DOPO IL TERREMOTO/ Così l’Italia può “ricostruire” anche il Pil

- int. Luigino Bruni

Per LUIGINO BRUNI, investimenti seri in nuovi edifici anti-sismici sarebbero un’ottima opportunità per l’occupazione e consentirebbero di rimettere in moto l’industria delle costruzioni 

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LaPresse

«Investimenti seri in nuovi edifici anti-sismici sarebbero un’ottima opportunità per l’occupazione. Consentirebbero di rimettere in moto l’industria delle costruzioni che negli ultimi anni è stata molto in crisi, permetterebbero di salvaguardare il nostro patrimonio artistico e culturale, dalle chiese alle case, e di rilanciare il Pil». È la proposta di Luigino Bruni, professore di Economia politica all’Università Lumsa di Roma. Il governo ha annunciato che stanzierà 50 milioni di euro per la ricostruzione nelle zone terremotate, ma resta il problema delle aree a rischio sismico dove sono presenti edifici in larga parte molto vecchi e fragili.

Professore, ritiene che occorrano investimenti in nuovi edifici anti-sismici?

Il terremoto è un’immagine del modello di sviluppo italiano. Da un lato ci sono questi paesini romantici, questi presepi arroccati sulle montagne, che attraggono turisti anche dall’estero. A volte inglesi e tedeschi comprano interi villaggi perché sono affascinati dalla nostra storia e dalla bravura dei nostri antichi costruttori. Dall’altro ci sono tutti i vizi della nostra Italia contemporanea: costruzioni fatte male e leggi sismiche non rispettate, perché gli imprenditori edili sperano che il terremoto non venga mai.

Quale immagine del nostro Paese emerge da questa vicenda?

È l’immagine di un Paese ricco di storia ma debolissimo in termini di infrastrutture e virtù civili. Del resto sugli Appennini si verifica un sisma con una cadenza tra i tre e i cinque anni. Ero un bambino quando nel 1972 ci fu un forte terremoto nelle Marche, poi nel 1979 ci fu il terremoto di Norcia cui ne sono seguiti altri. Ci sarebbe bisogno di una grande azione nazionale ed europea, ma l’Europa non è molto sensibile ai terremoti, perché a esserne interessati sono soltanto Italia, Grecia e Portogallo.

Che cosa ne pensa della proposta di usare le vincite del Superenalotto per i terremotati?

Usare il jackpot del Superenalotto per i terremotati significa ucciderli due volte. Servono investimenti seri, che sarebbero un’ottima opportunità per l’occupazione: lo vediamo a L’Aquila che oggi è il principale cantiere edile d’Europa. Sarebbero investimenti capaci di rimettere in moto l’industria delle costruzioni che negli ultimi anni è stata molto in crisi. Permetterebbero inoltre di salvaguardare il nostro patrimonio artistico e culturale, dalle chiese alle case, e di rilanciare il Pil. Ci sarebbero quindi tutti i vantaggi di questo mondo, ma occorre una volontà politica che è agli antipodi rispetto alla proposta sul jackpot del Superenalotto.

Dove vanno presi i soldi per gli interventi anti-sismici?

Questo discorso sui soldi è veramente un falso problema. Di soldi oggi nel mondo ce ne sono anche troppi: soltanto in Italia la legge di stabilità investe ogni anno 50 miliardi di euro. Per non parlare dell’Unione europea, che ha dei budget tali che basterebbe dedicarne una frazione decimale agli investimenti. Questi ultimi inoltre non devono essere solo pubblici, in quanto devono essere chiamati a parteciparvi anche le famiglie, i privati, le banche e le fondazioni. Non è dunque un problema di soldi, ma di volontà, intelligenza politica e interesse al bene comune. Purtroppo si tratta di qualità che negli ultimi decenni in Italia sono state molto scarse.

 

Dal momento in cui si iniziano a costruire gli edifici anti-sismici, quanti anni ci vorranno perché l’economia inizi a trarne dei benefici?

La trasmissione tra investimenti e occupazione non richiede tempi enormi. Nel giro di uno o due anni si vedono già i primi risultati, perché i cantieri partono subito. È ovvio che occorre rivedere l’intero sistema. Lo dimostra la storia de L’Aquila che è stata un grande fallimento, perché dopo sette anni ci sono alcuni cantieri che iniziano a essere aperti solo ora.

 

(Pietro Vernizzi)

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