SPY FINANZA/ Le balle sui referendum di Italia e Svizzera

Dalla Svizzera non arriva solo la notizia del referendum in Canton Ticino, ma anche il report di Ubs relativo al voto italiano del 4 dicembre. Commento di MAURO BOTTARELLI

28.09.2016 - Mauro Bottarelli
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Sul referendum tenuto in Canton Ticino ho sentito una serie di bestialità degne proprio di questo Paese. La valutazione media, con il ditino puntato verso la Lega, era questa: si è sempre “terroni” di qualcuno più a Nord di noi. Un’idiozia, ovviamente, ma che sottende un dato molto più grave: il non aver capito o il non voler capire, che è anche peggio, quale messaggio sia arrivato domenica dalla vicina Svizzera. Quel 58% di ticinesi che ha votato per una limitazione del numero di lavoratori frontalieri non ha detto un no aprioristico agli italiani per motivi etnico-razziali, ha voluto dire no al dumping salariale che la manodopera italiana sta operando in Svizzera. Il costo della vita, infatti, in Italia è del 40% in meno rispetto che in Canton Ticino e il fatto che i frontalieri del varesotto o del comasco accettino stipendi molto più bassi di quelli che giustamente reclamano i ticinesi per vivere, porta con sé un peggioramento del trattamento salariale generale in base al sottile ricatto del “se non ti va bene, assumo un frontaliero che mi dice anche grazie”. 

Dalla Svizzera, dunque, è arrivato un enorme atto di giustizia popolare, lo ha infatti deciso un referendum, anche nei confronti di quegli imprenditori furbetti che si fanno beffe di standard e diritti acquisiti e usano la scappatoia della manodopera a basso costo – rispetto agli standard ticinesi – per portare avanti i loro business. Già ora, poi, in Svizzera ci sono restrizioni sulle quote, in base alle quale per un tot numero di posti di lavoro prima bisogna vedere se si trova un candidato idoneo nelle liste di collocamento elvetico e, solo in caso negativo, si può assumere lavoratori stranieri: purtroppo, sono molti gli imprenditori che “fingono” di non trovare svizzeri con i requisiti necessari per prendere lavoratori pari livello italiani che fanno risparmiare loro un bel 30-40% sul salario. 

Cosa c’è di scandaloso nel referendum, quindi? Gli svizzeri, nel loro piccolo, con la loro scelta hanno messo in discussione il principio delinquenziale della globalizzazione, le logiche dei vari trattati tipo Ceta o Tttip che anche in Italia vengono avversati, salvo non capirne le logiche e arrivare al paradosso di contestare il referendum ticinese che ne è il naturale sviluppo di contrasto nel merito. È altro che deve farci paura, in arrivo dalla Svizzera. Ad esempio la nota di Ubs riguardo il referendum costituzionale, il quale come vi avevo detto si terrà il 4 dicembre, in perfetta contemporanea con il ballottaggio delle presidenziali austriache, tanto per regalare un po’ di spazio alla speculazione. Ecco alcuni estratti: «L’incertezza politica è uno dei principali rischi per le prospettive europee. L’evento imminente più importante è il referendum italiano sulla riforma costituzionale, previsto per il 4 dicembre», sottolinea Ubs in una nota di ieri. 

Ed ecco i due motivi per cui, per la banca svizzera, questo referendum è importante almeno come quello sul Brexit. In primo luogo, spiegano gli esperti elvetici, per l’incertezza politica, dal momento che il risultato del referendum avrà un impatto sulla decisione del primo ministro, Matteo Renzi, di rimanere o meno in carica, nonostante i recenti tentativi di scollegare il referendum dalla sua decisione di restare al potere. Questo attualmente sembra essere l’obiettivo chiave del mercato. In secondo luogo, la riforma costituzionale è un elemento importante del programma di riforme del governo italiano. Insieme con le riforme del passato, come quella sul mercato del lavoro, il proseguire sulle riforme è positivo per le prospettive di crescita a più lungo termine. 

Due i possibili scenari per il referendum: se prevarrà il no, l’incertezza politica aumenterà e il progresso a livello di riforme farà un passo indietro; se vincerà il sì, l’incertezza politica diminuirà e il programma di riforme progredirà, incluse le misure per rivedere il sistema giudiziario italiano. Questo doppio impatto, a detta degli economisti di Ubs, aumenta senza dubbio l’importanza del referendum italiano per l’outlook. Di più, le implicazioni associate a un no continuano a presentare un rischio per lo spread dei bond italiani: «La nostra aspettativa di rendimenti core dell’area euro in aumento graduale nel corso dei prossimi mesi, supportata anche dalle potenziali modifiche al programma di Qe della Bce, in combinazione con il fatto che lo spread Btp/Bund è vicino al nostro obiettivo di fine anno a 125 punti base, implica un graduale aumento dei rendimenti del decennale italiano all’1,45% entro la fine dell’anno», prevedono gli esperti della banca d’affari svizzera. 

Se dovesse prevalere il sì al referendum, «ci aspettiamo che lo spread Italia-Germania si stringa inizialmente di 5-10 bp. Invece un no, in occasione del prossimo referendum, potrebbe provocare un allargamento dello spread Btp/Bund a oltre 155 punti base. Il contesto politico in Spagna è attualmente più favorevole di quello in Italia e quindi preferiamo essere lunghi sul decennale spagnolo rispetto a quello italiano. Inoltre, consigliamo una copertura contro una potenziale escalation dei rischi italiani con la vendita del Btp decennale italiano a favore dei Treasuries Usa», aggiungono gli economisti di Ubs. 

Infine, per le banche italiane i rischi sono positivamente distorti dagli attuali livelli di valutazione per alcuni istituti di credito. Un rialzo in uno scenario di normalizzazione (sostenuto da un voto sì al referendum), dove i fondamentali riconquistano la scena come driver principale per le azioni, sarebbe di gran lunga più consistente di un ribasso limitato in uno scenario più negativo (voto no al referendum), dove l’incertezza sistemica e normativa rimarrebbe comunque elevata. In quest’ottica «privilegiamo le banche con un eccesso di capitale e una valutazione a sconto come il Credito Valtellinese e la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, entrambe coperte con un rating buy, oltre che Intesa Sanpaolo». Insomma, com’era ovvio, si comincia a innescare il dubbio nella gente: attenzione alle cavallette e alle piaghe d’Egitto che un’eventuale vittoria del no porterebbe con sé. 

Balle e il Brexit è lì a dimostrarcelo plasticamente: possiamo credere a Ubs o all’ambasciatore Usa oppure possiamo ragionare con la nostra testa, visto che nessun imprenditore con un filo di cervello, per decidere se investire o meno in Italia, si preoccupa del Senato con i rappresentanti delle Regioni invece che gli eletti o della sparizione del Cnel, diventato di colpo la causa di tutti i mali italiani. Occorre imparare a leggere le notizie e a capirle, altrimenti lorsignori avranno sempre gioco facile, grazie anche alla grancassa mediatica in servizio permanente ed effettivo di cui godono. 

Al referendum votate come vi pare, tanto non cambia nulla, perché lo spread può anche allargarsi un pochino, ma finché regge l’argine di Draghi nessuno andrà in front-load della Bce. Diverso è farsi infinocchiare su quanto accaduto in Canton Ticino, perché in questo caso c’è una logica di base che sottende l’indignazione di chi starnazza contro il presunto razzismo: il pagare sempre meno i lavoratori, ricattandoli con il dumping e la guerra tra poveri. E un Paese dove il ministro della Sanità minaccia nuove deliranti campagne d’informazione, sperando che i professionisti esterni aiutino ma lavorando gratis, ha già ampiamente passato il segno della decenza minima. 

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