da Angela Merkel e «uno scostamento paradigmatico per la Germania» dal vice-cancelliere socialista, Sigmar Gabriel, la legge si basa sul concetto di “supporto e domanda” (Fördern und Fordern) e ha come prima finalità la regolamentazione di diritti e doveri per i richiedenti asilo che giungono nel Paese, i quali verranno incoraggiati a imparare il tedesco per potere trovare un lavoro e garantirsi un reddito con cui poter vivere. 

Il governo è partecipante attivo al processo di integrazione e i capisaldi saranno sei. I più interessanti, per il tema che stiamo trattando sono il terzo e il quarto. Eccoli: relativamente ai programmi di lavoro, il governo creerà 100mila posti di lavoro a basso salario (1 euro l’ora) e il migrante che si rifiuti vedrà immediatamente tagliati tutti i benefit di cui gode, mentre in base al quarto, la legislazione sul lavoro tedesca verrà ammorbidita in modo da consentire alle aziende di assumere i rifugiati, questo anche se cittadini tedeschi o europei meglio qualificati facessero domanda per la posizione in esame. 

Guerra tra poveri e svalutazione interna, ecco la ricetta occupazionale della vecchia Europa, la quale vive sospesa tra residui disfunzionali di economia sociale di mercato e finanziarizzazione, con quest’ultima che ormai sta livellando al ribasso ogni possibile rivendicazione, mentre gli strascichi della prima si sostanziano sempre più spesso in incrostazioni di redditività di posizione e clientelismo sindacale. 

 

(1- continua)

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