SPILLO/ Italia, l’addio degli Agnelli svela come ci vuole “l’eurocrazia”

- Sergio Luciano

Exor, la nota holding della famiglia Agnelli, dice addio all’Italia e trasferisce la sede in Olanda, dove pagherà le relative tasse. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Sergio Marchionne e John Elkann (Lapresse)

Provate a immaginare, solo per un momento, se Silvio Berlusconi, che ormai da cinque anni è fuori dalla politica, avesse pensato a trasferire in Gran Bretagna o in Olanda le sedi fiscali di Fininvest e Mediaset: sarebbe successo il finimondo. Pare di sentirlo, ad esempio, Massimo D’Alema: “Diciamo che è evasione fiscale legalizzata, diciamo”, avrebbe come minimo dichiarato. E Grillo avrebbe sbraitato: “La mummia imbalsamata si toglie le bende e si svela evasore”. E Renzi? 

Già: cosa avrebbe detto Renzi? E cosa ne dice del fatto che la sua benamata Fca, che già qualche anno fa aveva trasferito in Gran Bretagna la sede fiscale, oggi esporta in un “paradiso tributario” europeo, dove si paga la metà delle tasse sulle società, anche la holding del gruppo, quella su cui la famiglia Agnelli intasca i dividendi? Tutta la consonanza sbandierata tra lui e Sergio Marchionne, che di queste operazioni non è solo il mallevadore ma anche il coartefice dov’è andata a finire?

“In Italia voterei Renzi”, ha “endorsato” nel marzo scorso il manager impulloverato, parlando a prudente distanza dal bel suol natio, cioè da Chicago. Gli piacciono le riforme, gli piace l’Italia che “cambia verso”. Invece il verso dei grandi capitali, compresi i suoi, non cambia mai: è sempre quello che punta a non pagare dazio. Niente di strano, basta dircelo: i politici non devono fidarsi dei capitalisti. È sana e prudente e insuperabile eterogeneità. Ciascuna categoria cerca solo di usare l’altra per i propri interessi. In questo non c’è niente di male. C’è del male nel fingere che non sia così, ancor peggio è crederci – per vanità, più ancora che per calcolo – come Renzi ha probabilmente creduto a Marchionne.

L’impulloverato non ha oggi interesse a portare fuori Italia anche le fabbriche oltre che gli utili, perché – per fortuna – certi mestieri i suoi dipendenti italiani li sanno fare molto meglio dei colleghi di tanti altri Paesi (ve l’immaginate una Maserati prodotta a Cracovia?) e poi perché trasferire produzioni in essere costa un botto. Ma il giorno che dovesse convenirgli, Marchionne non esiterebbe un istante a farlo, per i soldi.

Poi ai convegni si sfoggiano le lacrimucce patriottiche, ma sono solo chiacchiere. E faccia tesoro, Renzi, di questa lezione imbarazzante che gli arriva dalla cronaca, non si fidi della Confindustria che lo encomia, un governo che si rispetti non lavora “contro” i capitalisti del suo Paese – ci mancherebbe -, ma neanche ci punta, neanche ci crede, neanche tenta di annetterseli, perché sono semmai quelli che prima o poi finiscono per annettersi la politica.

Guardando infine al fattaccio in un’ottica politica, l’insegnamento che se ne trae è solo uno: il crollo della competitività del sistema Paese di cui Renzi non ha alcuna colpa – i danni che ha fatto da quando governa sono rilevanti, ma sono per ora ancora compensati da alcune cose buone – è tale che sembra ai più incolmabile. E tra le tante cause che ha, quella dello “spread” fiscale è la principale.

Al di là delle statistiche, che comunque ci collocano tra i Paesi fiscalmente più esosi, la verità è che in Italia chi paga tutte le tasse (e sono pochi) ne paga da stramazzare. I provvedimenti economici che funzionano sono solo quelli che riducono la pressione su questo o quel comparto: per esempio, gli sgravi all’edilizia, che grazie a essi è stata in lieve ripresa; o quelli al trasporto marittimo, che grazie a essi assume; o il super-ammortamento, che ha fatto ripartire proprio il mercato dell’auto, portando utili a fiumi nelle casse che adesso, per tutto ringraziamento, Marchionne si farà tassare con mano leggera dalla Regina d’Olanda. 

Ci vorrebbe un coraggio da leoni per estendere questo metodo a tutta l’economia nazionale, e bisognerebbe – cosa forse impossibile – piegare le resistenze di Bruxelles, che non ci autorizzerebbe mai perché gradisce che l’Italia resti nell’angolo. Gli eurocrati che ci comandano millantano un auspicio di ripresa del nostro Paese che nella realtà i Paesi concorrenti da cui sono nominati, partner con noi dell’Unione monetaria, non nutrono affatto. Preferiscono di gran lunga quest’Italia in svendita, deindustrializzata e in bolletta che stanno ottenendo, finalmente, a colpi di direttive draconiane, in modo da spazzarla via dai tanti mercati ricchi dove, nel mondo, gli esportatori tedeschi e francesi trovavano (e ancora oggi trovano, sia pur meno) a sbarrargli il passo soltanto imprese italiane…

Del resto, come biasimare gli Agnelli e Marchionne se vanno a pagare le poche tasse che la legge europea consente loro di pagare, per l’appunto, a patto di trasferirsi fiscalmente altrove? Possono essere accusati di aver applicato una legge a loro disposizione? Neanche per idea. Unica eleganza – ma questi forse non sono i tempi – che il Nonno avrebbe usato, ma il Nipote e il Delegato non si sono nemmeno sognati di adottare, sarebbe stata quella di non parlare a vanvera del bello delle riforme italiane, se poi fosse stato altrettanto pronto a prescinderne, senza dargli neanche il tempo di compiersi: ammesso che il governo possa ancora essere considerato in grado di farle.

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