FINANZA E POLITICA/ Il rebus della manovra tra bugie e paletti

Dopo la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza il Governo dovrà predisporre la Legge di stabilità, non senza difficoltà, spiega STEFANO CINGOLANI

26.09.2016 - Stefano Cingolani
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Matteo Renzi (Lapresse)

La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che il governo dovrebbe varare tra oggi e domani prende atto di una situazione ben peggiore delle previsioni. In primavera il governo stimava la crescita del 2017 attorno all’1,4%; oggi come oggi questa percentuale è dimezzata. Sale il disavanzo pubblico e, senza misure correttive, il debito, sia in quantità (ogni mese si batte un nuovo record), sia rispetto al prodotto lordo. Dunque, si parte con un handicap non trascurabile e non sarà agevole recuperarlo.

Matteo Renzi spera ancora nella flessibilità che diventa un mantra ormai un po’ noioso. Soprattutto è un’illusione. Così come illusoria è l’idea che l’Italia nell’Unione europea dopo la Brexit sia il terzo membro di un direttorio dei grandi paesi fondatori. Bratislava e Berlino lo dimostrano. Renzi ha preso cappello, ma in realtà anche l’incontro di Ventotene è stato solo fumo negli occhi. L’unico asse, per quanto ormai asimmetrico, resta quello tra Berlino e Parigi.

Se le cifre anticipate dai giornali verranno confermate, la manovra di bilancio per il 2017 sarà modesta, forse la più modesta degli ultimi anni. Si parla di 20 miliardi, 15 dei quali serviranno per stoppare l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. Il resto, davvero pochino, dovrebbe stimolare una crescita che, se nulla cambia, può addirittura rallentare. Di questi 20 miliardi, 13 saranno a debito, altri 7 vanno trovati nelle pieghe della spesa pubblica, tagliuzzando e rinviando. Il primo rinvio riguarda la riduzione dell’Irpef e del cuneo fiscale, cioè le due misure che sarebbero state più efficaci per spingere la congiuntura.

L’obiettivo di crescita realistico, in base alle scarse risorse disponibili e all’impossibilità di sfondare i parametri europei, s’aggira tra lo 0,8% e lo 0,9%. Matteo Renzi, però, vuole evitare assolutamente quello zero prima della virgola e punta a 1,1%; forse si arriverà a una mediazione. Ma con 5 miliardi di euro da destinare alla domanda interna sarà difficile raggiungere quell’obiettivo che, lo ripetiamo, è comunque inferiore a quello della primavera scorsa.

Il governo spera di sottrarre dal disavanzo circa 7 miliardi da destinare alla ricostruzione dopo il terremoto di Amatrice, agli immigrati e ai primi stanziamenti del piano casa, ricorrendo alla clausola delle “circostanze eccezionali”. L’Ue è disposta a considerare eccezionale solo il terremoto, perché l’immigrazione non è certo una tantum, e per la casa si tratta di un investimento di lungo periodo. Se passa la linea italiana, allora il deficit per l’anno prossimo sarà del 2,1%, altrimenti salirà al 2,5%.

Certo, Renzi ha ragione a dire che in questi mesi è peggiorata la situazione esterna anche se la Banca centrale europea continua a irrorare l’economia di moneta liquida, ma rischia di essere un alibi. Con l’eccezione della Grecia, i paesi dell’area euro crescono ben oltre il punto percentuale, dalla veloce Spagna (3,2%) alla fiacca Francia (1,4%), secondo gli ultimi dati Le peggiori condizioni esterne valgono per loro come per l’Italia. A cambiare nettamente sono le condizioni interne.

Secondo i seguaci dell’austerità, l’Italia non ha fatto gli aggiustamenti necessari, ha sprecato l’occasione fornita dai tassi zero che riducono drasticamente il costo del debito (secondo una stima sono stati 80 miliardi di euro in tre anni) e dalla flessibilità concessa (19 miliardi sostiene Jean-Claude Juncker). Un’interpretazione più strutturale sostiene che il problema italiano si chiama produttività e consiste nel fatto che il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto più che in Germania, in Spagna e in media negli altri paesi dell’euro. Ciò non è colpa solo del carico fiscale che aumenta il costo lordo e abbassa i salari netti, ma anche degli scarsi investimenti innovativi e delle rigidità sindacali che non sono cambiate a sufficienza nonostante il Jobs Act, il quale (va ricordato) si applica solo ai nuovi rapporti di lavoro.

Se è così, non regge l’argomento dei post-keynesiani secondo i quali l’Italia non ha fatto abbastanza deficit spending (una tesi che accomuna la destra, i grillini e la sinistra del Pd, quindi destinata a essere in maggioranza nello spettro politico italiano). La spesa in disavanzo gonfia il debito e non aiuta la crescita, secondo gli “strutturalisti”. Per loro la politica di bilancio può fare poco, come sostiene Alberto Alesina, l’unica misura utile è una riduzione delle imposte sul lavoro e in generale sul reddito, finanziata con un deciso taglio alla spesa corrente perché un euro risparmiato in tasse stimola la crescita più di quanto la deprima un euro sottratto alla spesa pubblica. Il governo poteva aumentare il deficit per coprire il bonus fiscale, invece lo squilibrio nei conti cresce senza alcun vero beneficio per i redditi netti e per la crescita.

Di qui alla presentazione della legge di bilancio (che sarà il prossimo mese) i medici al capezzale del malato Italia diventeranno sempre più numerosi, ciascuno con la propria bislacca medicina, come i dottori attorno a Pinocchio. Ma la ricetta senza dubbio più paradossale è quella che ha fornito da Ferragosto in qua proprio il capo del governo. Basta andare su internet e cercare le dichiarazioni di Renzi e le promesse fatte dal piano casa, ai bonus e benefici per le diverse categorie, fino all’anticipo della pensione. Annunci che si rivelano senza fondamento se non sono accompagnati da una chiara indicazione di come finanziarli, senza contare sull’improbabile e comunque non risolutiva flessibilità europea. Non sarebbe meglio rappresentare le cose come stanno? E Renzi è sicuro che il referendum costituzionale si vince con i giochi di prestigio e non dicendo la verità?

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