(S)FIDUCIA ITALIA/ Così Renzi “perde” tre tagli di tasse per un referendum

- Sergio Luciano

L’Istat ha certificato ieri un calo della fiducia delle imprese e dei consumatori. SERGIO LUCIANO ci spiega cosa ci può essere dietro a questi dati negativi anche per il Governo

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È passato alla storia come l’anno della prima, grave crisi economica dal Dopoguerra in poi, ma il 1973 si ricorda anche per altre ragioni “minimaliste”, una delle quali riecheggia oggi sinistramente nelle orecchie di chi sfogli, sconsolato, quel bollettino di guerra che l’Istat, certo a malincuore, ha però dovuto diffondere sulla fiducia delle imprese e dei consumatori in agosto. Entrambe in caduta libera. “La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie”, recitava in quell’anno un fortunato slogan pubblicitario che promuoveva, in un Carosello, un formaggio a pasta molle di una casa produttrice primaria, all’epoca ancora italiana e poi passata – fu la prima di una serie – in mani francesi: la Galbani.

Quel claim riecheggia sinistramente perché il peggioramento dell’indice della fiducia dei consumatori e delle imprese suggella un’evidenza, e le dà corpo statistico. Nonostante gli sforzi – forse improvvidi o imprecisi ma innegabili – del governo, quel che la politica economica ha potuto fare per tentare di rilanciare il ciclo economico, la crescita, l’occupazione e i consumi in particolare, non è bastato.

Ed ecco l’evidenza: l’indice Istat del clima di fiducia dei consumatori è sceso da 111,2 di luglio a 109,2 e l’indice composito del clima di fiducia delle imprese Iesi da 103 a 99,4. Generosamente, alcuni commenti “a caldo” hanno voluto ricollegare questa debacle all’onda emotiva generata dalla strage terroristica di Nizza, ma tanti (purtroppo) episodi precedenti, dello stesso genere, dimostrano che non è la violenza sanguinaria, per sconvolgente e devastante che sia, a deprimere la fiducia nel futuro delle imprese, se non quella dei consumatori. Dopo le Twin Towers, l’economia Usa ha semmai intrapreso un percorso di rinascita…

No, qui la matrice del calo è squisitamente economica. Quel fremito di miglioramento dei parametri chiave – Pil e occupazione – che s’era pur percepito nel corso del 2015 si è arrestato. La tripletta degli 80 euro nelle buste paga di 10 milioni di italiani, della “ri-abolizione” dell’Imu sulla prima casa e del Jobs Act, con i forti incentivi ai contratti di nuova formula, aveva effettivamente rianimato gli spiriti dei più. Eppure…

Eppure il vero, primo dato allarmante era giunto a fine giugno dall’Abi, che aveva certificato come i depositi bancari fossero aumentati, su base annua, della stratosferica cifra di 45 miliardi di euro: proprio nel corso dell’”annus horribilis” delle banche, quello della “risoluzione” di Banca Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti e del pre-default di Popolare Vicentina e Veneto Banca. E proprio nell’anno in cui praticamente tutte le banche, anche le più floride, hanno azzerato gli interessi sui conti correnti finché una, la grande Postbank tedesca, ha iniziato a farsi remunerare dai clienti per permettere loro di depositare i soldi sul conto…

Cos’è successo? Che i cittadini italiani hanno dimostrato di aver così poca fiducia nel futuro che invece di spendere i soldi in più che avevano pur ricevuto – o sotto forma di 80 euro in busta o di buste paghe aggiuntive nel caso dei neoassunti del Jobs Act, o ancora di tasse sulla casa risparmiate – per comprare beni di consumo o investire in nuove attività li hanno risparmiati e messi in banca: pur non fidandosi più delle banche! Peggio di così… Ingiusto fare il processo alle intenzioni di Renzi e del governo, che certamente erano le migliori. Ma evidentemente la loro applicazione pratica è stata sterile. O “poco seria”, per parafrasare lo slogan del ‘73.

L’Italia non è e non sarà mai un Paese in cui un leader politico potrà essere acclamato nonostante prometta “lacrime e sangue” e la grande campagna sull’Eurotassa del governo Prodi è incongruamente annoverata come un precedente semplificativo in tal senso, perché innanzitutto era una carezza rispetto alla crisi divampata poi, in secondo luogo recava con sé una promessa di restituzione e in terzo luogo prometteva di essere lo strumento definitivo per lo sbarco del Paese in una “età dell’oro” alla quale, all’epoca, molti credevano, l’età dell’Unione europea, che invece è oggi in crisi radicale.

Ma c’è un altro dato “macroscopico” che conferma quanto bassa sia oggi la fiducia nel futuro degli italiani che fanno impresa: ed è il dato sul dimezzamento dei contratti a tempo indeterminato nel primo semestre 2016 rispetto all’anno precedente. Se è vero che i nuovi assunti sono ancora molto più numerosi (516 mila) dei licenziati (bene!), è vero anche, infatti, che i contratti a tempo indeterminato sono stati 300 mila in meno del periodo di confronto. E sì che davvero “indeterminati”, cioè privi della possibilità di essere troncati da un licenziamento economico individuale, non sono più, proprio perché vige il Jobs Act, che ha cancellato per i nuovi assunti l’applicabilità dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che appunto esclude il ricorso al licenziamento individuale.

E dunque, cos’è accaduto? Intanto, che lo sgravio contributivo elargito dal governo si è ridotto dagli 8000 euro del primo anno a 3250, e per due anziché per tre anni: quindi assumere in “pianta stabile” conviene meno. E poi che comunque l’idea di prendersi in carico per molto tempo un nuovo lavoratore nasce solo dalla fiducia nel futuro. Che evidentemente è poca.

Sicuramente ha nuociuto oltre misura al governo e alla credibilità della sua azione non tanto questa misura o quell’altra, quanto l’aver spostato il focus della sua azione (e soprattutto della sua comunicazione) dalla pratica dei provvedimenti concreti a favore di imprese e consumatori alla teoria aliena delle riforme istituzionali, incomprensibili ai più nella portata e nel valore, e come tali sospette: tradizionalmente, in un Paese unito da appena 160 anni e reduce da secoli di dominazioni straniere, un politico che si spenda a tal punto per una norma, lo fa nel proprio interesse e non in quello dei cittadini. Ci vuol altro che una e-news per cambiare una mentalità stratificatasi nelle ere geologiche…

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