FINANZA/ I veri interessi dietro l’attacco del Governo a Bolloré

- Sergio Luciano

Palazzo Chigi sembra essere preoccupato del dilagare di Vincent Bolloré nel potere finanziario italiano. E studia delle contromosse. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Vincent Bollorè (Lapresse)

E così palazzo Chigi è preoccupato del dilagare di Vincent Bolloré nel potere finanziario italiano. Ma guarda! È preoccupato al punto che di “alta tensione” nei rapporti Renzi-Bolloré parla La Repubblica – quotidiano sempre attendibile, e in particolare quando parla di un governo fortemente sostenuto dal suo azionista di riferimento, Carlo De Benedetti. Lo stesso che nel gennaio del 2015 – secondo uno scoop del Fatto Quotidiano, mai smentito – chiacchierava a telefono con “fonti istituzionali” (Bankitalia ma anche Palazzo Chigi, secondo dettagli a loro volta mai smentiti) ricavandone informazioni preziose e largamente anticipatrici sull’imminente riforma delle banche popolari, informazioni sincroniche (non propizianti, per carità) con forti acquisti di titoli di quella categoria di aziende bancarie effettuati da società dell’Ingegnere in Borsa, acquisti che nascevano da notizie già circolanti sul mercato e non da quelle indiscrezioni. Certo che no. Ma per dire: se Repubblica parla di palazzo Chigi sa quel che dice.

Ebbene: quello che impensierisce Palazzo Chigi, Ilsussidiario l’ha scritto una quindicina di giorni fa. Finalmente balza agli occhi anche agli analisti del governo. Vincent Bolloré minaccia di diventare l’asso pigliatutto della finanza italiana. Dopo essere diventato padrone di Telecom quasi per caso, ed essercisi trovato talmente bene da aver incrementato la quota e da avervi insediato un nuovo management del tutto indifferente alle “moral suasion” del governo (tanto da essersi messo a litigare con l’Enel); dopo questo bel biglietto da visita, Bollorè ha spiazzato il suo (teorico) amico di sempre, Silvio Berlusconi. Mandando a monte la prevista acquisizione di Mediaset Premium, e facendolo nel modo peggiore: ha detto cioè che non gli quadravano i conti (bugia, perché i conti noti al mercato quadrano perfettamente). Cosa che ha fatto imbestialire Berlusconi, ma non ha fatto piacere neanche a Renzi, che della non-ostilità del Cavaliere ha ancora bisogno per vincere il referendum, salvo poi scaricare l’alleato tattico secondo il noto cliché (Silvio stai sereno…). Intendiamoci: non che sia colpa di Renzi se Bollorè ha bluffato con Berlusconi, ma insomma, ciò che turba Arcore infastidisce anche Roma (pardon, Rignano sull’Arno), dimostrando che Roma – almeno in certi ambiti – non riesce a rendersi garante di nulla.

Dunque palazzo Chigi ha capito che Bolloré gioca pesante. E qualcuno deve avergli spiegato che è a dir poco ingenuo credere che Mediobanca possa fungere da valido baluardo contro le ulteriori possibili scorrerie del finanziere bretone. Intanto, è stata proprio Mediobanca a lasciare sguarnita di ogni difesa, e di ogni strategia, in balia della matrigna Telefonica, la povera Telecom Italia che invece oggi, piacciano o meno Bolloré e il nuovo vertice da lui designato (e confermato) cioè l’asse Recchi-Cattaneo, ha ritrovato se non altro dinamismo e risultati. Per il resto, la trincea eretta da Mediobanca contro la scalata di Urbano Cairo – poco renziano! – al Corriere della Sera si è squagliata, lasciando come unico strascico un po’ di goffe cartuscelle bollate. E l’aiuto prestato da Mediobanca nel caso Mps – aiuto, peraltro, finora più enunciato che dimostrato – somiglia a quello di una mosca cocchiera sul basto di JpMorgan, il colosso americano che “guida” il complesso e farraginoso tentativo di salvataggio, al punto che l’unico dato veramente certo è quello delle ricche provvigioni per gli istituti coinvolti che parteciperanno alla prima fase, l’unica certa, dell’operazione.

Dunque adesso a Roma qualcuno si accorge che Bolloré non è solo il primo singolo azionista di Mediobanca, ma è anche – tra gli altri – l’unico a essere padrone in casa sua, debolmente contrastato dal primo socio italiano, Unicredit, che ha bisogno di 7 miliardi di euro per ricapitalizzarsi e che a tutto può pensare fuorché a difendere l’italianità di Mediobanca: e, con essa, quella della sua unica controllata di pregio residua, cioè le Assicurazioni Generali, di cui oggi piazzetta Cuccia controlla il 13%, ma deve scendere sotto il 10% per aderire alle regole internazionali in vigore dall’anno venturo e comunque non avrebbe la forza finanziaria per difendere sul serio la sua posizione.

Non a caso – anche questo Palazzo Chigi avrà forse letto sul Sussidiario – nelle sale che ancora hanno testa pesante della cosiddetta “alta finanza” italiana c’è chi progetta una fusione Generali-Mediobanca-Unicredit, che crei un gruppo bancassicurativo per certi versi somigliante al Credit Agricole e, perché no, al gruppo Poste che, tra Banco Posta e Poste Vita, rappresenta oggi il concorrente numero uno, in Italia, di tutte le banche e di tutte le assicurazioni private.

Sul piano industriale e operativo inserire Mediobanca in un grande gruppo bancario universale significherebbe ridarle quella linfa, quello sprint e quelle dimensioni che il mercato descrive come ormai persi; e aggregare Generali a un colosso come Unicredit significherebbe diluire i problemi della banca in un contesto ampio, altrettanto internazionale, ricco di potenziali sinergie capaci di portare quei margini che una parte dell’attività bancaria tradizionale ha irrimediabilmente perduto. D’altronde, anche per Generali aggiungere al canale di vendita dei suoi agenti una rete di sportelli fitta e, come dire, “scarica” di attività tradizionali sarebbe un bel atout.

Di fronte a un simile disegno, in un simile colosso, allora sì che un po’ dei nuovi “rentier” italiani – gli ex imprenditori come i Bulgari, i Pesenti, i Loro Piana, in parte ora perfino Caltagirone e in prospettiva Del Vecchio, che hanno venduto o stanno vendendo le loro aziende per trasformarsi da imprenditori a percettori di dividendi – potrebbero metter dei soldi, soldi veri, per rafforzare la gravitazione nazionale del controllo del maxigruppo. Ma allo scopo di guadagnarci: sotto l’egida del tricolore, però. Operazione, quest’ultima, renziana come poche.

Chissà che non sia un caso se oggi Palazzo Chigi fa trapelare inquietudine contro Bolloré. Un modo per dirgli: adesso fermati, altrimenti qualche colpetto possiamo batterlo perfino noi. E sarebbe ora.



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