MPS/ La “traccia giusta” per il salvataggio

- Giuseppe Pennisi

Per Mps e altre banche si sta predisponendo una rete di salvataggio. Inutile, secondo GIUSEPPE PENNISI, se non si trova la risposta a domande molto profonde sul sistema bancario

Mps_Montepaschi_PortarcoR439
Monte dei Paschi di Siena, Lapresse

Mps. Scrivo da Siena non perché sto facendo un’inchiesta sulle ultime vicende del Monte dei Paschi (Mps), ma in quanto, da melomane, sono all’inaugurazione del Chigiana International Festival (iniziativa tra le più antiche e le più preziose di musica, nata molti decenni or sono e sempre supportata da Mps). C’è, tuttavia, un nesso tra la crisi bancaria, i problemi specifici di Mps e il raffinato Festival.

Alcuni colleghi hanno messo in rilievo come la crisi delle banche italiane parta da lontano; dalla iattanza con cui esponenti del sistema bancario, degli organi di controllo e della politica hanno risposto alla prima parte della crisi finanziaria iniziata nel 2008, vantando il sistema bancario italiano come il “più solido del mondo”. Non so quanti di loro siano andati a Messa la XIV Domenica di Tempo Ordinario, quando il tema delle letture e del Vangelo è l’umiltà come virtù dei forti.

Non soltanto non siamo stati umili, ma gli organi di vigilanza e controllo, gli organi di gestione delle banche e la stessa politica non si sono resi conto di quello che stava bollendo in pentola. I manager bancari si attribuivano prebende tra le più alte al mondo e se alle minacce di tempesta se ne andavano riuscivano a farsi concedere liquidazioni da Mille e una notte. Pure istituti antichi e vigilati dalla Banca centrale europea riuscivano a mettere pezze sui loro pantaloni pieni di rattoppi.

Una delle determinanti – si è detto – sono state le riorganizzazioni effettuate a partire della seconda metà degli anni Ottanta, quando oltre 500 istituti sono stati raggruppati in cinque “poli”, mantenendo, però, sostanzialmente inalterati quelli di interesse locale, più prossimi ai territori da dove veniva la raccolta e dove facevano investimenti. Una scelta logica che, da un lato, teneva conto della sempre più marcata internazionalizzazione dei mercati e dall’altro delle esigenze dei territori. Allora – si è scritto – sono state prese decisioni errate nella scelta dei management e la vigilanza ha perso battute anche a ragione della nascita dell’unione monetaria europea.

Credo si debba andare più lontano. Nel 1993, dopo un quarto di secolo di ricerche empiriche in Italia, Robert Putman, a lungo preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Harvard, pubblicò un libro fondamentale “Making Democracy Work: Civic Tradition in Modern Italy” (Princeton University Press). La sua intenzione iniziale era studiare perché nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta Regioni tutte con statuti più o meno identici funzionassero in modo così differente. Seguendo il metodo dello storico dell’economia, nonché Premio Nobel, John Douglas North, individuò la determinante principale nelle divergenze di “capitale sociale”, da intendersi come rispetto e fiducia reciproca, ricerca di costruzione comune, collaborazione e solidarietà all’interno della comunità. Molto forte nell’Italia centrale e settentrionale (dove il sistema bancario è nato nel Rinascimento ed è fiorito per secoli) e molto debole nel Mezzogiorno e nelle Isole.

Si deve andare più lontano non solo perché numerosi istituti sono nella aree individuate “ad alto capitale sociale”, ma perché nei prossimi giorni (in ogni caso entro il 29 luglio , data in cui verranno pubblicati gli stress test sul sistema bancario redatto dalle istituzioni Ue) si troverà un accordo per due ordini di determinanti. In primo luogo, ci sono dubbi interpretativi sull’articolo 32 delle regole europee sui dissesti bancari: è in atto sulla rete un animato dibattito tra giuristi. Tali dubbi possono essere risolti da una sentenza della Corte di giustizia europa, ma nessuno può aspettare il tempo che richiede una vertenza del genere. Inoltre, gli Stati del Nord Europa e, quel che più conta, la Germania temono che il dissesto della banche italiane abbia la conseguenza di tracimare la neonata (e zoppicante) unione bancaria europea, con ricadute che potrebbero essere disastrose sull’intera eurozona (ove non su quel-che-resta-dell’Ue).

Oggi gli occhi sono tutti puntati sul compromesso in costruzione per permettere aiuti di stato (più o meno mascherati) e impedire, con il tracollo di Mps e delle sue sorelle, danni molto seri alla costruzione europea. I mercati lo annusavano già alla chiusura di venerdì 8 luglio. Sarà un accordo temporaneo giustificato da circostanze eccezionali. Ma probabilmente destinato a durare a lungo. Tuttavia, il dibattito degli ultimi giorni su come architettarlo sfiora solo la superficie.

La domanda di fondo è come abbiamo disperso il “capitale sociale” rilevato da Putman e come possiamo cercare di ricostruirlo. A domande di questo genere vengono date risposte semplicistiche, quali quelle che pongono l’accento sulle vere o presunte scorribande dei “politici”, senza tenere presente che “politici” e “tecnici” sono parte della stessa classe dirigente a cui i primi e i secondi accedono per sistemi di selezione molto simili. Ci dobbiamo porre interrogativi più profondi: come mai nelle stesse aree dove per secoli c’è stato il “capitale sociale” più virtuoso, e le banche più sane d’Europa, da qualche lustro imperversa il vizio annidatosi proprio negli istituti di credito? Una volta risposto a queste domande si sarà sul piede di partenza per individuare antidoti e cure.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori