VENDITA ESSELUNGA/ Caprotti, Poletti e gli “errori” da evitare per l’Italia

Caprotti sembra vicino alla cessione di Esselunga. La catena di supermercati potrebbe finire anche in mani straniere, ma per Poletti non sarebbe un problema. Di SERGIO LUCIANO

13.09.2016 - Sergio Luciano
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Bernardo Caprotti (Foto: Lapresse)

Nel caso di una vendita di Esselunga da parte del suo patron Bernardo Caprotti “ben venga” la cessione a imprenditori italiani, anche se “non vedrei nulla di male” se arrivassero investitori internazionali purché con una “soluzione di mercato”. Parola di Giuliano Poletti, ministro del Lavoro. Ora, proviamo a capirci, con tutto il rispetto per il ministro. Se Poletti interpellasse il suo collega Carlo Calenda, responsabile dello Sviluppo economico, e gli chiedesse che differenza c’è tra investimenti esteri “green field” (prato verde) e investimenti esteri “brown field” (area già edificata), realizzerebbe che non sono la stessa cosa e che quel “nulla di male” va forse ripensato.

Calenda lo ha teorizzato più volte in pubblico. L’investimento estero auspicabile per l’Italia, come per qualsiasi altro Paese, è quello con cui un investitore viene sul nostro territorio a costruire da zero (“green field”) una nuova attività economica. Per riuscirci compra materiali, fa lavorare imprese, assume addetti che prima non lavoravano o lavoravano altrove guadagnando meno. Paga tasse su fatturati che prima nessuno faceva: in una parola, crea sviluppo. L’investimento estero che non è sempre auspicabile, per l’Italia, è quello di chi invece viene da noi a comprare un’azienda che già c’è e già funziona, e quindi non fa che rilevare la proprietà di un fatturato e di un organico professionali già esistenti, già contribuenti del fisco. Spende soldi, sissignore, ma li versa nelle tasche del venditore, e quindi solo molto marginalmente in quelle del Paese. E non sempre lo fa per sviluppare ulteriormente questi business e farli crescere: dipende da quanto questo collimi con gli altri interessi che l’investitore estero in questione ha altrove, magari al suo Paese. I tedeschi che hanno comprato Italcementi hanno subito iniziato a progettare tagli all’organico di Bergamo che i Pesenti non avevano avuto ancora l’animo di fare, prima di vendere. Idem la Whirpool con l’Indesit. Chiaro? Semplice, addirittura.

Si deve aggiungere una sommessa nota a margine su Caprotti e Poletti. Il roccioso imprenditore che il 7 ottobre prossimo compirà 91 anni (novantuno!) ed è ancora padre-padrone del gruppo che ha creato è un personaggio unico. Assolutamente geniale nel suo campo, ha reso l’Esselunga la catena più efficiente d’Italia e tra le migliori d’Europa. Sempre all’avanguardia nelle innovazioni distributive, attento al rapporto qualità-prezzo, Caprotti è sempre stato schierato a centro-destra, è sempre stato amicissimo di Berlusconi ed è sempre stato osteggiato sul territorio da molte (non tutte, per fortuna) amministrazioni comunali di sinistra che boicottavano i suoi supermercati, e le sue richieste di nuove licenze commerciali, per compiacere le coop di Coop Italia, eccellente e grandissima catena di distribuzione italiana, ma eterna seconda per performance proprio dietro Esselunga. Allo scontro con le Coop, Caprotti ha dedicato un libro-pamphlet intitolato “Falce e carrello. Le mani sulla spesa degli italiani”, in cui ne raccontava un sacco e una sporta contro le Coop, che hanno reagito attaccandolo in tribunale su almeno tre fronti, con vicende ancora pendenti davanti a varie corti, e con alterne vicende.

Ora: Giuliano Poletti, prima di fare il ministro, è stato per dodici anni presidente della Lega Coop, cui quelle cooperative di consumo aderiscono come vere e proprie socie di riferimento. Sarebbe stato più elegante, per lui, ricordare questo dissidio, anche per confermare le proprie buone ragioni, ma se non altro per sottolineare che oggi, come ministro, ritiene (dovrebbe ritenere!) che Esselunga è un asset per il Paese, soprattutto perché una proprietà italiana può meglio di altre straniere (anche se la francese Auchan ha lavorato anch’essa molto bene in questo senso) valorizzare, per esempio, la filiera agroindustriale nazionale “a chilometro zero”…

Ma tant’è. Per Poletti, ben venga un italiano – forse le sue Coop? -, ma niente di male se viene uno straniero. Il che significherebbe cedere un altro 9% della nostra grande distribuzione a interessi stranieri, che sicuramente pagherebbero in Italia meno tasse dei concorrenti locali, retrocedendo “infragruppo” all’estero parte degli utili ante-imposta e tutti i dividendi. Un impoverimento, insomma, altro che “niente di male”. Il caso Apple non ha insegnato niente? E la fuga in Gran Bretagna prima e in Olanda poi di Fca e di Exor?

Altro è, invece, fare un discorso paleo-sindacale, di quelli che non usano più perché non sono chic e sono da gufi. Ricordare cioè all’opinione pubblica che le responsabilità della classe imprenditoriale sul declino in atto nel nostro Paese non sono poi così inferiori a quelle della classe politica. Perché, certo, investire e lavorare in Italia comporta più rogne del dovuto, ma se non si trovasse nessun gruppo italiano pronto a comprare Esselunga sarebbe l’ennesima prova di una generale voglia di “disimpegno” che serpeggia tra le file dei grandi imprenditori. Un “indietro tutta” che con un’eventuale cessione all’estero di Esselunga scriverebbe un ennesimo brutto capitolo.

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