SPY FINANZA/ I fallimenti di Bce e Deutsche Bank

- Mauro Bottarelli

L’Italia, spiega MAURO BOTTARELLI, viene trattata con scarso rispetto dai partner europei, nonostante la situazione di Deutsche Bank che è davvero molto grave

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Deutsche Bank (LaPresse)

Ha fatto scalpore e sensazione la notizia del vertice bilaterale franco-tedesco organizzato per domani da cui è stata esclusa l’Italia, ennesimo schiaffo dopo la conferenza stampa congiunta Merkel-Hollande al termine del vertice di Bratislava. Soltanto chi ha creduto alla pagliacciata di Ventotene poteva pensare che fossimo in presenza di un reale reset nelle relazioni intra-europee, che l’asse renano avesse davvero deciso di allargarsi e trattare da pari le “cicale” italiane. Certo, la presenza attiva di Renzi al vertice mediterraneo in Grecia non ha giovato alle nostre relazioni con i partner nordici, soprattutto per l’agenda dichiaratamente anti-austerity di quel meeting, ma non è solo questo il problema: Berlino e Parigi non ci ritengono partner affidabili, né alleati di pari livello. Ci disprezzano, da sempre, pur dissimulando. 

Il premier Renzi ha glissato, giustamente, sull’argomento, non attribuendogli troppa importanza, ma resta il fatto che gli schiaffi diplomatici e protocollari cominciano a essere un po’ troppi e sempre più volgari. Cosa farei se fossi premier io? Comincerei a mettere le cose in prospettiva, ovvero a dipingere i nostri altezzosi partner per ciò che sono: dei falliti. La Merkel sta perdendo ogni elezione che le si pari sul cammino, addirittura umiliata nel suo Land un mese fa e nel suo stesso partito le fronde si sprecano, tanto che gli alleati bavaresi della Csu hanno detto chiaro e tondo che o si cambia registro su immigrazione e sicurezza o alle elezioni del prossimo anno non ci saranno liste comuni di apparentamento. Vogliamo parlare di Hollande, presidente di un Paese che spende il 65% del Pil in spesa pubblica, ovvero un Paese clinicamente morto? Un sondaggio di due settimane fa diceva plasticamente che solo un francese su dieci lo rivorrebbe all’Eliseo, sintomo che forse tutto questo Napoleone 2.0 non lo è. E noi ci facciamo umiliare e dettare l’agenda da gente simile? Ma dove è finito l’orgoglio nazionale? 

Al vertice di domani saranno presenti tutti i più grossi gruppi imprenditoriali d’Europa e, fino a prova contraria, il nostro Paese è il secondo in fatto di manifattura nell’Ue, la Francia è dietro di noi: come possiamo accettare certe umiliazioni senza colpo ferire? Volete sapere che cos’è in realtà l’Europa con cui si riempiono la bocca i nostri altezzosi partner? Ce lo mostra plasticamente la grafica a fondo pagina, dalla quale scopriamo che quest’anno la Bce ha stampato circa 600 miliardi di euro nel suo programma di Qe, mentre nello stesso periodo il Pil dell’eurozona è cresciuto di soli 31 miliardi: questo significa per ci vogliono 18,48 euro di denaro stampato dal nulla per generare 1 euro di crescita, quindi ogni mese buttiamo via circa 80 miliardi di euro. Ecco la geniale intuizione di Mario Draghi, ecco la formidabile Europa in azione. 

E dove vanno i soldi “generati” dal Qe? Non certo all’economia reale italiana o francese o portoghese, ma nemmeno al mercato azionario, sempre debole, mentre quello statunitense continua a sfondare nuovi record: la Bce sta davvero servendo gli interessi europei o sta facendo ciò che la Fed non può più fare ufficialmente? È questa Europa da cui ci facciamo dettare le regole, per caso? 

In compenso, a fronte di dati macro in continuo peggioramento, il nostro Paese l’anno scorso, in ossequio ai diktat tedeschi, ha perso 4,5 miliardi di interscambio commerciale con la Russia a causa delle sanzioni che Washington ci ha imposto e che la Germania ha subito accettato. Fossi io il premier, appena saputa la notizia del vertice da cui sono stato escluso, avrei chiamato il Cremlino e chiesto un incontro con Vladimir Putin per il medesimo giorno, meeting che avrei usato per migliorare ed espandere al massimo le relazioni commerciali con Mosca e per annunciare il fatto che dal giorno dopo l’Italia abbandona le sanzioni economiche contro la Russia e che voterà contro al loro rinnovo in sede europea, invalidandole visto che occorre l’unanimità. 

Questo farei, se fossi il premier. Perché né la Merkel, né Hollande sono nelle condizioni di poter umiliare l’Italia, visto che tra poco Berlino dovrà nascondere al mondo il fatto che deve salvare con aiuti di Stato il suo colosso, Deutsche Bank, mentre i giornali continentali dedicano tutto il loro ludibrio a Mps, una pulce nei confronti della sistemicità della prima banca tedesca, piena di derivati con il benestare del rigido e inflessibile Schaeuble. E non sto esagerando per spirito anti-tedesco di principio, parlano i fatti. Ieri mattina il titolo Deutsche Bank era in netto calo allo Xetra di Francoforte, visto che ha toccato i minimi storici intraday di 10,63 euro (-6,3%), lasciando sul terreno il 50% da inizio anno. Molto elevate le transazioni: nella prima ora di Borsa sono stati scambiati 87 milioni di euro per 4.656 transazioni, mentre venerdì scorso erano state 4.919 in tutta la giornata per 108 milioni di euro scambiati. La ragione, scrivevano ieri sia Dow Jones che Bloomberg, è la preoccupazione che le riserve di capitale della banca non siano sufficienti per coprire le molteplici e gigantesche spese legali, oltre alla negazione – tutto formale – da parte della Merkel di aiuti pubblici al colosso tedesco. 

Alle ore 10:30 di ieri mattina, le azioni perdevano il 6% a 10,67 euro. «Il governo ha tolto i carboni dal fuoco di Commerzbank e gli investitori hanno reagito delusi, ecco perché Merkel non farà lo stesso con Deutsche Bank», ha scritto Heino Ruland, analista di Ruland Research. Un aumento di capitale, ha poi aggiunto l’esperto, diventa ora sempre più probabile: «E sarà decisamente ingente». Come vi ho già detto, infatti,  il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha chiesto 14 miliardi di dollari per chiudere la controversia legata ai mutui subprime (si parla della crisi del 2008), cifra che rappresenta oltre il doppio di quanto il colosso tedesco ha accantonato (5,5 miliardi di euro, pari a 6,2 miliardi di dollari) per il contenzioso. 

Ma non si tratta di un caso isolato, perché l’istituto di credito si trova di fronte a indagini sulla manipolazione della valuta, a quelle legate al trading dei metalli preziosi e a miliardi di dollari in trasferimenti fuori dalla Russia, che complicano gli sforzi dell’amministratore delegato John Cryan per sostenere la redditività e i coefficienti patrimoniali. Il maggior istituto di credito tedesco sarebbe «significativamente sottocapitalizzato» anche ammettendo accantonamenti sufficienti a coprire un’eventuale transazione con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ha scritto Andrew Lim, analista di Societe Generale, in una nota all’inizio di questo mese. Stando a un report di JPMorgan Chase, un accordo compreso fra 3 miliardi e 3,5 miliardi di dollari permetterebbe alla banca di poter risolvere altre questioni legali, mentre ogni ulteriore miliardo di spese in contenzioso eroderebbe 24 punti base nel capitale. 

Angela Merkel, che a settembre 2017 deve affrontare le nuove elezioni politiche in Germania, per ora ha escluso qualsiasi tipo di aiuto statale, stando a quanto riporta il magazine Focus, ma potrebbe capitolare di fronte all’aggravarsi della situazione. Venerdì scorso, infatti, il quotidiano tedesco Handelsblatt aveva scritto che migliaia di clienti della banca avevano denunciato sui social il blocco in entrata e in uscita dei conti correnti: non si poteva quindi prelevare, ma neppure versare denaro. L’istituto, contattato dal giornale, aveva parlato di blocco momentaneo del sistema informatico. Sicuri che sia così oppure siamo di fronte a un mezzuccio venezuelano per evitare ritiro di capitali dalla banca? 

Signori, questo è lo stato in cui versa il principale istituto del partner che ci esclude dai meeting e pensa di darci ordini: proprio sicuri che non siamo noi dei deficienti ad accettare questo status quo? Non è giunto il momento di dire basta? Premier Renzi, un sussulto di dignità e orgoglio, per favore. 

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