SPY FINANZA/ Usa, il “disastro” targato Obama

- Mauro Bottarelli

Le notizie e i dati economici provenienti dagli Stati Uniti non sono certo confortanti. Per MAURO BOTTARELLI il Presidente Obama è tra i responsabili di questa situazione

Obama_AmericaR439
Barack Obama (Lapresse)

Nel fine settimana ho cercato di informarmi meglio su quanto sta accadendo negli Stati Uniti e l’ho fatto nell’unico modo che ritengo giusto: seguendo i media di quel Paese attraverso Internet. La mia non è solo sfiducia per quanto riportano i nostri media (pensare a come Giovanna Botteri ha raccontato finora la primarie per il Tg3 già dice tutto), ma consapevolezza che, come nell’Impero romano, gli Usa mandano all’esterno, verso le colonie, un messaggio univoco e standardizzato, ma al loro interno, esattamente come nel Senato di Roma, dibattono. E ferocemente. Sentendo i toni di alcuni commentatori delle principali emittenti a stelle e strisce, mi è tornata in mente la frase che scrisse Lance Morrow sul Time, subito dopo l’11 settembre, in un editoriale dal titolo The Case for Rage and Retribution. Eccola: «Per una volta evitiamo la fatua retorica sulla guarigione. Un giorno non può vivere la sua infamia senza il nutrimento della rabbia. Dobbiamo avere rabbia. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una furia unitaria e unificante in stile Pearl Harbour, un’indignazione spietata che non scompare in una settimana o due». 

Rabbia. Anche Oriana Fallaci utilizzò quella parola come centro e motore immobile della sua crociata post-11 settembre, ma la cosa fondamentale è l’aggettivazione di quella rabbia che utilizzò Morrow: unitaria e unificante. E cos’ha detto, tra le altre cose, Barack Obama durante la conferenza stampa tenuta a Varsavia sabato, prima partire per la Spagna e poi tornare negli Usa? «L’America non è un Paese così diviso». E invece cosa ha detto Donald Trump: «Questo Paese è troppo diviso». La chiave è questa: unire il Paese. 

Il 1 giugno, quindi prima di questa escalation di violenza, sempre sul Time era stato Jeff Kluger a mettere il dito nella piaga con un articolo dal titolo America’s anger is out of control, nel quale sottolineava due cose: questa rabbia incontrollata non riguarda solo le elezioni, ma tutta la società e i suoi ambiti. E, secondo, un ritorno alla ragione è possibile. Come? «Se ogni incidente offensivo, ingiusto o insultante si trasforma in un sussulto di furia altamente fruttuosa che finisce dritta nell’amigdala del cervello, cosa ci rimarrà quando ci sarà una vera e giusta ragione per ribellarci infuriati? E questi momenti importanti a volte succedono». Insomma, per Kluger ormai l’odio è qualcosa di moda, un trivializzazzione della rabbia che diventa fashion, ma perde del suo vero valore e di intensità morale e umana. 

È una società disfunzionale quella che vede la gente arrabbiarsi per troppe cose, non una società unita: insomma, Kluger sembra farci capire che serve della sana “furia americana in stile Pearl Harbour” per unificare il Paese e sterilizzarlo da troppe diatribe inutili, figlie della confusione, in primis dell’establishment. Serve un altro 11 settembre per far tornare uniti gli americani? O, più inquietante: dobbiamo aspettarci un altro 11 settembre da qui al voto presidenziale in autunno? Giudizi come quelli di Kluger sembrano preconizzare qualche cosa, ma ovviamente è soltanto una tensione intellettuale, non certo un messaggio in codice. 

Più serio, invece, è ciò che ha detto alla Cnn, Michael Smerconish, parlando appunto della rabbia degli elettori e del tenore della campagna elettorale: «Gli elettori sono forse matti come cavalli? Gli elettori, molti di loro repubblicani, hanno un peso eccessivo in politica. La rabbia che minaccia Washington e che è basata su questioni di parte sta andando in metastasi. Ora è giunto il momento di riprendere il controllo del dibattito politico. Ricordate, quando Howard Beale chiese agli americani di gridare all’esterno che erano matti come cavalli, molti lo seguirono. Ora è giunto il tempo per il resto di noi di chiudere le finestre a quegli urli». Insomma, uno dei principali commentatori della Cnn chiede al popolo americano di “chiudere le finestre”, ovvero di non ascoltare, di ignorare la sempre montante rabbia. 

Entrambe le tesi, quella di Kluger e quella di Smerconish, ci mostrano cosa stia realmente accadendo in America: per la prima volta in molti anni, l’establishment – politico, mediatico, delle lobbies – è davvero spaventato. Quanto avviene non è moda o travaso emozionale, è rabbia per troppe cose che non vanno. Una in testa: i cittadini americani non riconoscono più l’America. Sempre meno libertà individuale e sempre più potere federale e governativo. Morte della classe media e gap sempre più ampio tra Wall Street e Main Street. Le proteste di queste ore sono solo un sintomo di una malattia più grande e grave, a cui non si è capaci di dare risposte. Perché questo comporterebbe dover fare i conti con il fatto che due mandati del primo presidente nero degli Usa hanno trasformato gli stessi in un Paese mai così diviso e con i neri mai così arrabbiati e delusi. E dove andrebbe a finire la retorica obamiama sparsa a piene mani in tutto il globo? Che fine farebbe lo Yes, we can? Cosa suggerisce di fatto Smerconish? Tacitare il dissenso in nome di un supposto buon senso? Non vi ricorda qualcosa? 

A me sì. Ricorda l’editoriale pubblicato il 28 giugno scorso su Foreign Policy, autorevole rivista di relazioni internazionali statunitense, da James Traub e dedicato all’esito del referendum sul Brexit, il cui titolo diceva già tutto: It’s time for the elites to rise up against the ignorant masses. In parole povere, una delle riviste liberal più influenti, chiede alle elites politiche del mondo di cominciare a ribellarsi alle masse ignoranti, esattamente come Smerconish chiede di “chiudere le finestre”. È un mondo pericoloso quello che prefigurano, ma è un mondo che ha semi già germogliati, basti ricordare la polemica anti-anziani seguita proprio al voto sul Brexit: i vecchi hanno rubato il futuro ai giovani era la tesi sposata da molti illuminati commentatori, alcuni dei quali prefiguravano quasi una sorta di limitazione del suffragio universale, non per censo ma per educazione ed età. Il lato deteriore del cosmopolitismo della cosiddetta “generazione” Erasmus comincia ad andare in cortocircuito con la realtà e sarà il bastione di Orione delle elites che fanno riferimento ai Traub e agli Smercornish: dove sono infatti i giovani in questa America in rivolta? 

Erano ai comizi di Bernie Sanders, perché lo vedevano come il faro di quelle avanguardie illuminate di socialismo purificatore, ma ora sono spariti. Ci sono tra i neri che scendono in strada ma non sono altrove: la rabbia americana è quella degli over 50, della classe media che ha vissuto magari non il sogno, ma l’opportunità americana e ora non la vede più, spazzata via da Lehman Brothers, da banchieri avidi e politici corrotti o incapaci. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra come il dato occupazionale record di venerdì scorso, se scomposto per fascia di età, regali una prospettiva differente: il 90% di tutti i posti di lavoro creati a giugno è andato a cittadini over 55. Il perché è semplice: è gente troppo giovane per la pensione, ma che aveva perso il suo lavoro, quindi accetta qualsiasi condizioni per poter maturare ciò che manca e uscire dal mondo del lavoro con un minimo previdenziale per campare. 

Da un recente studio dell’America’s Research Group si è scoperto che circa 26 milioni di americani sono troppo poveri per poter fare acquisti, si tratta infatti di persone che devono fare due, tre lavori contemporaneamente per portare a casa circa 27mila dollari l’anno, il tutto dovendo mantenere da due a quattro figli. Il presidente dell’istituto demoscopico, Britt Beemer, in un’intervista al New York Post, ha così raccontato lo studio: «Dapprima abbiamo cominciato a tracciare dati di circa 15mila persone per determinare se avessero completato lo shopping natalizio nel 2014. Durante quell’anno, il numero era del 21%. ma recentemente è arrivato al 29%. Da qui abbiamo deciso di analizzare ulteriormente i dati e abbiamo visto che l’America sta conoscendo un sempre crescente numero di suoi cittadini che sono semplicemente troppo poveri per poter fare acquisti. Gli americani più poveri hanno smesso del tutto di fare shopping che non sia legato alle necessità primarie. Fa paura quando cominci a vedere cose che non avevi mai visto prima, la gente non è mai stata così pessimista rispetto al suo futuro». 

Di più, stando a uno studio di inizio anno e rilanciato da The Atlantic, quasi il 50% degli americani non è in grado di affrontare una spesa inaspettata di 400 dollari per una visita medica senza chiedere aiuto ad amici o parenti: significa che due terzi degli statunitensi non ha risparmi e vive di debito o credito al consumo. Ecco l’America post-Lehman che Obama ha permesso che arrivasse agli estremi, coccolando Wall Street tramite la Fed e facendo finta che tutto andasse bene, perché c’era la famosa ripresa e la Borsa era ai massimi. 

Non ci credete? Trovate il mio giudizio ingeneroso? Bene, guardate il secondo grafico: nel primo trimestre di quest’anno il Pil Usa è cresciuto dell’1,1% su base annua e sapete quale voce ha pesato di più in termini di crescita economica, ben il 58,4% del totale o 26 miliardi di dollari? Le spese obbligatorie legate al programma sanitario Obamacare, quello che sta vedendo i prezzi delle assicurazioni sanitarie salire alle stelle in tutti gli Stati e che vede sempre più americani rinunciare a curarsi, perché impossibilitati a livello economico. È questa America contro cui il buon James Traub vuole che le elities si ribellino e che Michael Smercornish vuole chiudere fuori dalla finestra. L’America che non scende in strada, che non si scontra con la polizia e che non spacca vetrine. Ma di cui, come dice il Vangelo di Mateo, bisogna temere l’ira. Implacabile. 

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori