PATTO DELLA LAVAGNA/ I “buchi” nel piano di Renzi

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, le misure anticipate da Matteo Renzi con il cosiddetto patto della lavagna sono inique dal punto di vista sociale e inefficaci nel perseguire lo sviluppo economico

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

“Le misure anticipate da Matteo Renzi con il cosiddetto patto della lavagna sono inique dal punto di vista sociale e inefficaci nel perseguire lo sviluppo economico”. È il rilievo mosso dal professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie, secondo cui inoltre “le polemiche del presidente del consiglio contro l’Unione europea hanno come unico effetto quello di spaventare investitori e risparmiatori, invitandoli di fatto a portare i loro fondi fuori dall’Italia”. Intervenendo a Quinta Colonna, il programma condotto da Paolo Del Debbio, Renzi ha tracciato su una lavagna i suoi interventi già realizzati e quelli ancora da realizzare. Da un lato 80 euro, abolizione dell’Imu sulla prima casa, Jobs Act e taglio delle tasse agricole. Mentre tra gli interventi che intende realizzare ha indicato il taglio di Ires e Iri, due tasse che gravano sulle imprese, e le misure a favore delle pensioni.

Professore, che cosa ne pensa delle misure anticipate da Renzi con il “patto della lavagna”?

Da un punto di vista sociale sono misure inique. A essere totalmente escluse da qualsiasi intervento sono le persone che hanno svolto un lavoro domestico, oppure che hanno svolto solo pochi anni di lavoro contrattualizzato. Quasi sempre sono donne, le quali non hanno diritto alla pensione perché nessuno si è mai occupato delle persone che hanno lavorato in casa per famiglia e parenti.

Queste donne non ricevono comunque una pensione?

Queste donne ricevono solo la pensione di povertà al raggiungimento dei 66 anni e sette mesi. C’è quindi il paradosso che ci si preoccupa di chi ha un lavoro, consentendo loro di andare in pensione anticipata, ma non di quanti hanno i requisiti soltanto per la pensione di povertà. Una donna di 60 anni che per tutta la vita ha svolto lavori domestici deve attendere fino a 66 anni e sette mesi per avere una pensione minima. Eppure spesso stiamo parlando di donne rimaste vedove o separate dal marito, o il cui coniuge è disoccupato oppure con uno stipendio così basso che non è in grado di mantenere la propria moglie. Nelle misure del governo Renzi figure come queste non sono minimamente contemplate.

Prescindendo dall’equità sociale, il patto della lavagna va al cuore dei problemi della nostra economia?

No. Lo sviluppo economico non si persegue con queste misure elettoralistiche, bensì con una politica di investimenti. Eppure il tema delle infrastrutture è del tutto assente dalle politiche di questo governo. Andrebbero ridotte le imposte che ostacolano la crescita economica, e non quelle che riducono il potere d’acquisto di una parte dei consumatori ma non hanno effetto sull’economia complessiva.

Perché l’Italia non riesce a crescere?

L’Italia non riesce a crescere e a sfruttare la sua capacità produttiva inutilizzata perché difetta di infrastrutture, e in parte, anche di capitale umano. Trovo assurdo che non ci si occupi di questi problemi. Come ha riconosciuto lo stesso ministro della Cultura, Dario Franceschini, esiste un patrimonio costituito dai beni culturali immobili. Questi ultimi sono stati massacrati dalle imposte sulla proprietà immobiliare, perché sono stati aboliti gli esoneri per quanto riguarda la tassazione sia diretta, sia indiretta.

 

Oggi è in programma a Berlino l’incontro tra Hollande, Merkel e Juncker. Che cosa ne pensa delle uscite polemiche di Renzi nei confronti dell’Unione europea?

In questo modo Renzi peggiora la situazione, mentre dovrebbe occuparsi del problema del debito italiano che è il più alto all’interno dell’Unione europea dopo quello della Grecia. Vorrei sottolineare che il debito pubblico non è un fatto che riguarda l’Unione europea, bensì la valutazione dei mercati internazionali. Con queste uscite il premier fa capire ai mercati internazionali che ha sforato le regole europee e che non intende adeguarsi.

 

Come valuta questo messaggio?

È un messaggio pessimo perché nel momento in cui il Quantitative easing della Bce verrà meno, il nostro debito pubblico finirà sotto a un attacco massiccio e a una campagna magari anche strumentale. Renzi sta danneggiando le banche in modo molto grave, perché queste ultime possiedono numerosi titoli di debito pubblico. Agli occhi dell’opinione pubblica, quindi, le banche italiane hanno parametri patrimoniali che non sono affatto solidi, perché il governo non intende onorare il debito.

 

Quali sono le ricadute nell’immediato?

Di solito si pensa che ci sia un onere futuro legato al fatto di dovere ripagare il debito e i relativi interessi. Nella realtà, però, si genera un’aspettativa che fa sì che noi scontiamo al presente questo onere futuro. Questa anticipazione al presente può essere sfumata nella misura in cui non è chiaro quale sia il pericolo legato a questo debito pubblico, oppure perché si ritiene che in futuro sarà pagato. Nel momento però in cui il premier dice che non intende rispettare le regole dell’Unione europea, il messaggio che manda è che non intende pagare i debiti.

 

Perché i debiti sono così pericolosi?

Perché agli occhi di un investitore l’Italia diventa come la Grecia, e quindi decide di non investire più. Abbiamo un presidente del consiglio che invece di rassicurare i risparmiatori li spaventa. Chi ha dei soldi messi da parte può sempre decidere di acquistare un immobile a Montecarlo, in Francia, in Germania, perché se lascia i suoi fondi in una banca italiana rischia di perderne una parte: se infatti la banca fallisce, anche il singolo risparmiatore sarà costretto a pagare con il bail-in.

 

(Pietro Vernizzi)

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