Olimpiadi Roma 2024 / Quei “conti” che nessuno ha guardato per dire sì o no

- Sergio Luciano

La polemica sulle Olimpiadi 2024 a Roma, spiega SERGIO LUCIANO, non sembra essersi stata “incardinata” sugli argomenti giusti da nessuno dei litiganti in causa

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Virginia Raggi (Foto: LaPresse)

Olimpiadi Roma 2024. La polemica sulle “Olimpiadi sì o no” non sembra essersi stata “incardinata” sugli argomenti giusti da nessuno dei litiganti. Forse per mancanza di chiarezza sulle differenti “metriche” economiche che la complessa materia imporrebbe di usare. Realizzare i grandi eventi pubblici – come le Olimpiadi o l’Expo – richiede, preliminarmente, grandissimi investimenti altrettanto pubblici per costruire impianti – fiere, stadi, velodromi – destinati a rimanere per decenni a fronte di un utilizzo immediato che si brucia in poche settimane. In simili casi, che senso ha confrontare da una parte tutte le uscite finanziarie richieste da questi investimenti e dall’altra tutte le entrate ottenute dall’utilizzo specifico di quegli impianti nelle poche settimane in cui si “bruciano” i grandi eventi specifici che si svolgono subito dopo l’inaugurazione dei nuovi impianti?

Assolutamente nessun senso. I costi sono sempre e comunque molto più alti dei ricavi legati all’evento che li ha resi necessari. Uno strabismo economico: i costi si contano tutti e subito, i ricavi immediati sono – e non possono essere altro – minimi, a confronto. Ma allora è impossibile sapere contabilmente “com’è andata” un’Olimpiade o, per esempio, l’Expo2015 di Milano?

In un’ottica strettamente contabile è impossibile. Da qui anche l’impossibilità di prendere decisioni politiche condivise su questi temi in situazioni politiche di forti polemiche e di totale dissenso ideologico sul futuro, come oggi si vive a Roma e in Italia. Non ultimo per l’evidente sfasamento temporale che c’è tra la responsabilità di chi decide oggi gli investimenti e i riverberi positivi di chi ne godrà domani gli effetti a lungo termine, quasi sempre soggetti diversi da coloro che avevano firmato gli investimenti. Servirebbe, per non incappare in conflitti, una generosità politica “transgenerazionale” che non si riscontra da decenni nel nostro Paese. Dove al contrario i meriti dei padri vengono rivendicati dagli stessi padri, e i figli politici di questi padri che si freghino.

Ma esaminiamo su queste premesse il caso di Roma. Uno studio del Coni realizzato da OpenEconomics e dal Ceis dell’Università di Roma “Tor Vergata” presenta le cifre, bellissime, di un bilancio non-contabile delle Olimpiadi che la Raggi non vuol fare. Secondo questi conti, i benefici della manifestazione per le imprese sarebbero di 1,7 miliardi; per il Pil del Lazio e di Roma, di 9 miliardi di euro; per le entrate fiscali di 867 milioni; per i redditi e consumi delle famiglie di 2,9 miliardi di euro.

Senza neanche entrare nel merito di questi calcoli, è evidente che stiamo parlando di effetti indotti dalle Olimpiadi, ma non contabilizzabili direttamente all’attivo dello stesso bilancio in cui invece al passivo è obbligatorio contabilizzare gli investimenti fissi necessari per farle, quelle Olimpiadi!Facciamo un esempio calzante, quello del controverso bilancio di chiusura dell’avventura Expo 2015 a Milano. A fronte di circa 2,2 miliardi di investimenti pubblici sostenuti da Stato ed Enti locali per realizzare l’enorme infrastruttura, i ricavi diretti (biglietteria e sponsorizzazioni) sono stati inferiori al miliardo. Ma sarebbe una bestialità denunciare 1,3 miliardi di buco, perché le infrastrutture lasciate sul terreno e riutilizzabili valgono ben di più, proprio perché è costato tanto realizzarle. 

Già: è anche però sbagliato dire che, quindi, l’Expo sia stato in sé un successo economico. Molto dipenderà dall’uso – reale o fittizio, effimero o durevole, utile o inutile – che di quelle strutture si farà! Anche calcolare i benefici ricavati dal Pil di Milano e della Lombardia all’attivo di quel miliardo e 300 milioni non coperto dai ricavi diretti dell’Expo è politicamente sensato, ma contabilmente non ha senso. Quindi alla domanda: “ma com’è andato, economicamente, l’Expo”, la risposta più onesta è un rotondissimo: “Dipende!”.

Si guardi più sommessamente alla polemiche sulle due tappe promozionali della Coppa America che Napoli e Venezia vollero organizzare qualche anno fa. La kermesse, una quindicina di giorni di regate mozzafiato ma prive di valore agonistico perché erano più che altro esibizioni, si è conclusa con polemiche maleolenti. A Venezia, è stata coinvolta nello scandalo del Mose per la torbida dinamica dei finanziamenti che la resero possibile; a Napoli ha ricavato una milionata di introiti diretti tra sponsorizzazioni e diritti tv contro i 18 che costarono i lavori, secondo il sindaco De Magistris fu una straordinaria e proficua campagna d’immagine a favore della città, per i suoi oppositori uno spot personale privo di senso per i napoletani e utile soltanto all’ex pm del flop giudiziario del secolo, l’inchiesta Why Not. Mediare tra valutazioni così estreme? Impossibile.

Le Olimpiadi Invernali di Torino del 2006, messe in croce per il forte sbilancio diretto tra costi delle installazioni e ricavi diretti e per aver assorbito nell’insieme 4,37 miliardi di investimenti pari all’80% in più dei preventivi (dati di Statista.com) hanno però dato il via a una straordinaria metamorfosi del capoluogo torinese da grigia città dell’industria metalmeccanica pesante a località turistica internazionale gettonata, piena di esercizi pubblici, eventi e attrattive culturali. Valli a fare, però, i conti in senso strettamente economico! La ragione per cui non ci si polemizza più, su quelle Olimpiadi, è solo l’armonia tra chi le volle, soprattutto l’allora sindaco Sergio Chiamparino, il suo successore e compagno di partito Piero Fassino e il successivo presidente della Regione, lo stesso Sergio Chiamparino, che ovviamente è rimasto d’accordo con se stesso… 

Viceversa, che bisogno aveva Roma di organizzare i Mondiali di nuoto del 2009, che tanti brutti strascichi, non solo contabili, hanno lasciato?

In definitiva, la materia è metifica se non la si inquadra e gestisce in un’ottica politica complessiva e condivisa. Il che è impossibile o quasi.

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