FINANZA E POLITICA/ Italia, le “carte” da giocare con Trump

- Carlo Pelanda

Dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti cercheranno un nuovo equilibrio economico. L’Italia, spiega CARLO PELANDA, ha un modo per non subirlo

È credibile che l’America si ribellerà al mondo da essa creato dopo il 1945, cioè al mercato internazionale aperto di cui è ancora centro? Molti se lo stanno chiedendo, prendendo una posizione più cauta di quella inizialmente euforica per la previsione di un prossimo boom dell’America grazie ai mega-stimoli promessi da Trump. Per rispondere bisogna capire che l’America ha un problema reale e irrisolto d’insostenibilità della sua posizione di guardiano e locomotiva economica del pianeta.

Alla fine degli anni ‘50 Washington sentì la priorità di rendere più coesa l’alleanza contro l’Unione sovietica. Scelse il metodo del commercio internazionale asimmetrico: permettere agli alleati di esportare senza limiti in America senza chiedere reciprocità in modo da renderli ricchi e convergenti. Così gli alleati poterono mantenere il protezionismo sociale interno e doganale, fonte di consenso, perché la sua inefficienza economica era compensata dai profitti dell’export. Mentre le auto nipponiche riducevano il lavoro e i salari a Detroit, gli agricoltori del Nebraska non potevano esportare meloni a Tokyo, il cui prezzo restava alto per la gioia dei produttori locali. Tale strategia, poi, diede la forma al successivo mercato globale: tutte le nazioni presero modelli basati sull’export e non sulla crescita interna.

L’equilibrio era raggiunto con una formula finanziaria: i dollari mandati all’estero erano, e sono, reinvestiti dagli esportatori nel sistema finanziario statunitense, debito e Borse in particolare. Da un lato, ciò ha bilanciato tecnicamente il deficit commerciale. Dall’altro, ha deindustrializzato e impoverito l’America. I tentativi statunitensi di ridurre questo impatto si sono scontrati con il rifiuto delle nazioni di fare più crescita interna perché ciò implica liberalizzazioni ostacolate o dal consenso, nei Paesi con forte protezionismo sociale, o da un livello di sviluppo insufficiente.

La maggiore responsabile del mancato riequilibrio è l’Europa che, soffocando la propria crescita, non agisce come co-locomotiva globale, togliendo pesi all’America. Ora Trump tenterà con più durezza il riequilibrio. Ma è improbabile che la sua azione abbia conseguenze deglobalizzanti perché non è nell’interesse dell’America. Cercherà, invece, una relazione bilanciata tra il dare e l’avere economico (e militare) con il mondo.

Probabilmente Trump non ha chiaro il come e potrebbe fare errori destabilizzanti. Per questo le nazioni evolute, tra cui l’Italia, dovrebbero aiutare il riequilibrio invece di pensare che sia solo un problema di populismo.

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