RIPRESA?/ Sapelli: “smontiamo” l’Europa per evitare un’altra recessione

Per GIULIO SAPELLI, la crisi colpisce ovunque, dall’America Latina alla Cina, dall’Australia agli Stati Uniti: se vogliamo evitare di esserne travolti bisogna smontare l’Europa

26.07.2016 - int. Giulio Sapelli
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Lapresse

«La stagnazione secolare è cominciata a livello mondiale e colpisce ovunque, dall’America Latina alla Cina, dall’Australia agli Stati Uniti. Se vogliamo evitare di esserne travolti bisogna smontare l’Europa, a partire dal Fiscal compact e dalla regola del 3%». Lo sottolinea Giulio Sapelli, professore di Storia economica all’Università degli Studi di Milano. Venerdì l’Istat ha pubblicato l’ennesimo dato negativo: negli ultimi tre mesi il fatturato dell’industria è diminuito dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,4% per il mercato interno e -0,1% per quello estero), mentre gli ordinativi registrano il -3,1%. Il terzo dato preoccupante in tre giorni dopo che giovedì il Centro Studi di Confindustria aveva rilevato una produzione industriale in calo nel secondo trimestre e mercoledì l’Fmi aveva rivisto al ribasso le stime sul Pil italiano. Anche il ministro Padoan ha dovuto dichiarare dal G-20 di Chengdu che il Governo è pronto a rivedere le stime sulla crescita del Pil. Secondo Gustavo Piga, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, “la ripresina attuale rischia di diventare una parentesi prima di una nuova crisi, la terza in otto anni”.

Professor Sapelli, stiamo andando verso la terza recessione in otto anni?

Io sono d’accordo con il professor Gustavo Piga, che ha sollevato la questione su queste pagine. Ho sempre sostenuto che la ripresa era fatta di piccoli rimbalzi, in quanto l’ascensore aveva smesso di scendere: adesso mi sembra che cominci di nuovo ad andare verso il basso. Ciò sta avvenendo per tre ragioni di fondo.

Quali?

In primo luogo, perché c’è un arretramento del commercio mondiale già da diversi anni. In parte non ce ne accorgiamo perché ci sono alcuni progetti in controtendenza grazie alla capacità di spesa della Cina.

Qual è la tendenza a livello mondiale?

Di fatto a livello mondiale c’è una recessione per quanto riguarda l’interscambio, che si riflette nella fine della spinta al commercio multilaterale. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) non si riuscirà a fare. Questo anche perché la stagnazione secolare è cominciata e tutti ricorrono a misure protezionistiche.

Quali sono le altre cause di questa recessione?

La seconda causa è il Fiscal compact. Senza spesa pubblica non solo non si salvano le banche, ma non ci può essere neppure la ripresa. Lo documenta il fatto che gli investimenti privati sono crollati. In terzo luogo, ci sono dei problemi di fondo tipicamente italiani.

A che cosa si riferisce?

I nostri salari sono tra i più bassi al mondo, la domanda interna non c’è, la percentuale della popolazione attiva è la più bassa in Europa, per non parlare poi dei problemi del Mezzogiorno. Siamo al punto che Federmeccanica non vuole riaprire il confronto sul contratto dei metalmeccanici, perché vuole concedere gli aumenti solo ai lavoratori al di sotto dei minimi tabellari.

Di che cosa è segno questo fatto?

È il segno della cecità di una grande organizzazione industriale come Federmeccanica. Se l’economia non cresce non è solo colpa del governo Renzi, ma anche del mondo industriale, impropriamente chiamato imprenditoriale, che non investe e non capisce che l’aumento della massa salariale costringerebbe le sue fabbriche a modernizzarsi e soprattutto aumenterebbe la massa di domanda.

 

Questa nuova recessione riguarda solo l’Europa?

Niente affatto, è una crisi mondiale. Per rendersene conto basta vedere quanto sta avvenendo in America Latina: si sono fermati Brasile, Colombia, Perù e Messico. Lo stesso sta avvenendo in Cina, l’India ha ancora un po’ di capacità produttiva inespressa, ma addirittura l’Australia, che non ha avuto recessione per 24 anni, adesso comincia a preoccuparsi.

 

E gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti sono sostenuti da politiche inflattive, ma anche lì la crisi è ormai lampante nonostante non emerga da un’analisi superficiale. Nelle statistiche americane sulla disoccupazione anche chi lavora un’ora al giorno è considerato come occupato. Non a caso a votare per Donald Trump sono proprio i bianchi poveri, perché c’è una povertà spaventosa.

 

L’Italia quindi non è l’unico Paese a essere messo male?

L’Italia è debole, ma nello stesso tempo ha ancora dei meccanismi anti-crisi. Innanzitutto abbiamo un grande risparmio delle famiglie, le case di proprietà, la famiglia allargata, un sistema di solidarietà gestito dalla Chiesa cattolica. Tutto però è affidato al buon cuore, non certo all’intervento dello Stato o delle aziende.

 

Che cosa possiamo fare per fermare la terza recessione?

Bisogna smontare l’Europa, a partire dal Fiscal compact e dalla regola del 3%. Servono libertà di debito e di deficit, occorre aumentare i salari, e soprattutto riformare profondamente le banche e controllare l’afflusso di capitali. Negli Stati Uniti di recente c’è stata una sentenza contro alcuni top manager bancari: gli Usa a modo loro lottano contro le speculazioni finanziarie. Bisogna riformare profondamente la finanza e dividere la banche d’affari da quelle commerciali, e non limitarsi a queste “mini-riforme” che non sono servite a niente.

 

Di quali altre riforme c’è bisogno?

Bisogna defiscalizzare chi mette i soldi nell’impresa, in modo da ovviare al fatto che nella Borsa italiana non affluiscono capitali perché non sono premiati. C’è tutta una serie di riforme che non costano nulla e che incentiverebbero quel poco di capitale che ancora esiste a indirizzarsi verso industria e finanza.

 

(Pietro Vernizzi)

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