RIFORMA PA/ Tutti i dubbi sui tagli delle società partecipate

- Sergio Luciano

Il Governo prosegue il suo piano per il taglio delle società partecipate dagli enti locali. Un progetto su cui è lecito nutrire diversi dubbi. Ce ne parla SERGIO LUCIANO

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Marianna Madia (Foto LaPresse)

Allora, diciamolo chiaro: se il governo riuscirà a fare la metà di quel che promette il decreto attuativo sul taglio delle società controllate dagli enti locali sarà stato un successo planetario. Quindi è ingeneroso puntare il dito accusatore contro il fatto che questi decreti abbiano moderato la severità dei tagli rispetto al progetto originario: bazzecole, si lascia agli enti locali po’ di discrezionalità di troppo, ma chiudere o accorpare, comunque eliminare, ben 5000 società su 8000 sarebbe davvero un’impresa memorabile, forse la più grande tra quelle che pure il governo Renzi rivendica, al di là dei detrattori. È vero, il premier aveva promesso che di quelle società ne sarebbe rimaste solo 1000, invece ne rimarranno 3000. Ma sarebbe già un trionfo, davvero.

Infatti, le domande da fare sono due, e sono ben altre: riuscirà a fare almeno la metà dei tagli promessi? E se li farà, ne ricaverà vantaggi o guai peggiori, com’è accaduto col taglio delle Provincie e, sia pur negato da tutti, con la trasformazione delle dieci Banche popolari più grandi in società per azioni? O, nella migliore delle ipotesi, non porterà a casa i risparmi auspicati? Ecco le vere questioni aperte.

A remare contro c’è il controllo del territorio che gli enti locali, e i relativi “cacicchi” politici, mantengono fermamente. In particolare il Pd, partito del premier. In particolare in Toscana, regione del premier. Quindi, stavolta, onore al coraggio di voler scuotere le fondamenta del proprio stesso potere. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il voto degli elettori, che si governa localmente.

Proviamo a capire. Il “decreto Madia” dà alle amministrazioni locali sei mesi di tempo per fare una ricognizione delle loro partecipate e varare il piano di razionalizzazione. Prima questione: e se non lo fanno? Non si capisce quali contromisure rischiano di dover subire. E poi: le amministrazioni non dovrebbero già sapere cos’hanno in casa?

Le società da chiudere sono – a norma di decreto – quelle che fatturano meno di 1 milione di euro, facile ritoccare i conti per portarle sopra la soglia. La Corte dei conti potrà valutare eventuali danni erariali connessi con le procedure, diritto escluso dal progetto originario: ora, con questa spada di Damocle sulla testa, quanti saranno i sindaci, gli assessori e i direttori comunali a volersi prendere questo rischio?

Le aziende partecipate che hanno emesso obbligazioni sono esonerate per un anno dalla razionalizzazione: è così difficile emettere obbligazioni, per chi non l’ha fatto? E ancora, 25 società finanziarie regionali sono state estromesse dal taglio: Fira, Sviluppo Basilicata, Fincalabra, Sviluppo Campania, Gruppo Friulia, Lazio Innova, Filse, Finlombarda, Finlombarda Gestione sgr, Finmolise, Finpiemonte, Puglia Sviluppo, Sfirs, Irfis-FinSicilia, Fidi-Toscana, Gepafin, Finaosta, Veneto Sviluppo, Trentino Sviluppo, Ligurcapital, Aosta Factor, Fvs sgr, Friulia Veneto Sviluppo, Sviluppumbria e Sviluppo imprese centro Italia. Sono altrettanti forti nuclei di potere economico: e vabbè. Già erano state escluse Coni servizi, Expo, Arexpo, Invimit, Istituto poligrafico dello Stato, Sogin, Anas, gruppo Gse, Invitalia e Eur. Ciascuna, con le sue controllate. Altri centri lasciati intatti dal decreto.

E l’impatto sociale di questi tagli? Lasciamo perdere i consiglieri d’amministrazione, se vanno a casa gratis amen: ma i dipendenti? Rappresentando essi in moltissimi casi la principale voce di costo delle società destinate alla chiusura, che fine faranno? Se finiranno in mobilità, graveranno sui conti dell’erario. Se verranno riassorbiti nei Comuni proprietari, la riduzione del costo sarà irrisoria.

Quest’ultimo aspetto è cruciale. Anche perché s’incardina col grave precedente – ancora in corso! – delle Provincie. In molti casi, il personale degli enti disciolti, nell’essere assorbito dalle rispettive Regioni, ha ottenuto miglioramenti retributivi perché è andato a condividere l’inquadramento migliore dei nuovi colleghi. Il che paradossalmente significa che in alcune Regioni gli ex-dipendenti provinciali guadagnano, e quindi costano, nettamente più di prima, lavorando meno. Guarda caso, anche stavolta la gestione degli esuberi viene affidata alle Regioni: ci sarà da fidarsi? È encomiabile provarci, lecito diffidare.

Secondo i decreti, se le Regioni non riusciranno a ricollocare gli esuberi nei loro uffici, li passeranno all’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Che per qualche mese dovranno forzatamente attingere a quell’Agenzia per loro esigenze occupazionali. Tradotto: il personale resta in forze allo Stato, ed è giusto: se si mette a licenziare anche lo Stato, siamo fritti. Ma allora, i risparmi?

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