SCENARIO/ Unicredit, il tonfo che può “defenestrare” Renzi

- Gianluigi Da Rold

Torna ad alzarsi un polverone sulle banche in Italia. E Renzi rischia ancora una volta di rimetterci il posto. Questa volta, spiega GIANLUIGI DA ROLD, per i problemi di Unicredit

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Matteo Renzi (Lapresse)

Il senatore a vita Mario Monti, ex Presidente del Consiglio non ha una “spiccata” simpatia per l’attuale Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Lo si era capito da molti segnali, ma il fatto è diventato clamorosamente palese quando il 17 febbraio di quest’anno, nell’aula del Senato, la polemica tra i due aveva assunto toni roventi. Con Monti che accusava Renzi di scarsa vocazione europeistica e Renzi che replicava in tono piuttosto pesante, facendo intendere che c’era stata forse troppa deferenza verso la Germania.

Il tono di contrapposizione si ripete in questi giorni, prima con un’intervista di Renzi a Repubblica, quindi con una risposta che Mario Monti affida a una lettera al Corriere della Sera e poi un’ ulteriore replica renziana. Il punto del contendere, questa volta, non è solo la “scarsa vocazione europeistica” oppure il modo di condurre il governo, ma una questione che sta mettendo a soqquadro i mercati in questo momento e riguarda la solidità delle banche italiane, la complessiva tenuta del sistema bancario italiano.

Questo “botta e risposta” rivela in fondo qualche cosa di patetico, quasi un gioco grottesco a scaricabarile sulle vicende italiane degli ultimi anni. Sperando che la “rissa” finisca, riportiamo intanto la replica di Renzi alla lettera di Monti su un punto fondamentale. Prima del governo Renzi, l’Italia è diventata il posto peggiore “per crescita e occupazione” perché “i nostri politici non hanno centrato gli obiettivi di riforma”. “Perciò nell’ultima fase le banche italiane, senza supporto pubblico, per una decisione dei miei predecessori che per me è stata un errore, hanno visto ovviamente crescere i livelli, degli Npl (i crediti inesigibili)”. Insomma, per Renzi la colpa delle sofferenze attuali del sistema bancario italiano vanno attribuite a Monti e a Letta.

L’analisi di Monti era invece basata sul fatto che “il sistema bancario non presentava problemi e non chiedeva aiuti. Per cui attribuire ai precedenti governi le attuali difficoltà è come distorcere la realtà”. Poi Monti aggiungeva nella sua lettera che se lo Stato avesse sostenuto il sistema bancario, si sarebbe rischiato il default.

L’impressione è che la polemica continuerà come una telenovela, noiosa e infinita, dato che anche i supporter di Enrico Letta di stretta osservanza stanno intervenendo con veemenza. Il lettiano Marco Meloni, per esempio, accusa Renzi e il suo governo di “aver cestinato la spending review e riportato il Paese sulla via della crescita illusoria finanziata con il debito”.

Che cosa significa tutto questo grande polverone? L’apertura di una polemica su un problema in fondo che si conosceva da mesi, se non da anni (come qualcuno aveva detto e diagnosticato). Non è il caso di fare festa per aver recentemente superato gli stress test e trovato una soluzione per la banca più problematica, il Monte dei Paschi di Siena, che gli stress test non li ha superati. C’è un problema che in tanti hanno cercato in questi anni di minimizzare, di far passare sotto silenzio e che adesso ci si balocca con il bail-out o il bail-in. La realtà è che in Italia si è entrati, da anni, in una fase di vera e propria “questione bancaria” che non sarà semplice risolvere.

Un interlocutore che vuole tener l’anonimato, un banchiere del vecchio entourage di Mediobanca, sostiene che la “questione bancaria italiana si pone con particolare urgenza adesso non tanto per la vicenda di Monte dei Paschi, su cui tutti sapevano tutto, quanto per le perdite registrate in questi giorni in Borsa dal colosso Unicredit, di cui non si ha un calcolo preciso di quanti ‘derivati’ abbia in pancia e delle necessità di una ricapitalizzazione: cinque miliardi bastano? Per anni, Unicredit ha rappresentato il nuovo modo di fare banca, di guardare all’estero, di promuovere aggregazioni. Ecco il risultato di questa politica bancaria all’avanguardia secondo il famoso metodo McKinsey. Forse sarebbe il caso di stabilire che quale modello di banca si vuole”.

È evidente che, al momento, il sistema sia investito negativamente da quello che è avvenuto a “Etruria e le sue sorelle” e poi alla Popolare di Vicenza e a Veneto Banca. Ma se si aprisse un altro “focolaio” rischioso o se emergessero particolari “problematici” per la situazione delle altre banche già “sistemate”, come se la caverebbe Matteo Renzi? Non si deve neppure dimenticare che è stato proprio il premier a ostentare, all’inizio dell’anno, una sicurezza su Monte dei Paschi, invitando a sottoscrivere azioni, che al momento appare più come una gaffe che una scommessa sbagliata.

In definitiva, tra i tanti problemi di politica estera e interna che viviamo e che appaiono ingovernabili, la “questione bancaria” sta diventando una sorta di “tallone di Achille” per Renzi al punto da rischiare l’apertura di una crisi ancora prima del già problematico referendum di autunno sulle riforme costituzionali. Si dice che sia risolta la questione di Mps, con l’intervento di JP Morgan e di Mediobanca. Ma in termini reali quando si metterà in atto il piano di salvataggio? Se nel frattempo qualcuno domandasse una commissione di inchiesta sulla conduzione di Mps e delle banche in generale come ne uscirebbero i management di questi istituti di credito?

Per quanto riguarda Mps, ad esempio, ci sono da ricordare le “acrobazie” espansionistiche su Antonveneta oppure il perché, già nel 2010, l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, chiese in un’occasione la nazionalizzazione della banca senese. Forse qualcuno della “casta”, ma soprattutto della particolare “casta di banche e finanza” ha un po’ sottovalutato la situazione bancaria italiana. Il nostro interlocutore vicino agli ambienti della vecchia Mediobanca ha una frase scritta da Vincenzo Maranghi, il “delfino” di Enrico Cuccia, nel 2006, un anno prima della sua morte e prima dello scoppio della grande crisi, che diceva testualmente: “Siamo alla vigilia di una delle più gravi crisi del credito che mai si sia verificata”. In un consiglio straordinario di Mediobanca della primavera del 2002, quando era ancora amministratore delegato, Maranghi ammonì il consiglio contro le stock-options. L’anno dopo lo misero in minoranza,

Era un visionario Vincenzo Maranghi? Forse era solo un grande banchiere e certo non avrebbe sottoscritto quanto sostiene l’intelligentissimo senatore a vita Mario Monti: “A parte Mps, per il quale intervenimmo, il sistema bancario italiano nel 2011-13 non presentava problemi e non domandava aiuti”. Se la pensa in questo modo un senatore e a vita e presidente della Bocconi, perché stupirsi che in nove anni non si è ancora superata la crisi e il 12 agosto di attendono dati di previsione al ribasso per la cosiddetta crescita?

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