FANTA-FINANZA?/ La “carta Usa” che blocca la cessione di Finmeccanica ai francesi

- Sergio Luciano

La debolezza italiana ha fatto ipotizzare una fusione di Finmeccanica, ora Leonardo, con Airbus. Per SERGIO LUCIANO non è però una strada realmente praticabile

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La “sovranità limitata” che vincola la politica economica italiana rispetto all’Europa condanna non solo il governo Renzi, ma qualunque governo, a negoziare estenuantemente con la Commissione europea non solo i “saldi” di bilancio, ma anche le scelte specifiche sulle varie voci di spesa. È l’impostazione dettata da Berlino e accettata con trasporto da Juncker.

Che il governo italiano stia se non altro provando a forzare questo blocco rivendicando più flessibilità nell’adesione al parametro sacro del rapporto deficit/Pil è cosa nota, ma per l’anno venturo la sfida è particolarmente impegnativa perché quando un anno fa l’Italia chiese e ottenne questa deroga per la Legge di stabilità 2016 si impegnò a non ripetere la richiesta per il 2017, impegno che invece oggi la stasi del Pil la costringe a cancellare.

In questa situazione veramente difficile e meschina, qualunque espediente potrebbe risultare valido: anche quello di accogliere qualche richiesta da altri Stati europei, per esempio la Francia, per ottenerne in cambio l’appoggio politico in Europa sulle deroghe ai vincoli di bilancio.

Da questo ragionamento alcuni osservatori hanno desunto che l’articolo a doppia firma pubblicato sul prestigioso quotidiano parigino “Le Monde” dai nostri ministri degli Esteri Paolo Gentiloni e della Difesa Roberta Pinotti, per invocare un rilancio della difesa comune europea, nascondesse in realtà una profferta di Roma a Parigi per un’integrazione a guida francese delle rispettive industrie militari. Alias, una cessione sostanziale della Finmeccanica.

Che l’idea possa essere tra le tante che il “giglio magico” si è palleggiato in questi giorni estivi, cercando affannosamente una “trovata” che traesse il governo dalla visibile impasse in cui si ritrova a muoversi, ci sta. Che l’idea abbia qualche concretezza – stando alle fonti che il Sussidiario ha potuto sondare – assolutamente no. E questo a prescindere sia dalla sostenibilità di una – per esempio – fusione tra la divisione aeronautica di Leonardo (come con scelta improvvida è stata ribattezzata la Finmeccanica) e l’Airbus, sia dalle intenzioni del governo.

Se infatti sul piano economico la sovranità di tutti gli Stati membri dell’Unione è limitata dai Trattati che hanno liberamente sottoscritto e oggi hanno l’obbligo di applicare, sul piano strategico-militare la sovranità europea nel suo insieme, e italiana in particolare per mille ragioni, è ancor più limitata dal Signoraggio degli Stati Uniti, dove peraltro la Finmeccanica controlla la Drs Technologies, l’azienda statunitense dell’elettronica per la difesa acquistata dalla precedente gestione per la bazzecola di 5,2 miliardi di dollari. Per intendersi: proprio a fine luglio, un consorzio d’imprese costituito dalla stessa Leonardo con Raytheon (una delle più importanti aziende al mondo nel settore dell’addestramento e dei sistemi avionici), insieme a Cae Usa e Honeywell Aerospace, si è candidato a una gara dal valore di 10 miliardi di dollari per la fornitura di circa 500 aerei da addestramento al Pentagono. È pensabile che iniziative del genere vengano assunte e procedano mentre Roma vende il pezzo più pregiato di Leonardo a Parigi? E senza il benestare americano? Ovviamente no.

Peraltro, mentre è verosimile che ai piani alti (si fa per dire) del governo si arrivi a immaginare anche le contropartite più estreme per ottenere quella solidarietà che la Francia, al di là delle sfilate di facciata di Ventotene, non ha la minima intenzione di prestare, ai piani bassi si compete senza esclusione di colpi. La storia e la cronaca degli ultimi anni anzi dimostrano come proprio la Francia non abbia mai perso un’occasione per aggredire competitivamente la Finmeccanica.

Per esempio, in India, dopo il clamoroso autogol italiano sul caso, mai chiarito, delle presunte tangenti Augusta, la Francia spedì a Delhi una superdelegazione guidata da Hollande per intascare un contrattone per vendere sette elicotteri EC135 e negoziare una super-commessa da 12 miliardi di euro per 126 aerei Rafale, prodotti dal gruppo della difesa Dassault. 

Addirittura quattro anni fa emerse la scandalosa ipotesi che il rifiuto brasiliano all’estrazione di Cesare Battisti in Italia, attorno al quale scoppiò una polemica che congelò un affare da 5 miliardi tra Finmeccanica, Fincantieri e il ministero della Difesa di Brasilia per la fornitura di 11 navi da guerra, sia stato montato dai servizi segreti parigini, e non a caso l’allora premiere dame Carla Bruni, per quanto italiana di nascita naturalizzata francese, non trovò inopportuno schierarsi a favore del terrorista latitante…

C’è un unico fronte su cui effettivamente la Francia potrebbe oggi giovarsi di un consenso italiano a un’operazione congiunta anti-tedesca, ed è quello assicurativo, perché una cessione delle Assicurazioni Generali ad Axa scalzerebbe la tedesca Allianz dalla sua attuale leadership europea e potrebbe creare un colosso dalle prerogative davvero imbattibili. Sfortunatamente per il governo, però, le Generali non solo un’azienda pubblica, non sono soggette a nessuna golden share e, soprattutto, sono già in buona sostanza soggette a una potestà francese, sia perché il primo azionista individuale del socio di riferimento delle Generali, cioè Mediobanca, è quel tal Vincent Bollorè che già in Telecom ha dato a Renzi il due di picche; sia perché il capo di Generali è il manager Philippe Donnet, francese. Ma anche questa è, per ora, fanta-finanza.

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