SPY FINANZA/ Da Mps all’euro, le bufale che nessuno combatte

- Mauro Bottarelli

In questi giorni si discute molto di Mps, dell’euro che compie 15 anni e delle bufale nell’era della post-verità. Tre temi in realtà molto collegati, dice MAURO BOTTARELLI

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In questi giorni, da più parti, si festeggiano i 15 anni di introduzione dell’euro. E sempre più voci cominciano a mettere i dubbio la magnifiche sorti e progressive della valuta comune europea, un qualcosa di impensabile fino a poco tempo fa. E sapete perché? Perché la gente ha capito l’inganno. O, quantomeno, l’ha percepito. Non a caso, l’altro giorno il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ha invitato i Paesi dell’Ue a dotarsi di una rete di agenzie pubbliche per combattere la diffusione di notizie-bufale su Internet, spiegando che questa lotta è più efficace se viene svolta dagli Stati, piuttosto che delegarla ai social media come Facebook. 

In un’intervista con nientemeno che il Financial Times, Pitruzzella ha suggerito la creazione di un network di agenzie indipendenti, coordinate da Bruxelles e modellate sul sistema delle agenzie antitrust, che potrebbero rilevare le bufale, imporne la rimozione e, dove necessario, sanzionare chi le ha messe in giro: «La post-verità è uno dei motori del populismo ed è una minaccia che grava sulle nostre democrazie. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se vogliamo lasciare Internet così com’è, un far west, oppure se imporre regole in cui si tiene conto che la comunicazione è cambiata. Io ritengo che dobbiamo fissare queste regole e che spetti farlo al settore pubblico». Vaghissima voglia di censura verso le idee non allineate? Assolutamente no, perché per Pitruzzella «questo monitoraggio della Rete non si tradurrebbe in una censura, perché la gente continuerebbe a usare un Internet libero e aperto», ma beneficerebbe della presenza di un’entità terza – indipendente dal governo – «pronta a intervenire rapidamente se l’interesse pubblico viene minacciato». 

Vi dico soltanto che a un’entità terza per verificare i contenuti pubblicati ci ha pensato anche Facebook e si tratta della Poynter, tra i cui finanziatori emergono la Open Society Foundation di George Soros e il National Endowment for Democracy, la sigla ombrello del Dipartimento di Stato che ha coordinato e organizzato le varie rivoluzioni arancioni in giro per il mondo. Pensate un po’ chi potrebbero scegliere come entità terza il cosiddetto settore pubblico, ovvero l’establishment terrorizzato dal fatto che un decennio abbondante di bugie crolli come un castello di carte in pochi mesi. E poi, scusate, ma il più clamoroso caso di fake news o bufala, per parlare come mangiamo, in ambito economico non è forse stato estremamente governativo e ufficiale? Non fu Matteo Renzi all’inizio del 2016 a dire che Mps era risanata e che era un affarone investirci? Chi l’avesse fatto, avrebbe perso l’80% del capitale. Eppure nessuno ha detto nulla all’ex premier, come la mettiamo Pitruzzella? 

E proprio su Mps, come vedete, è già scoppiato l’ennesimo caos: c’è chi propone un’addizionale che, se pagata, garantirebbe al tartassato di diventare azionista della banca, c’è chi come Renato Brunetta già polemizza e vede il Pd pronto ad usare il “salva-risparmio” calendarizzato al Senato come trappola per il governo Gentiloni per poter andare al voto in primavera e c’è chi, come la Germania, non perde occasione per dirci che i soldi pubblici sono l’ultima ratio utilizzabile, prima occorre tosare per bene gli obbligazionisti e gli azionisti. Ognuno dice la sua, ma nessuno dice la verità. Ad esempio che la Germania non può proprio dirci niente, perché se falliamo noi, lei ci segue. 

Vi parlavo ieri della dura accusa di Donald Trump nei confronti di Berlino, molto politica vista la special relationship tra Obama e la Merkel, ma anche sostanziale: con il suo surplus, la Germania sta ammazzando il resto d’Europa e con l’euro così debole sta cominciando a fare male anche agli Usa. Bene, da quando è entrato in vigore l’euro, l’Italia ha accumulato un deficit verso la Germania di 359 miliardi, praticamente la metà dei 754 miliardi di crediti che la Germania ha garantito ai partner dell’eurozona. Il motivo è semplice: farci comprare e consumare merci e beni tedeschi, una sorta di credito al consumo sovrano. Peccato che tutto questo sia avvenuto in contemporanea con l’imposizione da parte di Berlino, attraverso il braccio armato di Bruxelles, di misure di austerità proprio per purgarci del peccato originale dell’eccessivo deficit, la mitologica soglia del 3%: insomma, Berlino ci invogliava a comprare le sue automobili e i suoi beni, ma ci bacchettava perché lo facevamo, lasciandoci a languire in una sorta di stagflazione mortale insieme al resto dei cosiddetti Piigs, i quali hanno subito la stessa cura da cavallo. 

Ora, la situazione a livello sovrano è simile a quella di Mps: la Germania ha infatti offerto credito ai partner dell’eurozona per garantirsi un surplus commerciale e pensa, ragionando in termini assoluti, che quei 754 miliardi siano iscritti nel suo bilancio di Stato come esigibili immediatamente. E se, invece, diventassero quasi un triliardo di euro di non-performing loans, ovvero di crediti incagliati o inesigibili, cosa succederebbe agli squilibri di Target2, il bancomat della Banche centrali Ue? Che bagno di sangue patirebbe la Bundesbank che tanto ci rompe l’anima per Mps dopo che ha speso 250 miliardi per salvare l’intero sistema bancario tedesco? Ci troveremmo di fronte a una Mps sovrana moltiplicata per 100 volte. 

D’altronde, la ricetta greca con l’Italia non funzionerebbe: verso Atene, infatti, Berlino ha usato la carta della condivisione, il burden-sharing, ovvero imponendo agli altri Stati membri di prestare soldi al governo ellenico per mantenere solvibile il suo debito verso la Germania, il tutto legando quella liquidità a riforme capestro e a tassi di interessi da usura. Ma con il debito monstre italiano, questa ricetta semplicemente non funzionerebbe: crollerebbe tutto. Compresa e, forse, in primis, l’impalcatura distorta e distorsiva che la Germania ha dato all’Ue attraverso il controllo della Commissione e della Bce, almeno fino all’arrivo di Mario Draghi. Ma queste cose non le dicono, perché non sta bene: e, avanti di questo passo, il Pitruzzella di turno le censurerà in nome della lotta contro le bufale. 

E poi, scusate, perché io dovrei pagare con le mie tasse il salvataggio di Mps, quando si sa benissimo chi ha ottenuto credito da Rocca Salimbeni senza restituirlo? Il 70% delle insolvenze è infatti concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro, quindi non famiglie e piccole imprese, ma grandi aziende e persone di un certo livello. In totale, si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento, visto che la percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. 

C’è un problema, al quale sicuramente Pitruzzella porrebbe rimedio mettendo a tacere la vicenda: ovviamente, infatti, un “tasso di mortalità” così elevato sulle posizioni più onerose apre molti interrogativi sulla gestione della banca, dirigenziale ma anche politica, tanto più che la gran parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione di Antonveneta, un affare degno di Totò e della vendita della fontana di Trevi. Guarda caso, prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014: colpa della crisi? Certo, ma anche del fatto che la gestione Mussari e Vigni aveva concesso i crediti e quella di Profumo e Viola ha dovuto prendere atto che erano diventati dei buffi, come dicono a Roma. E chi li ha tirati quei buffi a Mps? 

Qualche nome è emerso. Ad esempio, Sorgenia dell’ingegner De Benedetti con qualcosa come 600 milioni di buco o il gruppo Marcegaglia attraverso il credito ottenuto tramite la controllata Banca agricola mantovana, ma ce ne sono tanti altri, tutti soggetti che hanno goduto di credito enorme – sopra i 500mila euro, non parliamo di prestiti per cambiare l’automobile o pagare il dentista al figlio – e che non lo hanno restituito, sommergendo Mps sotto un mare di sofferenze. Che, ora, dovremmo pagare tutti noi, magari con l’addizionale perché si spera di tramutare Mps in Royal Bank of Scotland in due anni, facendola tornare produttiva sul mercato e in grado di ridare quanto ottenuto e macinare utili. 

Perché non si parla di queste cose nel dibattito pubblico? Perché occorre sempre e solo sentire banalità, falsità e allarmismi da quattro soldi? Cominciate a farvi qualche domanda, prima che sia tardi e i vari Pitruzzella vi impongano anche cosa pensare. 

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