SPY FINANZA/ La bolla di bugie che travolge l’Italia in recessione

- Mauro Bottarelli

La crisi è al suo massimo e i i patetici tentativi di saldare l’UE dopo il Brexit si schianteranno contro il muro di rabbia della gente. E’ arrivata la resa dei conti. MAURO BOTTARELLI

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Lapresse

Dunque, mettiamo in prospettiva il mondo economico e finanziario in cui stiamo vivendo. Dal crollo Lehman, ci sono stati 667 tagli dei tassi di interesse da parte delle Banche centrali di tutto il mondo. I banchieri centrali del G7, complessivamente, sono al loro posto da 17 anni e solo una di loro, Janet Yellen, nel corso del suo operato ha alzato i tassi una volta (dicembre 2015). Le Banche centrali detengono assets finanziari per un controvalore di 25 triliardi di dollari, più del Pil di Usa e Giappone e in aumento di 12 triliardi dal crollo Lehman. Attualmente, a livello globale, ci sono bond con rendimento negativo pari a 12,3 triliardi dollari, il 28% del totale e di questi il controvalore di quelli sovrani con rendimento sotto zero è di 8 triliardi, 34% del totale.
Lo chiamano il Keynesian put, ovvero l’azione di stimolo costante che dovrebbe supportare la ripresa economica e stimolare l’inflazione. Vi pare stia funzionando? E’ di ieri il dato in base al quale i prezzi al consumo ad agosto nell’eurozona hanno registrato un +0,2% a livello annuale, stando alla stima preliminare, stabili rispetto al +0,2% di luglio, mentre il consenso degli economisti si aspettava un +0,3%. Sotto le attese anche l’inflazione core preliminare che lo scorso mese ha evidenziato un +0,8% quando il consenso si attendeva un +0,9%. Un po’ pochino, visto che la Bce ha come obiettivo statutario del QE un tasso di inflazione vicino al 2% e sta comprando come se non ci fosse un domani.  Ma non basta, perché come vi dico da mesi, sul tavolo dell’Eurotower c’è già oggi la possibile estensione del programma di quantitative easing oltre la scadenza stabilita di marzo 2017: di fatto, un’ammissione di fallimento.
Ma prima di questo la Bce dovrà modificare i parametri del programma di acquisti per scongiurare un prosciugamento degli asset acquistabili, anche questo come vi dico da sempre, dato il programma attuale che prevede acquisti per 80 miliardi di euro al mese: potrebbe quindi essere rimosso il floor minimo nei rendimenti (oggi fino a -0,40%), aumentata la soglia del 33% per singola emissione, riviste le quote di capitale e inserito l’acquisto di scadenze più lunghe rispetto ai 30 anni. Praticamente, si compra anche l’aria.
Risultati? Zero. Ne è l’esempio il nostro Paese, visto che l’Italia resta in deflazione. Ad agosto, infatti, stando alle stime preliminari dell’Istat, i prezzi al consumo aumentano dello 0,2% su base mensile ma risultano in calo dello 0,1% a livello annuale, piuttosto in linea con le attese degli economisti, rispettivamente a +0,3% e a -0,1%.
E non solo. E’ sempre di ieri il dato in base al quale a luglio c’è stato il primo stop alla crescita dell’occupazione: dopo quattro mesi consecutivi con il segno più, il mercato del lavoro ha registrato, sul mese, -63mila posti, per effetto essenzialmente degli indipendenti, vale a dire collaboratori e partite Iva, che sono scesi di 68mila unità. 

I contratti stabili stanno tenendo, anche se in diminuzione (-5mila dipendenti in meno), mentre continuano a crescere i rapporti a termine (+10mila posizioni), in linea con gli ultimi dati amministrativi di fonte Inps. Insomma, al netto dell’effetto decontribuzione, la dinamica occupazionale di questo Paese è la morte civile.
Ma c’è di peggio, perché stando a dati Bloomberg rappresentanti in questo grafico

 

 

dal quarto trimestre del 2015 al marzo di quest’anno, ben il 37% dei disoccupati italiani ha smesso di cercare lavoro e solo il 13% ne ha trovato uno nuovo. E’ questo il miracolo del Jobs Act? Ci sono poi tre dati che ci dicono che l’Italia è già oggi in recessione: crollo della fiducia di imprese e consumatori, calo del consumo di energia elettrica  e tonfo del consumo di carburanti da autotrazione, specialmente il diesel. Che dite, per l’ennesima volta i keynesiani non ci hanno capito un’emerita mazza? Io direi proprio di sì, partendo dalla madre di tutti gli esperimenti di stimolo: il Giappone. La produzione industriale nipponica resta infatti invariata su base mensile a luglio dopo il +2,3% di giugno, mentre gli analisti si aspettavano un +0,8% e su base annuale scende del 3,8%. 

E sapete questo a fronte di cosa? A fronte del fatto che le detenzioni azionarie di Bank of Japan e Government Pension Investment Fund (GPIF) siano triplicate negli ultimi cinque anni fiscali arrivando a circa 39 triliardi di yen (381 miliardi di dollari): questo cosa ha garantito? Solo che l’indice Nikkei salisse di circa il 70% nel medesimo periodo ma per l’economia reale, zero. E, nonostante questo, il NIkkei è comunque del 57% più basso rispetto al picco di bolla del 1989. In compenso, i due soggetti pubblici che stanno operando sul mercato, ad oggi, sono i maggiori azionisti di 474 delle 1970 aziende quotate sul Nikkei: siamo al capitalismo di Stato puro ma anche questo non basta, non serve, non funziona.
Ma i governi, gli economisti, i banchieri e la grande stampa non ve le dicono queste cose, vi dicono di fidarvi di loro, vi dicono che c’è la ripresa. E, quando le cose cominciano davvero a farsi rischiose, seguono la regola aurea di Alan Greenspan: mentire. E, infatti, da più parti — dal Wall Street Journal fino al Financial Times fino ad alcuni esponenti politici locali — è cominciata la campagna terroristica riguardo il referendum di novembre sulle riforme costituzionali, definito più rischioso di quello sul Brexit per la stabilità dell’eurozona. Ora, che il Brexit non abbia portato le cavallette ve l’ho dimostrato in un recente articolo, mentre che sul voto politico mascherato da quesito referendario si stia mentendo strumentalmente lo dimostra quanto pubblicato l’altro giorno da CNBC, la quale ha interpellato un banchiere d’affari sotto anonimato e ha ottenuto la seguente risposta per quanto riguarda la stabilità finanziaria europea: “Le banche stanno preparandosi per un situazione economica nucleare per questo inverno. Con i tassi negativi che mettono sotto minaccia gli utili degli istituti la situazione è già seria ma il timore vero è per una rottura dell’eurozona che lanci l’effetto contagio e per un collasso della sterlina dopo l’attivazione dell’articolo 50. Le banche sono pronte a tutto, ormai”.
D’altronde, le occasioni di crisi non mancano e ben più serie del referendum italiano. Domenica si vota in Meclemburgo-Pomerania e Alternative fur Deutschland nei sondaggi è al terzo posto con il 21%, solo due punti percentuali meno della Cdu. Tra due settimane si voterà nel Lander di Berlino, poi il 2 ottobre ci sarà il nuovo ballottaggio per le presidenziali austriache e il voto ungherese sulle quote di ripartizione di migranti. Il 3 ottobre, l’Ue potrebbe essere morta. Non serve il nostro referendello pro e contro Renzi, l’Europa è morta su questioni più gravi e vitali. E le banche lo sanno, tanto che nonostante i proclami e gli acquisti di Draghi stanno preparandosi al peggio. “I mercati odiano l’incertezza e gli eventi quest’anno hanno sfortunatamente creato un sacco di mistero riguardo a quanto sta per accadere”, chiosa il banchiere.
Fino ad oggi abbiamo vissuto dentro un’enorme bolla di bugie ma qualcuno sta avvicinandosi con uno spillo in mano: le ricette keynesiane non solo hanno fallito ma hanno caricato il mondo di ulteriore debito, mentre i patetici tentativi di saldare l’Unione Europea dopo il Brexit si schianteranno contro il muro di rabbia della gente. E’ arrivato il redde rationem, si può rimandarlo di qualche settimana o mese con i soliti trucchetti ma è lì che ci aspetta. E non sarà affatto una passeggiata nel parco.



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