SPY BANCHE/ Coop rosse vs. Mps, si ripete il copione che ha affondato le Popolari del Nordest

- Nicola Berti

La maxi-richiesta danni della Coop Centro Italia – roccaforte della Lega in Umbria – suscita interrogativi e getta ombre sul difficile aumento di capitale deciso a Siena. NICOLA BERTI  

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LaPresse

La clamorosa richiesta di 137 milioni di danni a Mps da parte della Coop Centro Italia difficilmente svaporerà nel caldo ferragostano. Il rischio legale è stato decisivo, poche settimane fa, nel silurare i due aumenti di capitale di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il piano di stabilizzazione varato dal Monte per evitare il bail-in e rispondere alle bocciature di Eba e Bce non presenta uno schema diverso dai progetti originari per le Popolari venete: l’impegno è doppio (fino a 5 miliardi) ed è garantito da Mediobanca e JPMorgan, a capo di un consorzio-monstre.

Anche nel Nordest la garanzia delle ricapitalizzazioni da parte di UniCredit e Intesa Sanpaolo sembrava solida: alla fine, invece, si è dovuto creare in fretta Atlante, per colmare il vuoto lasciato dal mercato. A Vicenza e nel Trevigiano i territori sembravano in grado di mobilitare risorse per reintegrare le perdite delle gestioni precedenti. Per paradosso, i contenziosi con le migliaia di azionisti-debitori delle cosiddette “operazioni baciate” poteva funzionare da incentivo per nuovi investimenti. Non è stato così: migliaia fra gli oltre 200mila soci colpiti dai dissesti delle due banche locali hanno avviato azioni legali e non hanno sottoscritto neppure in minima parte gli aumenti. Non sono mancate proteste di piazza, ma l’assemblea (prima dell’arrivo di Atlante) ha bocciato l’azione di responsabilità verso i vecchi amministratori.

Nessun soggetto del nome e del peso di una Coop Centro Italia ha comunque assunto, finora, iniziative frontali contro le passate gestioni: probabilmente per timore di reazioni da parte delle “nuove Popolari” o di qualche inquirente. Il vecchio Ad di Veneto, Vincenzo Consoli, è stato arrestato solo da pochi giorni (ma dalla Procura di Roma), mentre l’ex presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, resta soltanto indagato a 11 mesi dall’apertura di un fascicolo da parte dei Pm cittadini.

Osservata in filigrana su questo precedente, la mossa di Coop Centro Italia su Mps è tutt’altro che banale: anzitutto perché proviene da una cassaforte della Lega Coop che a Rocca Salimbeni è stata per anni nella stanza dei bottoni, avendo dunque visibilità e spesso responsabilità riguardo gestioni e bilanci oggi attaccati. L’ex sindaco di Foligno Giorgio Raggi – storico leader della centrale umbra legata a doppio filo a Pci-Pds-Ds-Pd – è stato vicepresidente della Popolare di Spoleto (di cui Mps era azionista di minoranza) finita essa pure in dissesto. La stessa Centro Italia ha venduto una ventina di supermercati al Fondo etrusco, un gestore immobiliare creata da Mps con Francesco Gaetano Caltagirone, a suo tempo azionista e vicepresidente di Mps.

Tre giorni prima del 29 luglio – quando nelle stesse ore Eba ha bocciato il Monte, unico gruppo in Europa, e il cda ha deciso di tentare un difficile “salvataggio di mercato” – la stessa Centro Italia ha sparato sull’ex “quartier generale” di Siena. E ha sparato nel mucchio: lamentando la falsità dei prospetti di tutti gli aumenti di capitale recenti. Quello del 2008 è il più problematico: è il maxi-aumento che ha finanziato l’acquisizione di AntonVeneta, all’origine del crac di Siena (è il tallone d’Achille di molti: dall’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, allora vigilante in Italia, a Caltagirone). All’estremo opposto è l’ultimo aumento del 2014: il presidente in carica era Alessandro Profumo e amministratore delegato Fabrizio Viola, lo stesso che oggi tiene in mano le redini dell’aumento definitivo.

A differenza degli imprenditori del Nordest (mezzi complici silenziosi dei crac delle loro Popolari) la Centro Italia esce allo scoperto con una richiesta danni iperbolica e sostanzialmente provocatoria verso il Monte, visto il coinvolgimento nel dissesto. Un’iniziativa poco assimilabile a quella di un semplice fondo attivista tradito in Borsa. Un’ombra in più sul tentativo di risanare il bubbone politico-bancario della fine della Seconda Repubblica.

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