POVERTÀ RECORD/ Una “polveriera” figlia di austerità e tecnocrati

- Sergio Luciano

L’Istat ha fatto sapere che in Italia il numero di persone che versano in povertà assoluta ha raggiunto un livello record dal 2005. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Non è colpa di Matteo Renzi se in Italia – parola dell’Istat – dal 2005 non si contavano tanti poveri come oggi. Se in undici anni siamo peggiorati così. Non è colpa del premier, perché anche il peggioramento dei dati tra il 2014 e il 2015 è sostanzialmente “l’onda lunga” dei problemi economici precedenti, tali per cui le famiglie di quattro componenti (una coppia con due figli) in gravi difficoltà economiche sono passate dal 6,7% al 9,5% del totale. Non è colpa di Renzi neanche che in Italia, dunque, in due anni, su circa 10 milioni di minori, quelli in stato di indigenza siano passati da 723mila a 1 milione e 434mila. La crisi sociale in atto nasce nel passato, negli errori del passato.

Però una colpa Renzi ce l’ha: averla minimizzata, questa crisi, dissimulata a fini propagandistici, enfatizzando la svolta e il cambiamento di verso, pensando forse che in economia le profezie si autoavverano (baggianata) e che quindi dire che l’Italia era ormai fuori dalla crisi significava indurla a uscirne. Macché. Ed è forse colpa di Renzi anche non aver investito al meglio le pur notevoli risorse che – tra gli 80 euro e gli incentivi alle assunzioni (unico pezzo efficace ancorché effimero del Jobs Act) – ha messo in campo. Ma qualsiasi processo è sterile, di fronte alla drammaticità dei dati. Probabilmente nessuno avrebbe saputo far di meglio.

Certo che l’analisi dell’Istat – valorosamente immune da qualsiasi opportunismo servilista verso lo “storytelling” roseo del momento – dà i brividi e insieme dà, meritoriamente, un nome alla sensazione che si prova guardandosi attorno nelle grandi città italiane e in tutto il Sud e constatando ciò che si mostra come un’esplosione di disuguaglianza e povertà. Quelli che si trovano in “povertà assoluta”, cioè nella “incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza”, come mangiare proteine tutti i giorni, comprare libri o giochi per i bambini e farli studiare sono drammaticamente aumentati. E molte famiglie languono in un limbo di indigenza che impedisce loro qualsiasi spesa eccedente la sussistenza: non possono fare sport, fare gite, studiare alle scuole superiori, concedersi un cinema. Una polveriera sociale.

Com’è stato possibile? L’ha ben spiegato il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz in una recente intervista a L’Espresso, esaminando l’esplosione delle disuguaglianze nel suo Paese, gli Usa, che sono pur sempre il paese-guida del mondo. E spiegando la crisi da disuguaglianza e povertà nei paesi ex-ricchi come effetto collaterale della globalizzazione: “Che ha fatto uscire dalla povertà milioni di individui in alcuni grandi Paesi un tempo poverissimi, come India o Cina, dove però a fronte di piccoli progressi dei più, ristrette minoranza si sono enormemente arricchite; ma in alcuni Paesi sviluppati il fenomeno della deindustrializzazione ha portato a un abbassamento dei salari e dunque a nuova disuguaglianza”.

Infine Stiglitz – una vera “Cassandra” del fallimento capitalista dei nostri giorni – ha staffilato severamente le politiche di austerità dell’Unione europea: “Sono disastrose. Creano disoccupazione e la mancanza di lavoro produce altra disuguaglianza. La disoccupazione deprime i salari e chi è senza lavoro ha bisogno di servizi sociali che però vengono diminuiti. L’austerità è una condanna a morte per i più poveri. È preoccupante sentire il capo della Bce Mario Draghi affermare, come ha fatto con il Financial Times, la necessità di tagli al sistema del welfare europeo. Non si può usare la crisi per imporre un’agenda politica. Ed è anche sbagliato: ritorno a parlare della Scandinavia dove il sistema del welfare non ha subito tagli, le tasse sono più alte che nel resto dell’Ue, la crescita continua e la disoccupazione è più bassa. Anche la Germania che non ha toccato lo Stato sociale va meglio. Spiegatemi, quale sarebbe la relazione positiva tra tagli al welfare e risoluzione della crisi?”.

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