SPY FINANZA/ Deficit e Fca, le nuove prove del “piano anti-Italia”

- Mauro Bottarelli

L’Europa vuole che l’Italia vari una manovra aggiuntiva, mentre la Germania si scaglia contro Fca. Per MAURO BOTTARELLI è tempo di dire basta a questi “soprusi”

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LaPresse
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Chiedo venia, ho sbagliato. Per settimane vi ho detto che in primavera l’Europa ci avrebbe presentato il conto per prebende e mancette elettorali sborsate dal governo Renzi nel tentativo di portare a casa il referendum costituzionale, invece non è andata così. Non serve attendere la primavera, il conto va saldato subito: entro il 1 febbraio, salvo deroghe cui il Mef sta già lavorando. È quella la data entro la quale Bruxelles vuole che il governo italiano aggiusti i conti pubblici: servono circa 3,4 miliardi di euro, una manovra bis che vale lo 0,2% del Pil. La richiesta è piombata su Roma giusto la scorsa settimana e questa volta l’esecutivo non può più rinviare, dovrà mettere mano al portafoglio: anche perché in caso contrario – la Commissione europea lo ha messo ben in chiaro nei contatti riservati delle ultime ore con il Tesoro – è pronta una procedura d’infrazione per deficit eccessivo a carico dell’Italia per il mancato rispetto della regola del debito. Vuoi vedere che il declassamento di Dbrs di venerdì scorso ha un pochino a che fare con questo? Ve l’ho detto ieri che era un messaggio in codice: quando la decisione di operare il downgrade era ancora in fieri, l’Europa ci aveva già avvertiti della nuova scadenza. Non so voi, ma io ho la certezza che l’agenzia di rating canadese ne fosse avvisata. 

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Eccoci qua, in pieno 1992 versione 2.0. Sono io catastrofista oppure qualche genio con troppe lauree e poca frequentazione dei mercati rionali ha preso un cantonata clamorosa, forse perché troppo occupato a cercare posto sul carro del vincitore fiorentino? Lo stesso che adesso rilascia interviste per salvarsi la ghirba politica, ma che dovrebbe dar conto al Paese di questa simpatica manovra correttiva, figlia della sua politica in stile Lauro. Almeno, Lauro vinceva però. Eh sì, altro che l’Italia che riparte, la buona scuola e altri slogan da piazzista di provincia: siamo nelle sabbie mobili e questa volta non ci salverà nessuno. Chi può permettersi, infatti, di fare guerra a Bruxelles con la pratica Mps ancora aperta? Sapete cosa significa non ottemperare ai desiderata dell’Ue? Un commissariamento per diversi anni sulle scelte di politica economica. La Troika, signore e signori. E di questo dobbiamo ringraziare Matteo Renzi, lo stesso che adesso si ricandida a guidare il Paese. Lo stesso che ha forzato la mano con un deficit troppo alto previsto nella Legge di bilancio, con inevitabili ricadute negative sul debito e che ora osserva da Rignano il frutto del suo capolavoro politico.

Stando alle previsioni economiche pubblicate lo scorso autunno da Bruxelles, infatti, il deficit italiano viaggerà intorno al 2,4 %del Pil, due decimali al di sopra del target concordato a Bratislava e di quello che la Commissione considera il tetto massimo per evitare una bocciatura dell’Italia da parte dell’Eurogruppo, il tavolo dei ministri delle Finanze della moneta unica dominato dai rigoristi Dijsselbloem e Schaeuble. 

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Un giudizio questa volta condiviso da tutti a Bruxelles, dalle colombe come Juncker e il suo responsabile agli Affari economici, Pierre Moscovici, fino ai falchi come i vicepresidenti della Commissione Katainen e Dombrovskis. Concordi nel voler scartare il rischio di essere sconfessati dall’Eurogruppo con il risultato di far precipitare comunque l’Italia in procedura d’infrazione e di distruggere la credibilità di Juncker e dell’intera Commissione. Il tutto, perché il signorino voleva a tutti i costi abolire il Cnel: esistesse un tribunale per i crimini politici contro il proprio Paese, penso che Matteo Renzi sarebbe seriamente nei guai. Ma il problema è più serio e, forse, finalmente farà aprire gli occhi anche a chi difende a spada tratta l’Europa. 

Con una mossa quasi senza precedenti, la Germania – che già nei mesi scorsi ha puntato il dito in sede europea contro l’omologazione di un modello di Fca – è intervenuta a gamba tesa nel caso delle emissioni contestate a Fiat Chrysler negli Usa. Il ministro dei trasporti tedesco, Alexander Dobrindt, ha infatti dato il via alle danze con un’intervista che lascia ben poco all’immaginazione: «Le autorità italiane sapevano da mesi che Fca, nell’opinione dei nostri esperti, usava dispositivi di spegnimento illegali», ha detto in un colloquio con la Bild on Sonntag riportato da Bloomeberg, riferendosi all’ipotesi di un uso di software irregolari per i test sulle emissioni. Dobrindt sottolineava che Fca si è «rifiutata di chiarire» e che la commissione Ue «deve conseguentemente garantire il richiamo di alcuni modelli» Grazie al cielo, abbiamo un ministro degno di questo nome e mi riferisco al titolare dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, il quale ha detto chiaro e tondo che «Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno», sottolineando poi che «le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte». 

Vogliamo capirla una volta per tutte che l’Europa va mandata a quel Paese e che la Germania non va trattata come un partner, ma come un avversario? Cos’altro deve succedere per farci aprire gli occhi? In Italia stiamo facendo il diavolo a quattro per Mps e abbiamo fatto un disastro con Etruria e soci, mentre Deutsche Bank si vede aggiustati i requisiti di capitale dalla Bce per non avere problemi con gli stress test, la stessa Eurotower che ha alzato le necessità di ricapitalizzazione di Monte dei Paschi da 5 a 8,8 miliardi: non vi pare giunto il momento di dire basta? Ci facciamo dettare legge da un’agenzia di rating canadese? Ma in quale film è possibile una cosa del genere, dove è finito quel residuo di orgoglio patrio che c’era? E per favore facciamola finita con questa storia che l’Italia è un Paese di cicale che infrange le regole: la Francia è sopra al 3% da sempre, ma nessuno ha mai detto nulla. Siamo forse più stupidi dei francesi? Certamente meno coesi e con meno spirito nazionalistico, perché ormai in questo Paese quel termine ha unicamente un’accezione negativa: i risultati di questo apolidismo europeista ora sono sotto gli occhi di tutti, siete contenti? 

Questa tabella andrebbe esposta in tutte le scuole, di ogni ordine e grado, per dimostrare che cos’è l’Europa: ci mostra infatti la percentuale di tempo vissuta in infrazione del parametro del 3% da parte dei vari Paesi europei dal 1999 (o dall’anno di ingresso nell’Ue) fino al 2016. L’Italia vi pare la prima della lista? No, è nella stessa categoria di Spagna e, udite udite, Germania, i professoroni che vengo a farci la lezioncina. E guardate invece dove sta la Francia? Nella stessa categoria di Grecia e Portogallo, quella di chi ha passato due terzi della sua esistenza europea in infrazione di quel parametro. 

Di cosa stiamo parlando? Veramente abbiamo paura del salto nel buio post-Ue? E, di grazia, cosa potrebbe succederci di peggio? Crollano le nostre banche? Prego, vediamo se tedeschi e francesi sono pronti ad assumersi il rischio di controparte che graverebbe sul loro comparto creditizio. Esploderebbe il debito? E finora che cosa ha fatto, grazie ai vari parametri e richieste Ue, è forse calato? Forse non è ancora chiaro a tutti, forse non ci hanno tosati abbastanza nel corso degli anni, ma è arrivato il momento di dire basta: finché ogni volta che Bruxelles batterà i tacchi, noi ci metteremo sull’attenti, saremo soltanto dei servi a cui fare della concessioni (salvo pagarle con interessi molto alti). Avete idea cosa accadrebbe all’Ue se l’Italia smettesse di pagare la sua quota di permanenza? E cosa accadrebbe ai bilanci di Target2, se Bankitalia decidesse di prendersi una pausa di riflessione? Quando smetteremo di avere paura di conseguenze che, di fatto, stiamo già pagando? Oltretutto non essendo liberi di gestire il nostro Paese in base alle sue esigenze ma rinchiusi in vincoli e parametri che solo i fessi come noi tendono a rispettare o a pagare il prezzo per non esserci riusciti. 

I francesi sono più belli e intelligenti di noi, forse, spendendo il 65% del Pil in spesa pubblica? Pensate che il loro debito sia più sostenibile del nostro? Avessimo al governo dieci Carlo Calenda, forse questa faccenda finirebbe. Ma non potendo sperare nella clonazione, temo che abbasseremo di nuovo il capo di fronte a Bruxelles e alla sue imposizioni. Magari anche su Fiat Chrysler. Presidente Gentiloni, se c’è, batta un colpo, per favore. 

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