GEO-FINANZA/ Sapelli: la nuova battaglia per vincere l’eurocrazia

Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande si incontreranno lunedì prossimo a Ventotene. Per GIULIO SAPELLI i tre possono ancora dar vita a una vera Europa dei popoli

18.08.2016 - Giulio Sapelli
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Lapresse

Ventotene era un carcere fascista a cielo aperto, ma con una struttura penitenziaria impressionante: una sorta di arena su cui si affacciavano le celle dei confinati politici antifascisti consentendo ai carcerieri di osservare ogni loro mossa. In questa prigione ossessivamente inquisitoria, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con l’aiuto essenziale di Eugenio Colorni, redassero “Il Manifesto di Ventotene” che conteneva in sé una innovazione profonda sia rispetto alla tradizione socialista, sia rispetto quella liberale. La finalità era profondamente politica: «La definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali e sovrani», così da cancellare «la linea di divisione fra i partiti progressisti e i partiti reazionari». Fine della politica non doveva più essere la conquista del potere in ambito nazionale, ma «la creazione di un solido stato internazionale».

A differenza del progetto di Pan-Europa di Coudenhove Kalergi, del 1922, che ebbe una grande diffusione tra le elite finanziarie e diplomatiche del tempo e che auspicava un’unione europea a guida tecnocratica, il Manifesto di Ventotene prefigurava invece la necessità dell’istituzione di una federazione europea con un parlamento europeo eletto a suffragio universale e un governo democratico con poteri reali nell’economia e nella politica estera. Un partito rivoluzionario federalista avrebbe dovuto sostituire i partiti tradizionalmente intesi per consentire l’inveramento di questa prospettiva.

Le matrici culturali erano diverse: dai testi anglosassoni sul federalismo rivoluzionario dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America sino alle riflessioni di Luigi Einaudi a cavallo della Prima guerra mondiale sulla crisi dello Stato-nazione. Il Manifesto abbandonava la teoria evoluzionista del “pacifismo passivo” incarnato dalla dottrina liberale – per cui le società erano naturalmente portate a svilupparsi verso forme superiori di convivenza – per delineare un pacifismo attivo, fondato sull’interdipendenza degli Stati e non più sull’equilibrio fra Stati sovrani.

Nella crisi della civiltà europea, quando il nazismo e il fascismo da una lato e lo stalinismo dall’altro, si confrontavano sui campi di battaglia, Spinelli, Rossi e Colorni volevano dar vita a un’organizzazione partitica sovranazionale portatrice di “riforme economico-sociali in chiave continentale”. Ma il fervore avveniristico dei compilatori del Manifesto, bisogna ricordarlo, fece di già ben pochi proseliti anche nel carcere. Fece scalpore l’atteggiamento di Sandro Pertini, il quale, dopo aver sottoscritto il documento, ritirò la firma per obbedienza di partito.

Era la prefigurazione dello scarsa fortuna dell’idea federalista a base democratica e non tecnocratica. Fu quest’ultima, infatti, l’idea che vinse e vince in Europa, in questa Europa nella quale viviamo e ci confrontiamo ancora come stati nazionali e secondo un equilibrio di potenza e non di superamento delle controversie nazionalistiche. Questa verità è ora sotto gli occhi di tutti ed è emersa in tutta evidenza non in economia, dove lo scontro ideale e di potenza divide e non unisce sempre. È emersa con ancor più forza – e ciò può avere conseguenze terribili e impreviste – in merito alle questioni squisitamente politiche, culturali, etiche come l’immigrazione e la guerra. La guerra non in Europa, ma ai confini asimmetrici dell’Europa, in Nord Africa e in Ucraina, dove la presenza russa ritorna a essere un momento di confronto e di contraddizione. Lo stesso si può affermare in merito al confronto con la Turchia e la sua influenza euroasiatica, così come è stato per i secoli della costruzione delle nazioni europee. Nazioni che ora affrontano la minaccia terroristica non unite come dovrebbero.

In questo contesto, apprendere che i capi di governo delle tre più importanti nazioni europee, dopo la Brexit, ossia Germania, Francia e Italia, si incontreranno a Ventotene non può che aprire i nostri cuori insieme alla speranza e al timore, all’angoscia. Perché la speranza? Ma è evidente: è la speranza che si trovi finalmente un percorso democratico e non tecnocratico di costruzione di una possibile unità continentale europea cementata da un Parlamento europeo dotato di tutti i poteri che la teoria democratica affida alla rappresentanza del popolo sovrano, secondo il modello federalista nordamericano.

Questa è l’unica formula che può consentire la sopravvivenza di un’Europa che ha sì una moneta unica, ma che non ha nessuna istituzione politica unitaria che possa prefigurare la costruzione futura di uno stato unitario continentale. Se ciò non accadrà, l’Europa non potrà che sprofondare nella lunga stagnazione da deflazione che si è appena affacciata all’orizzonte e che si accompagnerà alla lenta distruzione della possibilità della convergenza economica tra le nazioni europee.

La paura, l’angoscia, il timore, sono alimentati dal fatto che neppure questa volta si voglia percorrere questa strada e rimandare gli appuntamenti con la storia. Se così fosse, per l’Europa non potrà che iniziare una sicura decadenza. Forse i capi di governo avrebbero dovuto simbolicamente darci la speranza anche con i loro comportamenti. Forse non dovevano scegliere la Portaerei Cavour (grande nave che fa onore all’Italia) per riunirsi, ma dovevano invece incontrarsi direttamente e più a lungo su quell’isola che ha ospitato l’utopia di un’Europa ben diversa da quella di oggi e che non dobbiamo mai smettere di voler costruire.

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