ITALIA IN RECESSIONE/ Renzi, la narrazione non basta più

- Stefano Cingolani

Renzi sostiene che “l’Italia è in ripresa, è un dato di fatto”. Le cifre dell’Istat gli danno torto. Ha sprecato un anno e le sue ricette rischiano di fallire ancora. STEFANO CINGOLANI

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Matteo Renzi (LaPresse)

Come sono lontani i tempi in cui Matteo Renzi snobbava il forum Ambrosetti perché considerato una parata del vecchio establishment. Quest’anno si è presentato all’appuntamento settembrino di Cernobbio con mezzo governo, un altro segno che il Renzi rottamatore non c’è più, adesso bisogna vedere se verrà sostituito dal Renzi costruttore (ogni riferimento al terremoto è puramente casuale).
Che ci sia bisogno di una ripartenza, un vero e proprio cambio di passo, è evidente, lo confermano anche i dati sulla congiuntura. Il rischio è che si faccia troppo poco troppo tardi. Too little, too late. Troppo poco perché per rilanciare davvero l’economia ci vogliono risorse che non ci sono, troppo tardi perché ormai possiamo dire, senza essere accusati di gufare, che si è sprecata un’occasione d’oro lo scorso anno, quando i fattori internazionali trascinavano, sia pure a fatica, l’economia domestica e la Ue aveva chiuso un occhio consentendo di rinviare il pareggio del bilancio.
Il capo del governo è approdato alle sponde del lago di Como con un biglietto da visita davvero deludente: crescita zero nel secondo trimestre, una frenata netta per un prodotto lordo che dopo il +0,4 del primo trimestre 2015 si è mosso tra lo 0,2 e lo 0,3. Renzi sostiene che “l’Italia è in ripresa, è un dato di fatto”. Le cifre dell’Istat gli danno torto. E non serve aggiustarle con qualche sofisma statistico. Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan si consola dicendo che l’Istat ha rivisto al rialzo, sia pur di un solo decimale, il tasso annuale: da 0,7 a 0,8%. Ma lo stesso Mef aveva stimato una crescita ben oltre l’un per cento (scesa poi a uno a causa delle tensioni internazionali dei mesi scorsi).
Non solo, il quadro statistico dell’ultimo bollettino è allarmante: “Dal lato della domanda interna, i consumi nazionali sono stazionari in termini congiunturali, sintesi di un aumento dello 0,1% dei consumi delle famiglie e di un calo dello 0,3% della spesa della Pa, mentre gli investimenti fissi lordi hanno registrato una flessione dello 0,3%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto 0,1 punti percentuali alla variazione del Pil: si registrano contributi nulli per i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (Isp) e per gli investimenti fissi lordi e un contributo negativo (-0,1 punti percentuali) per la spesa della Pubblica amministrazione (Pa). La variazione delle scorte ha contribuito negativamente per 0,1 punti”.
Insomma, c’è un buco enorme, una voragine dal lato della domanda interna, per dirla con l’Istat, che può essere colmata solo con una coraggiosa operazione di rilancio dei consumi e degli investimenti. Per i primi la via maestra è ridurre le imposte sui redditi, per i secondi intervenire sul cuneo fiscale e sulla produttività, perché quelli che contano davvero per la ripresa sono gli investimenti privati (gli investimenti pubblici restano incerti nei tempi, in genere lunghi, e nei risultati, molto spesso deludenti).

Per ridurre la pressione fiscale in realtà non ci sono soldi a sufficienza. Così viene ripescata da Susanna Camusso, segretario della Cgil, la solita patrimoniale, ma questa volta per pagare il taglio delle imposte sui salari, proposta irrealistica quanto iniqua perché la ricchezza italiana è fatta soprattutto di immobili e titoli di stato, non di profitti e azioni. E in ogni caso un’eventuale patrimoniale dovrebbe servire a tagliare il debito pubblico.
Bruxelles avverte che i margini di flessibilità sono già stati in gran parte utilizzati. Solo per evitare le clausole di salvaguardia che prevedono aumenti dell’Iva e delle imposte indirette, bisogna trovare 15 miliardi. E quanti ancora per fermare un debito pubblico che continua ad aumentare e non solo perché non c’è crescita? Non è questione di rapporto con il Pil, quel che allarma è la crescente quantità di debito che mese dopo mese occorre finanziare emettendo titoli di stato i quali ormai danno rendimenti negativi e appesantiscono i bilanci delle famiglie e delle banche. Il governo lo scorso anno ha aumentato il disavanzo pubblico dello 0,5% del Pil, senza per questo dare un impulso alla crescita, con disappunto di tutti quei keynesiani di destra e di sinistra che gridano “spendi e spandi”. Dunque, la trappola si è fatta ancor più micidiale.
Quanto alla produttività, Renzi sembra aver capito che questo è il vero tallone d’Achille, come insiste da anni la Banca d’Italia, davvero profetessa inascoltata. La distanza con la Germania, ma anche con paesi in crisi che stanno recuperando rapidamente, vedi la Spagna, si allarga. E ciò rende l’Italia ancor più debole e vulnerabile. Crescita, debito, produttività, sono i tre indicatori ai quali guardano i mercati finanziari, è il triangolo magico dello sviluppo che in Italia non riesce a comporsi. Vedremo se ci sarà realmente una conversione verso il sostegno alla produttività sia con la leva fiscale (Renzi ha promesso di cominciare dall’Ires) sia incoraggiando sindacati e Confindustria a riformare a fondo la contrattazione. Qualche segnale le parti sociali lo hanno dato, adesso si tratta di capire che cosa vuole e che cosa può fare il governo. Purché non sia troppo poco e troppo tardi.



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