FIDUCIA UE/ La nuova bufala dell’eurocrazia

- Raffaele Iannuzzi

La Commissione europea ha fornito i dati sull’indice di fiducia economica in rialzo nell’Eurozona. Numeri che, spiega RAFFAELE IANNUZZI, destano più di un sospetto

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Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Con buona pace degli operatori anti-bufale in servizio effettivo permanente – che impartiscono “istruzioni per l’uso” delle non meglio definite “verità”, naturalmente da loro stesse generosamente suggerite – prendo le mosse da una geniale bufala. Una citazione molto famosa negli Usa e nel Regno Unito, forse meno da noi: “Ci sono tre generi di bugie: le bugie, le dannate bugie e le statistiche”. Formidabile illuminazione attribuita al leggendario Primo Ministro Britannico Benjamin Disraeli, resa celebre da un altro grandissimo, lo scrittore americano Mark Twain, in sostanza né del primo, né del secondo. Proprio una bella bufala, ma per dirla all’americana: so what? E allora? Aiuta o no a capire di cosa parleremo di qui a un istante? Certo che sì, dunque avanti tutta. La storia, sempre con buona pace dei militanti anti-bufale accigliati, è fatta di bufale e questo non autorizza nessuno a chiamare questo fenomeno “post-truth”. Chiusa parentesi, torniamo all’oggetto.

Allora, ci sono le bugie, e lo sappiamo. Le dannate bugie, e anche di ciò siamo edotti a dovere. Ma quel che proprio ci afferra e non ci lascia più, fino a farci soffocare, è l’ultima grande categoria di bugie, un vero e proprio genere letterario postmoderno: le statistiche. L’ultima, in parallelo con quella di fine anno dell’Istat, sulla quale conviene sorvolare per carità di patria, si dedica all’indice di fiducia economica nei Paesi dell’Eurozona. Lo so, meglio sarebbe farsi leggere la storia di Babbo Natale in tre volumi dal direttore d’orchestra che ha brutalmente detto la verità su Santa Claus ai bambini, però questo passa il convento foraggiato dall’eurocrazja. Fa parte di quel momento di tecnocrazia sbandata e inetta, di cui ha recentemente scritto Maurizio Blondet. Tant’è, il punto è comunque chiaro: detto indice di fiducia economica nei Paesi dell’Eurozona si è attestato a 107,8 punti, in rialzo rispetto ai 106,6 di novembre e al di sopra rispetto al previsto 106,8.

Anche qui, evitando i rumori gutturali di origine facilmente identificabile, potrebbe uscir fuori un bel: e allora? Chi lo dice, tra l’altro? Nientemeno che la Direzione generale per gli Affari economico-finanziari della Commissione europea. Tradotto: i manipolatori dei dati economici e immaginifici a uso e consumo di quella tecnocrazia inetta e imbelle di cui sopra. Com’è noto – almeno a noi -, io mi fido quando mi trovo di fronte un testimone attendibile, degno appunto di fiducia. Una vecchia pubblicità recitava: la fiducia è una cosa seria. Aggiungere “la più seria” non è altro che il logico corollario di quanto testé affermato.

Il testimone attendibile: ma chi? La Commissione europea? Ma dico, scherziamo? A parte il fatto che le statistiche assurgono appunto al genere più elevato di bugia, proprio perché fondate sull’uso di “bias”, ovvero di pre-giudizi pre-scelti per sezionare la realtà a seconda di segmenti pre-scelti e buoni all’uso preliminarmente scelto da chi dà le carte al tavolo del boss, quindi ci troviamo di fronte al meno oggettivo degli strumenti in circolazione da decenni. E, tra l’altro, da più di due secoli a questa parte, è noto in epistemologia applicata, dopo l’esperimento della doppia fenditura di Thomas Young (1803), il ruolo dell’osservatore come fattore cruciale per la percezione e il cambiamento della realtà osservata. Il che significa che il focus su un segmento di realtà crea quella stessa realtà. Questi sono i termini epistemologici e analitici da usare per valutare le statistiche.

Ricapitolando: se chi osserva è il soggetto che ha prodotto la crisi, si può star certi che osserverà secondo motivi convenienti al suo scopo. D’altra parte, dietro ogni azione c’è sempre un’intenzione e qui l’intenzione è molto chiara. La fiducia è una cosa seria e si consolida attraverso azioni ripetute in modo da creare una sequenza storica di attestati e affidabilità. L’Ue è nota soprattutto per ciò che non riesce a fare, ossia il pregiudizio negativo incombe e domina. Di qui la continua manipolazione dei dati a favore del mainstream secondo il quale o ci si affida all’Ue o si va in vacca. In realtà, il dado è tratto e le truppe di Napoleone – alias Ue – non possono fare il miracolo, Waterloo è vicina.

Siamo passati dalla visione di una comunità di destino, tipica dei fin troppo citati “padri fondatori” dell’Ue, alla tecnocrazia imbarazzante e posticcia che attualmente emerge per incompetenza e mancanza proprio di questa percezione della realtà come nucleo vivo e condiviso dalle persone in carne e ossa.

Ogni gap lessicale e concettuale, come spiegava genialmente Orwell tematizzando il nesso tra la lingua inglese e la politica, è profezia del disastro prossimo venturo. Una profezia che si autoavvera. Il top del grottesco è mettere insieme due variabili così diverse come la fiducia delle imprese e la fiducia del settore servizi, in un frame, una cornice che sembra omologare tutto e tutti. Si tratta di un ammasso di variabili che possono comunicare tutto ciò che l’osservatore-tecnocrate desidera porre in essere. Ma il demiurgo è una finzione platonico-gnostica e non appartiene alla storia e alla politica. Sui consumatori, ovvero sui cittadini, meglio non dire: si valutano oscillazioni al ribasso, ma ribassi meno appariscenti, come lineari. Insomma, è la caricatura della realtà consumata al netto delle funzioni algoritmiche di turno.

La partita si gioca sul bersaglio grosso, dunque sul sistema-Ue. A questo livello, non c’è frammento, statistica e -/+ che tenga: è cronaca di una morte annunciata. L’unico tassello da verificare è la modalità dell’implosione. Perché, trattandosi di un sistema elefantiaco e capillarmente esteso, la questione sarà più complessa del crollo del regime sovietico. D’altra parte, l’Ue è oggettivamente una porcheria peggiore dell’Urss. Non è certamente un caso che l’ultimo zar post-Urss sia in rotta con l’Ue e la sua pazienza nei confronti di quest’ultima dovrebbe essere letta attentamente da chi guida la baracca di Bruxelles. Ma, vedi sopra, qui non abbiamo zar e vecchi combattenti di regime, ma tecnocrati pagati per impedire che qualunque spiraglio di sogno lambisca anche solo per un istante le grigie nebbie che da quelle parti sono la metafora del presente, tra soldi ad Hamas, cordate franco-tedesche per vendere le armi alla Grecia, dopo prestiti-capestro, sanzioni alla Russia, bugie, dannate bugie e statistiche.

I numeri mostrano la debolezza di chi li dà, assiso sul ponte di comando del Titanic, a un passo dal tonfo finale.

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