SPY FINANZA/ Italia, il disastro della Bce (con l’aiuto del Governo)

- Mauro Bottarelli

Sempre più dati, spiega MAURO BOTTARELLI dimostrano che ormai l’economia è in mano alle Banche centrali. Che però, come si vede in Italia, non ottengono risultati positivi

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Tranquilli, va tutto bene. L’indice Pmi composito (ovvero quello che monitora l’andamento del settore manifatturiero e dei servizi) dell’eurozona preliminare di settembre, elaborato da Markit, è sceso a 52,6 punti dai 52,9 di agosto e del consenso. Nel dettaglio, l’indice preliminare relativo al settore dei servizi è risultato pari a 52,1 punti rispetto ai 52,8 del mese precedente, anche in questo caso al di sotto dei 52,8 punti del consenso, mentre quello manifatturiero si è attestato a 52,6 punti, in rialzo rispetto ai 51,7 punti di agosto e al consenso a 51,5. 

«Si conclude negativamente il terzo trimestre dell’economia dell’eurozona. Il tasso di espansione di settembre è infatti rallentato al valore più basso in venti mesi», ha sottolineato Rob Dobson, economista senior di IHS Markit. E non basta: «Se il quadro generale mostra una crescita trimestrale molto lenta vicina allo 0,3%, resta inoltre chiaro che la ripresa economica è ancora fragile e non riesce a generare alcun tipo di traino reale. Conseguentemente, la creazione di posti di lavoro risulta esitante, con un livello occupazionale che è infatti aumentato al tasso più debole da aprile». Di conseguenza, «viste le ancora piuttosto deboli pressioni inflazionistiche e il più basso livello di ottimismo in 21 mesi delle aziende del settore dei servizi, è probabile che, se le condizioni economiche risulteranno ancora più moderate, i responsabili delle politiche monetarie adotteranno nuovi stimoli più avanti nell’anno». Ma sì, stampiamo ancora un po’ di debito che pagheranno i nostri nipoti – i figli ne hanno già sopra i capelli- e vedrete che tutto andrà a posto. 

Talmente a posto che a lanciare i segnali più preoccupanti di stagnazione è la cosiddetta locomotiva europea, la Germania. Guardando infatti ai singoli Stati, la crescita del settore privato tedesco ha rallentato al minimo di 16 mesi a settembre, zavorrata dalla debolezza della produzione nei servizi. La stima flash del Pmi composito è infatti scesa a settembre a 52,7 da 53,3 di agosto. La lettura si è attestata al di sotto della stima degli economisti a 53,4, pur mantenendosi oltre la soglia di 50 che separa la crescita dalla contrazione. Invece nel settore manifatturiero la crescita ha accelerato al massimo di tre mesi, mentre la produzione nei servizi è scesa a sorpresa al minimo di oltre tre anni: «Desta grande preoccupazione l’andamento divergente dell’economia che vede i fornitori di servizi alla prese con una crescita che non decolla», ha spiegato l’economista di Markit, Oliver Kolodseike, a detta del quale «il Pmi evidenzia la crescita più debole dell’attività delle imprese dall’estate del 2013. I dati di oggi sono un chiaro segnale che la crescita dell’economia tedesca ha subito un rallentamento nel terzo trimestre». 

A sorprendere è stata invece l’attività economica privata in Francia, cresciuta questo mese più delle previsioni, mostrando il ritmo più elevato degli ultimi 15 mesi, grazie alla forza del settore servizi che ha compensato il manifatturiero: l’indice Pmi composito è arrivato a 53,3 da 51,9 di agosto. Non fatevi prendere da facili entusiasmi, con i dati da morte clinica degli ultimi mesi non deve stupire il rimbalzo del gatto morto francese, soprattutto alla luce del fatto che per tutto il mese di agosto e per la gran parte di settembre non si sono registrati scioperi di massa contro la legge sul lavoro. Inoltre, Hans Redeker, strategist di Morgan Stanley, ritiene che la Fed sia stata abbastanza colomba e che abbia messo l’enfasi sui dati futuri, «che ci aspettiamo deludenti. E la nuova struttura delle politiche della BoJ probabilmente non cambierà la traiettoria di breve dello yen». 

Cosa ci dicono tutte queste cifre? Una sola cosa: siamo totalmente nelle mani delle Banche centrali, crescita o contrazione sono variabili del loro operato e della credibilità percepita dal mercato relativamente alle loro azioni. Non c’è più macro-economia, possono togliere l’esame dalla facoltà di economia e anche da quella di legge: non serve più, istituiamo un bel corso sul funzionamento distorsivo delle pratiche delle Banche centrali e mettiamoci l’animo in pace. 

Vale lo stesso per i vari ministeri dell’Economia e del Lavoro degli Stati, non servono più: di fatto, già oggi seguono pedissequamente quanto dicono le Banche centrali, un domani verranno direttamente commissariati e ci toglieremo il problema. Volevate più Europa, vi hanno accontentato e adesso ringraziate la buonanima di Ciampi per questo straordinario ed edificante esempio di svuotamento della sovranità popolare e legislativa. Oltretutto, fossero almeno capaci di fare il loro lavoro, uno accetterebbe più serenamente il fatto che il proprio voto non conti più nulla, ma stanno toppando tutti: la Fed mercoledì ha dovuto rimandare un’altra volta l’aumento di un cencioso quarto di punto dei tassi, sintomo che la bolla che ha creato con la sua politica di stimolo è talmente grande che basta un granello di sabbia per far sbandare l’intero meccanismo finanziario globale; La Bank of Japan continua la sua opera di acquisizione di debito pubblico, operando però sulla curva dei rendimenti per fare in modo che il decennale continui a restare con lo yield sotto zero: il dottor Frankenstein, in confronto, era ligio al giuramento a Ippocrate; la Bce finora ha ottenuto l’unico risultato di spedire artificialmente il rendimento del Bonos spagnolo a 10 anni al di sotto del pari durata statunitense e di permettere a Bayer di far finanziare parte dell’acquisizione di Monsanto attraverso l’emissione di obbligazioni, visto che per evitare che crolli tutto l’Eurotower si è messa a comprare anche bond corporate con il badile. Voi questo lo chiamate libero mercato? 

E l’Italia? Vi faccio un piccolo esempio finale: a parte La Stampa, costretta a dare la notizia per una questione di collocazione geografica, l’intero arco della stampa italiana ha taciuto il caso di Eurofidi, il più grande consorzio italiano di garanzia fidi con più di 55mila imprese associate. Sapete cos’è successo? L’altro giorno i soci hanno votato la messa in liquidazione della società. Cosa significa? Che moltissime aziende che avevano la garanzia di accesso al credito o per le cartolarizzazioni attraverso Eurofidi, ora ne sono sprovviste: con il vigore con cui cresce l’economia italiana e con lo stato di salute del sistema bancario, che fine faranno a vostro modo di vedere molte di quelle piccole e medie imprese adesso? 

I cosiddetti Cofidi, i consorzi appunto che offrono queste garanzie, sono partecipati da soggetti pubblici, da associazioni di imprese e dalle stesse banche, parliamo di 396 soggetti attivi sul territorio nazionale che a causa delle torsioni del mercato del credito innescate dalla crisi finanziaria ora vedono messa a rischio la loro stessa continuità patrimoniale, a causa delle valutazioni allegre di garanzie e contro garanzie fornite su quei fidi. Sapete chi pagherà il conto? Piccole e piccolissime imprese, artigiani e professionisti, ovvero la spina dorsale della nostra economia. 

Avete sentito parlare qualcuno di questa vicenda, a parte Oscar Giannino? No, perché ormai per il governo l’economia ha un unico nome e un unico referente, la Bce. Ecco perché la crescita è zero e resterà tale, nonostante le spacconate di Padoan e le previsioni lisergiche del suo ministero sul Pil. Il tessuto produttivo di questo Paese sta morendo, giorno dopo giorno. Nell’indifferenza di chi dovrebbe tutelarlo e farlo crescere. È questo il più grande tradimento del governo Renzi, altro che referendum, Olimpiadi a Roma o Fertility Day. 

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