BANCHE E POLITICA/ Mps, Deutsche Bank e il “tragico spettacolo” in attesa degli stress test

- Sergio Luciano

Venerdì verranno resi noti i risultati degli stress test sulle banche europee. Quelle italiane, Mps in particolare, restano nel ciclone. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Monte dei Paschi di Siena (Foto: LaPresse)

Siamo nelle mani di nessuno. Gli stessi funzionari che sei anni fa definirono sane le banche irlandesi poi fallite, o florida la Dexia che invece andò in default, per non parlare degli errori del 2014 su Deutsche Bank e sullo stesso Mps, insomma: i funzionari dell’European banking autorithy (Eba) e della Bce hanno nelle loro mani, le mani di nessuno per l’appunto, le sorti dei mercati finanziari e di alcune grandi banche.

Ma è probabile che nel giro di tre-quattro giorni lo psicodramma in atto sui mercati a carico del Montepaschi e delle banche italiane in genere si sgonfi, rivelandosi per quel che è: una colossale manovra speculativa. Si sgonfi grazie alle trattativa italiane, stressate (queste sì!) fino allo stremo per poi usarne i risultati a vantaggio di tutti. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire perché.

Quegli inutili stress test – Come predica inascoltato da anni uno degli economisti italiani più esperti in fatto di banche e banche centrali, come Donato Masciandaro della Bocconi, gli stress-test sono un termometro rotto, tanto più dopo quello stress vero che è stato la Brexit. Andrebbe buttato e invece detta legge. E si sa che tra pochi giorni i cinque istituti italiani (su 51 europei) oggetto degli stress test in corso di conclusione – cioè Intesa, Ubi, Unicredit, Banco Popolare e Mps – avranno i seguenti voti: promossi senza rilievi Intesa e Ubi, richiesta di aumento di capitale attorno agli 8 miliardi per Unicredit, manovra molto più pesante per tagliare le sofferenze di 27 miliardi lordi per Mps. Banco Popolare non pervenuta.

Inutile dire che l’inarrestabile eurocrazia ignora olimpicamente le tante voci avverse agli stress test emerse in Europa negli ultimi anni: figuriamoci quelle italiane. Di qui l’ineluttabile necessità di accettarne i verdetti. Di qui anche l’emergenza Mps, più grave di quella di Unicredit che invece il mercato considera, con questa ennesima trasfusione di quattrini, finalmente a posto (giudizio peraltro già dato due volte negli ultimi anni, senza ragione: speriamo questa sia la volta buona).

Ma quando gli stress test avranno certificato che il Monte deve smaltire sofferenze, chi ne comprerà questi crediti-ciofeca? Si sta preparando alla bisogna Atlante 2, il nuovo fondo pseudo-privato (perché avrà in pancia 500 milioni della Cassa depositi e prestiti e altrettanti, incredibile a dirsi, delle Casse previdenziali private, che sono tali solo a parole perché prendono ordine dal governo, mentre dovrebbero garantire pensioni tranquille e vanno a rischiare i loro patrimoni per ragion di Stato) che sta allestendo Questio Sgr, la società di gestione del risparmio guidata da Alessandro Penati e benedetta da Giuseppe Guzzetti. Una soluzione di mercato, dunque?

Il salvagente – Sissignore. Ma c’è, manco a dirlo, una “quaestio”: e va detto, meno male che c’è questa questione. L’ha ben spiegato Enrico Morando, viceministro dell’Economia, parlando in pubblico – in realtà, cinquanta persone infreddolite – l’altro giorno a Courmayeur per uno di quei festival estivi funestati dal cattivo tempo. Secondo il consigliere di Renzi, ovvero l’anello mancante tra il premier e il ministro Padoan, che notoriamente risponde più alle istituzioni internazionali che a palazzo Chigi – entro questa settimana verrà varato l’accordo europeo che permetterà agli Stati di prestare garanzia di ultima istanza alle istituzioni private che rilevino le sofferenze bancarie: sono i famosi 150 miliardi di euro di “ammortizzatori” di cui si è parlato qualche giorno fa sui giornali di tutta Europa e che sembravano nuovamente inabissati.

“L’eccesso delle sofferenze va affrontato”, ha spiegato Morando, “abbiamo varato alcune norme valide, ora c’è ancora un problema da risolvere in sede europea. Io considero giusto il bail-in, quando lo Stato deve intervenire per salvare una banca, devono esserci perdite per i titolari di quella gestione, cioè appunto il bail-in… Ma occorre una transizione protetta dal vecchio regime a questo nuovo. E in sede comunitaria c’è stata finora troppa rigidità sulle regole di questa transizione. Sono convinto però che entro il 29 ne verremo a capo. Si tratta di fare in modo che l’economia privata dia una risposta ai problemi esistenti, senza soldi pubblici: ma se il mercato non ha la certezza che, in caso di difficoltà estrema, lo Stato può intervenire, c’è pericolo che nessun privato rischi i suoi soldi. Poi però, dando questa certezza più psicologica che altro al mercato, lo si lascia fare, non ci sarà nessun bisogno di ricorrere agli Stati perché il mercato risolverà da solo”. 

Lo zampino della Deutsche Bank – Come si vede, un approccio tra il gattopardesco e lo psicanalistico: come peraltro spesso è giusto avere in economia. Tradotte e riportate allo specifico, le parole di Morando significano che se il fondo Atlante 2 investirà, come pare si prepari a fare, 5 miliardi di euro per comprare (indebitandosi per altrettanti) una ventina di miliardi di sofferenze da Montepaschi e poi, andandole a vendere sul mercato, non recupererà i soldi spesi più gli interessi promessi (il 6%!) a chi glieli ha dati, comprese le Casse previdenziali, anziché saltare come salterebbe un fondo qualunque che avesse investito male in una qualunque azienda privata, verrebbe aiutato dalla garanzia statale. Quindi privati, ma privati soprattutto del rischio d’impresa: meno male, sarà gattopardesco ma funziona.

E se funziona, se cioè Bruxelles farà passare il pastrocchio, è probabilmente per un fatto di cui ora soltanto si sospetta: che cioè questo delle sofferenze bancarie, problema esploso in Italia, covi sotto la cenere degli stress test anche per molte altre delle 51 banche sotto esame. Ed ecco che l’Italia per l’ennesima volta viene usata, strattonata per la collottola, dalle autorità europee per scaricarle addosso la responsabilità politico-morale di asseriti lassismi che faranno poi assai comodo a tutti. In realtà, questa interpretazione è già più che un sospetto: dietro c’è lo zampino della Deutsche Bank, un tempo prima e potentissima banca tedesca, oggi prima nel marciume, oppressa non tanto dalle sofferenze sui crediti (anche) ma soprattutto da una zavorra di titoli derivati invendibili. 

La Germania che, nei mesi in cui il governo Monti si gingillava con la beata idea che le banche italiane fossero immuni dalla crisi, ha pompato nelle casse delle sue 240 miliardi di euro di aiuti pubblici, non è ancora a posto perché appunto la sua Deutsche (e una pletora di banchette locali) sono ancora piene di buchi. E quindi è ben lieta di dar la colpa all’Italia di una beneficiata pubblica di cui ha bisogno come dell’aria.

Il futuro – La variante ingestibile e imprevedibile di questa situazione restano le prospettive industriali future dell’intero comparto. Con una miopia superiore persino a quella rivelata dall’inconsistente editoriale europea, i banchieri non hanno preparato alcunché contro l’ineluttabile “disruption” che le tecnologie stanno scaricando sui loro conti economici. Spiazzati dall’azzeramento del costo del denaro che li priva dei margini d’interesse su cui lucravano oro da decenni senza muovere un ciglio e oppressi dai costi enormi delle reti di filiali fisiche piene di gente che non ha più nulla da fare, disintermediata dalle banche on-line, e con nuovi agguerritissimi concorrenti alle porte, tipo Google, i banchieri non sanno più come fare utili, anzi addirittura come fare fatturato. 

Questo il mercato lo sa: per cui, sofferenze o non sofferenze, garanzie statali o non garanzie statali, penalizza i titoli bancari. Un comparto che non tornerà mai più ai livelli di valore di dieci anni fa. E che subirà nei prossimi dieci una feroce ristrutturazione. Lo spettacolo, tragico, è appena cominciato.

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