FINANZA/ Così Dbrs ricorda il “trucco” dell’Italia

- Paolo Annoni

Il rendimento dei titoli di Stato italiani restano molto bassi. Ma l’agenzia Dbrs sembra pronta a rivedere il rating sul nostro Paese. Il commento di PAOLO ANNONI

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Il rendimento del decennale italiano ieri era sostanzialmente ai minimi degli ultimi tre mesi che coincidono con i minimi dell’anno e con quelli di sempre. Lo Stato italiano quando emette un’obbligazione decennale paga solo l,15% all’anno; su scadenze più ravvicinate il rendimento scende progressivamente fino ai tassi negativi delle obbligazioni più vicine a scadenza. Lo Stato italiano non ha mai pagato così poco sul proprio debito come in questi giorni. Sappiamo che la politica di tassi a zero delle maggiori banche centrali e l’impressione che queste siano sempre pronte a salvare i mercati hann aumentato a dismisura l’appetito del mercato per i rendimenti particolarmente per le istituzioni ritenute più sicure. In un mondo a zero inflazione o in deflazione anche i rendimenti dello zero virgola sono appetibili; ovviamente purché alla fine ci sia sempre qualcuno che restituisca il prestito.

Se queste sono le premesse si dovrebbe quindi concludere, che al pari del governo tedesco, ma solo un po’ meno, anche quello italiano sia percepito dagli investitori come sicuro al punto da meritarsi rendimenti schiantati. Ci sono troppi elementi nuovi e vecchi che dovrebbero invece far venire qualche dubbio.

Quello vecchio è che l’Italia non vede una ripresa come si deve da anni e che invece langue con performance economiche, nel migliore dei casi, anemiche; più recentemente, e precisamente dal 2011, l’economia italiana si è avvitata arrivando a tassi di disoccupazione a due cifre e a cali ripetuti della produzione industriale. Un elemento nuovo è che il sistema bancario italiano viene, anche da un punto di vista borsistico, da tre trimestri orribili coronati con l’ultimo “exploit” successivo agli stress test quando una banca italiana si è guadagnata la prima piazza al contrario, mentre quella con il numero maggiori di attivi è sprofondata per timori di aumenti di capitale multi miliardari. Quanto sia strategico un sistema bancario per la tenuta di un Paese è una conclusione a cui si può arrivare senza lauree in economia; oltre al finanziamento delle imprese e a quello dello Stato, dato che le banche italiane comprano Bot e Btp, c’è un’enorme questione di fiducia nel sistema come si è visto chiaramente dagli effetti del crac di quattro piccole banche locali. L’ultimo elemento è che sulla tenuta del governo italiano, auto-condannatosi alla prova senza ritorno del referendum, si addensano nubi sempre più minacciose.

Da diverse settimane le attenzioni riservate dalla stampa internazionale sull’Italia e sul suo governo si sono moltiplicate; è comprensibile dopo il risultato che non doveva essere della Brexit e alla vigilia di una fase piuttosto complicata per l’Europa alle prese con elezioni in stati chiave e sfidata dalla crisi dei migranti e da ultimo dagli effetti del colpo di stato fallito in Turchia. Qualcuno in particolare comincia a chiedersi se la permanenza dell’Italia in Europa sia un fatto da dare per scontato e qualcuno, soprattutto sponda inglese, si comincia a chiedere se all’Italia non convenga uscire dato che l’introduzione dell’euro sembra aver coinciso con l’inizio del suicidio economico italiano a favore dei “partner” europei.

Per trovare il colpevole di questo mistero in cui il decennale va per terra mentre tutto il contesto peggiora non serve Sherlock Holmes; “l’assassino” è la Bce che compra titoli anche e soprattutto quando le cose si mettono male. I mercati sembrano far finta di niente, ma sono perfettamente al corrente della situazione. Venerdì l’agenzia di rating canadese Dbrs ha messo sotto osservazione il debito italiano per un possibile downgrade. Tra i motivi della decisione, guarda caso, le difficoltà del sistema bancario e i timori sul governo italiano.

L’agenzia canadese non è famosa come Fitch, Moody’s o Standard & Poor’s, ma è l’unica rimasta a dare una “A” all’Italia e in questo modo a consentire alle banche italiane di ottenere le condizioni più favorevoli nelle operazioni con la Bce. Finora il mercato non ha voluto testare la fermezza della Bce nel difendere l’euro; è chiaro però che il supporto a Bce e/o all’euro sta diventando una questione che diventa legittimo sollevare dopo la Brexit e mentre montano da più parti dentro l’Europa perplessità sull’opportunità di tenere in vita un sistema artificiale che viene messo in discussione per la sua incapacità di fornire risposte economiche e di sicurezza adeguate. Un sistema in cui i più deboli si sentono sfruttati e che i più forti sembrano volere solo nella misura della propria, esclusiva, utilità.

Il mercato legge sicuramente la situazione e si rende conto delle contraddizioni strutturali; da qui a testare la fermezza di Europa e Bce sfidando la profondità delle tasche dell’Eurotower il passo sembra molto più breve rispetto a qualche mese fa. Se non ce lo ricorda il rendimento del decennale ce lo ricorda Dbrs; a settembre forse se ne parlerà più diffusamente.

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