RIPRESA?/ Italia, un 2017 positivo (grazie a Trump)

- int. Francesco Daveri

Le previsioni per l’economia del 2017 sembrano essere positive. E anche FRANCESCO DAVERI è ottimista. Ricordando cosa si potrebbe fare per aumentare ancora di più il Pil

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Il 2017 sembra essere iniziato bene sul fronte economico. A conferma delle previsioni positive dell’Istat contenute nella Nota mensile sull’andamento dell’economia di dicembre è arrivato pochi giorni fa l’aumento dell’indice Pmi manifatturiero italiano. E anche Francesco Daveri, Professore di Scenari economici all’Università Cattolica di Piacenza, si dice «moderatamente ottimista sul 2017. Perché credo che lo scenario internazionale favorirà la crescita del nostro Paese». 

In che modo Professore?

La crescita economica americana sarà più rapida del previsto e sarà accompagnata da un aumento dei tassi di interesse, che rappresenta una buona notizia per l’Eurozona, perché ci sarà un’ulteriore svalutazione dell’euro. Potranno quindi esportare di più i paesi che riescono a essere presenti su quel mercato e l’Italia mi sembra ben posizionata da questo punto di vista. Questa è la ragione principale per pensare che il 2017 potrebbe essere migliore del 2016. Una crescita dell’1% è assolutamente a portata dell’Italia. Forse ci sono anche alcune nubi.

Si riferisce alle elezioni in paesi chiave dell’Europa come Francia e Germania?

Germania e Francia vanno a elezioni, però la Bce è sempre pronta a iniettare liquidità per far fronte a eventi che possono essere considerati destabilizzanti, come una vittoria di Marine Le Pen o un successo delle forze anti-euro tedesche. La nube principale potrebbe essere la vittoria del Front National, perché potremmo avere una dissoluzione disordinata dell’euro. Bisognerebbe, tuttavia, passare dalle parole ai fatti per la Le Pen.

Cosa potrebbe effettivamente accadere?

Un ritiro unilaterale di un Paese dall’Eurozona è molto complicato da farsi, perché porterebbe probabilmente con sé fallimenti bancari. Una dissoluzione ordinata dell’euro o una modifica del suo funzionamento sarebbe meno catastrofico per il singolo Paese rispetto a un’uscita unilaterale, ma ridurrebbe anche i vantaggi che quel Paese si aspetta di ottenere. 

In che senso Professore?

Il beneficio massimo si ha uscendo da soli, svalutando la propria moneta e recuperando competitività. Se invece si dividesse l’euro in due, a quel punto bisognerebbe “condividere” con altri questo vantaggio. Comunque vada, se la Francia decidesse di lasciare l’euro è chiaro che l’euro stesso andrebbe ripensato.

Torniamo un attimo all’Italia. Lei ha descritto un quadro positivo per l’export del nostro Paese. Aumenterà anche la domanda interna?

Per la domanda interna è cruciale la questione delle banche. Al momento non è chiaro se il decreto che è stato predisposto basterà per tutte le situazioni di difficoltà. Ma se anche i 20 miliardi non bastassero, non è impossibile stanziare altre risorse. 

Perché il nodo delle banche è così importante per la domanda interna?

È difficile pensare che l’aumento di domanda, di consumi e l’energia che si vuole mettere sul fronte degli investimenti, per esempio attraverso il piano Industria 4.0, possano avvenire senza credito. E se le banche hanno difficoltà di bilancio, il credito non arriva. Per avere una più solida ripresa sul mercato interno, quindi, il problema numero 1 è quello delle banche.

Ci sono altre questioni rilevanti da questo punto di vista?

Il problema numero 2 è una più rapida crescita del reddito disponibile, che però richiederebbe una riduzione di imposte più corposa di quella che è stata finora messa in cantiere. Per il 2017 si è scelto di diminuire l’imposta sul reddito d’impresa per favorire gli investimenti. Vedremo se sarà stata una decisione oculata. Sull’aumento del reddito disponibile delle famiglie non sono stati fatti tutti i progressi che si potevano fare, riducendo le aliquote Irpef. Si sono scelte invece misure mirate ad alcune categorie (pensionati, neo-diciottenni, ecc.) e non agli italiani nel loro complesso.

 

Questo perché non c’erano abbastanza risorse.

Le esigenze di bilancio potevano essere rese meno drammatiche se si fosse ridotta la spesa pubblica in modo più marcato rispetto a quanto è stato fatto o se si fosse scelto di non tagliare l’Ires e si fossero messe le risorse sul fronte dell’Irpef.

 

Dunque per mettere in cantiere una riduzione delle aliquote Irpef per l’anno prossimo bisognerà comunque trovare risorse mediante la riduzione della spesa?

Di fatto l’agenda per il 2018 è questa. Bisogna vedere se sarà l’attuale governo o un altro a disegnare la prossima Legge di bilancio. In ogni caso si possono ridurre le tasse solo se si riducono le spese. Se si decide che le spese non si possono tagliare perché la società italiana è contraria o ci sono forti resistenze lobbistiche, allora mettiamoci il cuore in pace: non ridurremo le tasse a tutti e solo alcuni avranno un aumento del reddito disponibile.

 

(Lorenzo Torrisi)

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