BANCHE E POLITICA/ L’ultimatum pronto per l’Italia

- Giuseppe Pennisi

Le banche italiane non sono in un momento facile e il Governo non può attendere molto prima di prendere interventi anche sul debito pubblico, spiega GIUSEPPE PENNISI

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Nella conferenza stampa che ha fatto seguito alla sessione del Consiglio della Banca centrale europea del 21 luglio, il Presidente Draghi ha dedicato più tempo e attenzione del solito al problema dei crediti deteriorati del settore bancario italiano. Ha anche fatto trapelare che in base alla normativa europea vigente la Commissione europea può, in casi eccezionali, consentire deroghe alle regole sugli aiuti di Stato e della direttiva sui dissesti bancari al fine di limitare il bail-in agli azionisti ed evitare la partecipazione all’eventuale riassetto da parte dei detentori di obbligazioni subordinate.

Ha fatto un riferimento specifico (poco notato dalla stampa italiana) al fatto che in Italia manca una normativa su sofferenze, incagli e altro tipo di crediti deteriorati: si è operato nella logica del “caso-per-caso” (a volte – ma Draghi, pur facendolo intendere, non lo ha detto – senza esplicitare i criteri e dando una mano agli “amici”). Ciò crea senza dubbio un problema a istituzioni internazionali pur volenterose di aiutare l’Italia a uscire dei pasticci, perché non esiste, nel Bel Paese, un quadro di riferimento chiaro, equo, trasparente e tale da non dare adito a illazioni su prassi particolaristico-clientelari.

Draghi ha omesso di fare riferimento a un paradosso che appare chiaro dalla tabella che vedete a fondo pagina: la banche italiane sono quelle con maggiori ricavi per cliente (962 euro nel 2015 rispetto ai 754 del Benelux, ai 569 della Spagna e ai 552 della Germania); nonostante ciò, sono seconde solo all’Irlanda in termini di crediti deteriorati sul totale dei crediti (16,7% rispetto al 21,5% della Irlanda e all’1,1% della Svezia). In termini assoluti, com’è noto (anzi notorio), l’ammontare di crediti deteriorati dell’Italia è pari a tre volte la media europea.

Questi indicatori sono un duro atto di accusa nei confronti degli amministratori e dei manager degli istituti italiani. Un alto funzionario della Commissione sottolinea che di fronte a questi indicatori chi ha gestito le banche con tanti crediti deteriorati non dovrebbe ricevere laute liquidazioni ma “avvisi di garanzia” per reati che potrebbero portarli ad anni di galera e forti risarcimenti dei danni.

Lasciamo questi aspetti alla Procura della Repubblica. Nessuno, o quasi, ha sollevato il rinvio alla Commissione Ue per quella che si potrebbe intendere competenza della Bce. Non solo deroghe o applicazioni estensive alla regole sulla concorrenza e sui dissesti bancari sono competenza della Ce, e non della Bce, ma c’è un nodo di fondo: il nesso tra crediti deteriorati e interventi pubblici di salvataggio, da un lato, e la finanza pubblica e la crescita, da un altro. Ciò consiglierebbe di attendere la Legge di bilancio. Ma nell’attesa Mps e altri istituti potrebbero andare a gambe all’aria.

In gergo, chi ha studiato un po’ di economia chiama tale nesso il doom loop, ovvero la compenetrazione viziosa dei rischi tra sistema bancario e finanza pubblica, alimentata dai canali dell’esposizione di titoli sovrani e dalla crescita dei deficit (e debiti) pubblici gonfiati dai salvataggi bancari. Dal 2008 a oggi il doom loop ha caratterizzato Paesi che pur avevano le finanze pubbliche in ordine e un livello di debito relativamente basso rispetto al Pil; si pensi ai casi di Irlanda e Spagna.

A Bruxelles, ai nutrono dubbi e perplessità sull’Italia. dato che nei guai sono le banche di un Paese il cui debito pubblico è oltre il 130% del Pil e il raggiungimento dell’equilibrio strutturale di bilancio un bersaglio mobile (secondo la legge costituzionale rafforzata del 2012 si sarebbe dovuto raggiungere nel 2014, ora si parla del 2017). Inoltre, dopo le elezioni amministrative, il Governo appare fragile; ancora più debole lo mostrano i sondaggi degli esiti di un referendum trasformato in plebiscito.

Soprattutto, nonostante al suo insediamento il Governo abbia indicato la crescita come obiettivo prioritario, non ha né ridotto tasse e sprechi (come si sta muovendo sulle 8000 partecipate del “capitalismo municipale” è indicatore di poco coraggio nei confronti di enti spesso solo clientelari), né aumentato l’investimento pubblico (ormai in rapporto al Pil al minimo storico dalla nascita della Repubblica), né fatto nulla per incoraggiare quello privato. Ergo, nell’Ue siamo secondi solo alla Grecia in termini di bassa crescita economica. E chi si deve esprimere al referendum/plebiscito ne è consapevole.

In questo quadro sei docenti della School of European Political Economy (Carlo Bastasin, Lorenzo Bini Smaghi, Marcello Messori, Stefano Micossi, Fabrizio Saccomanni, e Gianni Toniolo) hanno rivolto e diffuso on line un appello alle forze politiche per un “compromesso storico” interno mirato a stabilizzare e ridurre lo stock di debito pubblico “per porlo su un percorso sostenibile”, nonché a aggiungere l’equilibrio di bilancio, chiunque sia al Governo nei prossimi anni. Il “compromesso storico” interno rafforzerebbe la credibilità dell’Italia e agevolerebbe un accordo con le autorità europee. Forze delle opposizioni hanno risposto all’appello. Sinora, il Governo ha taciuto. E a Bruxelles lo si sa. La Legge di bilancio lo forzerà a esprimersi.

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