SPY FINANZA/ Referendum, Mps e “ingerenze”: incomincia l’autunno caldo dell’Italia

- Mauro Bottarelli

Al di là delle dichiarazioni dell’Ambasciatore Usa sul referendum italiano, spiega MAURO BOTTARELLI, sono ben altri i rischi e le ingerenze che il nostro Paese sta subendo

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Quasi quasi chiedo al direttore se posso dar vita a un rubrica dal titolo “Cronache da pagliacciopoli” dedicata alle capriole patetiche del nostro sistema politico-economico. E, vi assicuro, non avrei difficoltà a reperire materiale. L’altro giorno, ad esempio, è saltata fuori una vera chicca, qualcosa che merita grande attenzione. Eccola qui: l’investitore italiano non ha cultura finanziaria, ha scarsa comprensione degli andamenti e delle innovazioni dei mercati e mostra in alcuni casi distorsioni comportamentali (diversificazione di portafoglio e contabilità mentale). Ma non basta, perché è avverso alle perdite e al rischio di ottenere rendimenti inferiori alle aspettative e ha una scarsa comprensione del processo decisionale. È questa la fotografia dell’investitore nostrano scattata dalla Consob e presentata in una ricerca. Eppure, nonostante tutto, gli italiani mostrano un rinnovato interesse per i mercati finanziari, anche se rimangono orientati verso i prodotti liquidi. 

Di certo, non piace pagare il servizio di consulenza ai professionisti, per cui si cercano più gli amici, i parenti e i colleghi per i consigli di Borsa. E anche una volta che il servizio viene pagato rimane una forte difficoltà nella valutazione del servizio ricevuto e una bassa consapevolezza dell’importanza dello scambio informativo con il consulente. La ricerca presentata dalla Consob è stata condotta dalla Multifinanziaria Retail Market insieme con Osservatorio su “L’approccio alla finanza e agli investimenti delle famiglie italiane” (GfK Eurisko): il campione è stato di circa 2.500 famiglie, mentre l’osservatorio ha coinvolto mille famiglie. 

Bene, in Italia c’è deficit di conoscenza finanziaria. Non vi pare un pochino stonata, però, la nota in base alla quale a dirci questo sia l’Ente che ha eliminato la prospettazione di rischio dai prodotti finanziari e che ha benedetto con mano ferma la vendita di obbligazioni subordinate, ad esempio, a clientela retail? Cosa facciamo adesso, rimettiamo i prospetti e facciamo smettere le banche di spacciare immondizia per togliersela dal bilancio? Sia chiaro, chi va allo sportello e si fa irretire da rendimenti del 4-5% in un momento simile è un cretino, perché basta leggere un giornale per capire che si tratta di una più che probabile fregatura, ma noi sappiamo benissimo, perché ce lo ha insegnato la cronaca, che molto spesso azioni non quotate e ultra-sopravvalutate, così come obbligazioni con forte rischio, diventano lo scotto da pagare per ottenere un prestito o un mutuo: quindi, ignoranza o meno, siamo di fronte a un’attività di estorsione, bella e buona. E la Consob cosa dice? Silenzio tombale, troppo occupata a commissionare studi il cui esito è quello di confermare come le decisioni dell’Ente di controllo dei mercati siano state balsamo per chi voleva truffare ignari risparmiatori. 

Ma andiamo oltre. L’Italia da martedì sembra un covo di trinariciuti, tutti contro l’ambasciatore Usa che si è schierato a favore del “sì” al referendum. Ora, al netto che siamo una colonia Usa dal 1945 e quindi ben svegliati a tutti i fenomeni dell’indignazione a scoppio ritardato, giova sottolineare come quel referendum non solo non si sa ancora quando (e se) si terrà, ma che lanciarsi in polemiche sterili simili serve soltanto a far passare sotto silenzio il rischio davvero serio e l’ingerenza Usa davvero grave che stiamo patendo. 

Partiamo dalla cronaca, citando, per non essere tacciato di partigianeria, l’autorevole Reuters. Eccola: “Gli investitori sono riluttanti a sostenere l’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena, necessario dopo una maxi pulizia delle sue sofferenze, e questa è l’enorme sfida per il nuovo Amministratore delegato chiamato a mettere in sicurezza la banca italiana, secondo alcuni fund manager e una fonte a conoscenza del dossier. La banca, che oggi pomeriggio (ieri, ndr) riunisce il consiglio di amministrazione per nominare il nuovo Ad che a meno di sorprese sarà Marco Morelli, deve raccogliere fino a 5 miliardi di capitale per riportare i suoi parametri patrimoniali in linea dopo che avrà fatto una maxi cessione con cartolarizzazione di oltre 9 miliardi di sui crediti in sofferenza. Ma è proprio la montagna di 45 miliardi di euro crediti deteriorati che è il principale deterrente per gli investitori nell’appoggiare la terza ricapitalizzazione in tre anni, secondo quattro importanti fondi europei e una fonte di una banca d’investimento a conoscenza del dossier”. 

Ed ecco invece cosa ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, lunedì sera a Porta a porta: “La nomina del nuovo Ad, da quello che mi risulta, sarà oggetto mercoledì della riunione del cda. Il parere della Bce ci sarà domani (martedì, ndr) ed è su una rosa di nomi selezionata dai cosiddetti cacciatori di teste… Non è questione di entro l’anno o meno, ma di quando i mercati saranno più disponibili ad accettare un aumento di capitale. C’è l’incognita referendum che viene percepita come impedimento”. Ed ecco ritornare l’incognita referendum, buona quanto il Brexit per rimandare, ribaltare, occultare, stravolgere. Ma davvero il mercato non investe nel piano di riassetto di Mps perché teme le cavallette che potrebbe invadere l’Italia se vincesse il “no”? 

Nemmeno per sogno, il mercato era già di suo titubante, ma il proverbiale chiodo nella bara della fiducia lo ha piantato il risultato della semestrale della Popolare di Vicenza, la quale nonostante l’aumento di capitale garantito dal Fondo Atlante, ha presentato ancora perdite monstre. Ma è brutto dire che in Italia ci sono banche in cui hanno paura a mettere i soldi anche gli hedge funds più rapaci per il semplice fatto che hanno bilanci devastati da prestiti ad amici, parenti e referenti politici che si sono tramutati in sofferenze che mai verranno recuperate, alla faccia di accantonamenti da barzelletta. 

E poi, a proposito di ingerenze, chi ha fatto fuori l’ad di Mps, Fabrizio Viola, per far posto a Marco Morelli, ex capo di Bank of America-Merrill Lynch in Italia? Renzi, Padoan e il buon Costamagna, ex Goldman Sachs e ora a capo di Cassa depositi e prestiti, il tutto per far piacere a JP Morgan, deus ex machina del disperato tentativo di salvataggio della banca più vecchia del mondo. Ma ora viene il bello, perché su Morelli pesa un’incognita. Nel 2013 è stato infatti pesantemente multato dalla Banca d’Italia per la sua partecipazione al finanziamento cosiddetto “Fresh” attivato dal Monte dei Paschi di Siena sotto la guida di Giuseppe Mussari, quando Morelli era vicedirettore generale. 

In quell’operazione aveva un ruolo da protagonista proprio la JP Morgan, banca da cui Morelli proveniva. Nella direttiva europea Crd4 su requisiti, onorabilità e adeguatezza dei banchieri – recepita dal Parlamento italiano a maggio 2015 -, le sanzioni amministrative della vigilanza bancaria sono indicate tra i principali elementi da valutare per decidere sull’onorabilità e l’adeguatezza del banchiere nominato. Per Morelli si è dunque inaugurata una procedura nuova, in deroga e nel silenzio generale. Prima ancora che il comitato nomine e il consiglio d’amministrazione di Mps abbiano avuto il tempo di scegliere il nuovo amministratore delegato, la Bce, “per guadagnare tempo”, lunedì ha convocato a Francoforte l’ad in pectore insieme ai due esponenti di vertice che lo dovevano ancora nominare. Della serie, il cda di Mps conta con il due di picche. 

Insomma, siamo qui a fare le pulci alla Raggi per un assessore con un avviso di garanzia e un altro pare senza requisiti, ma lasciamo che Governo e Bce bypassino il cda della banca senese e scelgano il nuovo ad, dove aver fatto fuori il precedente con gradevole telefonata di Padoan e, tanto per non farci mancare niente, il prescelto ha precedenti con la Banca d’Italia rispetto i criteri di adeguatezza e onorabilità. Non avete sentito dirette televisive su questi fatti, vero? Meglio stare appostati sotto casa della Raggi per farle le foto in pigiama, mentre sbatte i tappeti. 

Una cosa vi sia chiara: Morelli o meno, Mps per stare in piedi deve chiedere 5 miliardi al mercato nello stesso momento in cui Unicredit ne deve chiedere 7: per una volta, la formula “autunno caldo” ha un senso. Povera Italia. 

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