RIPRESA?/ Il “ricatto” europeo pronto per l’Italia

Secondo ANTONIO MARIA RINALDI, per recuperare quanto è stato perso negli ultimi dieci anni sono necessari tassi di crescita molto corposi, per i quali non ci sono i presupposti

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Il governo italiano si attende una crescita del Pil dell’1% nel 2017. È quanto ha messo nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) che anticipa la legge di bilancio 2017. Il presidente del consiglio, Matteo Renzi, ha chiarito che chiederà uno spazio fuori dal patto di stabilità pari allo 0,4%, cioè 6 miliardi di euro, per le emergenze terremoto e migranti. Intanto secondo l’Istat tra agosto e settembre la fiducia delle imprese migliora passando da 99,5 a 101, mentre quella dei consumatori peggiora da 109,1 a 108,7. Ne abbiamo parlato con Antonio Maria Rinaldi, professore di Economia politica all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara e alla Link Campus University di Roma, nonché segretario di Alternativa per l’Italia.

È credibile che il Pil nel 2017 cresca di più di quanto ha fatto negli ultimi anni?

No. I numeri cui ci ha abituato il governo per quanto riguarda le previsioni di crescita sono più assimilabili al gioco del lotto che non a una seria programmazione economica. Siamo bombardati con i dati sulla crescita nel trimestre successivo che poi sono puntualmente disattesi. Il governo non vuole prendere atto del fatto che i vincoli dell’Unione europea stanno facendo sì che il cappio si stringa sempre di più al collo dell’economia italiana.

Il governo Renzi è in difficoltà?

È anche palese la difficoltà che ultimamente Renzi e il suo governo hanno nei confronti dell’Unione europea. Da una parte infatti si va a chiedere più flessibilità, mentre dall’altra si recrimina una maggiore autonomia che consenta il perseguimento di politiche economiche autonome e sempre più svincolate dai dettami europei.

Le misure contenute nella legge di bilancio sono in grado di rilanciare il Pil dell’1%?

Anche questa nuova legge di bilancio ripeterà ancora più in negativo ciò cui nei precedenti esercizi siamo stati abituati ad assistere. Lo documentano gli ultimi dati macroeconomici sull’Italia come il perdurare della deflazione, il crollo della produzione industriale e il tasso di disoccupazione. La creazione di nuovi posti di lavoro è stata ancorata a provvedimenti temporanei come il Jobs Act, ma con il venire meno degli sgravi fiscali questo effetto positivo verrà meno. L’insieme di questi elementi farà precipitare ancora di più il nostro Paese in una situazione di crisi.

Siamo destinati a rimanere intrappolati in una crescita da “zero virgola”?

L’Italia sarebbe già fortunata se riuscisse a intravvedere una crescita dello “zero virgola”. Senza le alchimie contabili permesse dal regolamento Esa 2010 (European System of National and Regional Accounts), molto probabilmente il Pil italiano sarebbe negativo. Per recuperare quanto è stato perso negli ultimi dieci anni sono necessari tassi di crescita molto corposi, per i quali non ci sono i presupposti, né tantomeno si intravvedono.

Serve una maggiore flessibilità di bilancio?

Ottenere più flessibilità dall’Unione europea significa di fatto aumentare il debito, in quanto avendo ceduto sovranità monetaria l’unico modo per finanziare il deficit è quello di ricorrere all’indebitamento. Quest’ultimo è un ulteriore elemento di ricatto nelle mani dell’Unione europea.

 

L’Unione europea ci darà comunque la flessibilità o ce la negherà?

L’Unione europea ha tutte le intenzioni di concedercela, anche se ci farà pagare pegno a livello politico. In questo modo infatti ci espone a fare ulteriore debito, e quindi dispone di un elemento di ricatto nei confronti dell’Italia. In cambio l’Unione europea ci proporrà cessioni di patrimonio per tentare di abbattere il debito, e in questo modo consegnerà in mani straniere comparti anche strategici dell’economia italiana.

 

Perché la fiducia delle imprese migliora mentre quella dei consumatori peggiora?

La situazione delle imprese italiane è duplice. Ci sono sicuramente imprese più grandi le quali, grazie soprattutto alle esportazioni, riescono a gestire i loro conti economici. Le piccole e medie industrie invece si trovano in una situazione di estremo disagio. Per queste ultime anche gli aiutini fiscali estemporanei come il taglio di tasse quali Ires e Iri possono consentire una mera sopravvivenza, ma non aggiustano in modo permanente la loro sorte. Per quanto riguarda invece il peggioramento della fiducia dei consumatori, basta entrare nel primo negozio per rendersi conto di qual è la situazione.

 

(Pietro Vernizzi)

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