FINANZA E POLITICA/ Ecco perché la Bce fa il minimo garantito

- Ugo Bertone

Mario Draghi ha deluso chi si aspettava una risposta più espansiva. Ma non poche ragioni hanno suggerito una scelta prudente e non frettolosa. Il commento di UGO BERTONE

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Mario Draghi (LaPresse)

Mario Draghi ha deciso di retare alla finestra. Come ha già fatto e probabilmente farà di nuovo il suo collega giapponese Haruhiko Kuroda. E come si ripromette di fare Mark Carney, governatore della Bank of England a meno che la Brexit non imponga un intervento d’emergenza. Nonostante la crisi, sia in Europa che a Tokyo, non mostri segni di miglioramento (anzi…), i banchieri centrali preferiscano restare fermi senza sprecare le munizioni che cominciano a scarseggiare. E così Mario Draghi ha deluso chi si aspettava una risposta più espansiva, come dimostra la reazione delle Borse che hanno imboccato la via del ribasso. Ma non poche ragioni hanno suggerito una scelta prudente e non frettolosa, compresa l’attesa delle decisioni della Federal Reserve. Anche la banca centrale Usa sembra intenzionata a rinviare una decisione sui tassi, ma il partito dei falchi non demorde.

E così Draghi, in conferenza stampa, ha subito gelato le attese di una mossa espansiva. “Non abbiamo discusso di cambiamento al Qe” ribadendo più volte che la Bce resta vigile e pronta ad agire in caso di bisogno. Le stime di crescita e inflazione a cura dello staff di economisti della banca centrale non hanno però mostrato variazioni significative rispetto all’ultimo aggiornamento diffuso a giugno, prima del referendum che ha decretato la volontà dei britannici di lasciare l’Unione europea.

La Bce si attende che la crescita continui a un ritmo moderato ma stabile, anche se i rischi pendono decisamente verso il basso. I dati al momento disponibili suggeriscono che il Pil della valuta unica continuerà a crescere nel terzo trimestre, allo stesso ritmo (+0,3%) del periodo aprile-giugno. Perciò meglio praticare la politica dell’attendismo che non è sinonimo di indecisione. L’istituto sta studiando possibili cambiamenti al programma di acquisto di asset che “per il momento funziona”, ha aggiunto Draghi,  senza fornire ulteriori dettagli. Inutile chiedere se si sta andando verso l’allungamento del Qe (che ha varcato in settimana la soglia dei mille miliardi) come è più probabile  o all’allargamento della rosa di titoli acquistabili da Francoforte. Tali questioni, ha sottolineato il presidente, non sono state nemmeno toccate nel corso del consiglio. A conferma, si potrebbe pensare, che le posizioni sono così distanti da consigliare a Draghi di evitare scontri inutili e comunque prematuri. L’unica nota polemica il presidente la riserva a chi contesta i tassi bassi, conseguenza e non causa della crisi e dei minori utili delle banche. In contrasto con il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, ha detto: “I tassi di interesse devono restare bassi per favorire la crescita, bassi oggi per essere alti domani”. Nessuna novità perciò sulla “forward guidance”, secondo cui i tassi rimarranno agli attuali livelli o inferiori per un periodo di tempo prolungato, comunque ben oltre il termine del programma di Qe. E una stoccata alla politica tedesca: chi ha i margini per svolgere una politica fiscale più dinamica dovrebbe farlo. “E la Germania certamente può farlo”. 

Ma è storia vecchia, così come l’invito a fare le riforme. “Prima della crisi – accenna Draghi – molti paesi hanno fatto uso della spesa pubblica badando più alla quantità di spesa che non a come si spende”. In attesa che si faccia strada un atteggiamento più virtuoso non resta che la medicina delle iniezioni di denari, che pure tarda a dare risultati. E così il consiglio Bce ha confermato a zero il costo del denaro, minimo di tutti i tempi in vigore ormai da marzo; invariati anche i tassi sui depositi marginali, a -0,40% e quello sui prestiti marginali a 0,25%.

Insomma, anche nei prossimi mesi il pilota automatico del quantitative easing continuerà a lavorare giorno e notte e, se necessario, in autunno si potrà accelerare il ritmo degli acquisti. Non è una politica esaltante ma, garantisce la Bce, ha consentito di aumentare il Pil dell’Eurozona tra lo 0,5 e 0,6 annuo. Non è molto, ma è il meno peggio che si intravvede all’orizzonte. 



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