FINANZA E POLITICA/ La cura per non “morire” di euro

- Giuseppe Pennisi

L’euro ha compiuto 15 anni e i problemi, già segnalati da qualcuno al momento della sua nascita, stanno diventando sempre più evidenti. Il commento di GIUSEPPE PENNISI

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Lapresse

L’adolescenza viene chiamata dei francesi l’età ingrata. Per l’euro, simbolo dell’unione monetaria europea (oltre che unità di misura e strumento di pagamento, di riserva negli Stati che a essa aderiscono), l’adolescenza (in cui al compimento dei quindici anni è appena entrato) si presenta difficile. Quando era ancora un progetto nel grembo degli Dei, lo avevano previsti in molti. Ad esempio, Martin Feldstein, alla guida del comitato di consiglieri economici di due Presidenti degli Stati, aveva preconizzato, in un acuto saggio, che avrebbe messo a rischio il processo d’integrazione europea, e Alberto Alesina, in un lavoro con Enrico Spolaore e Romain Wacziarg, ha anticipato conflitti anche armati sia all’interno dell’area dell’euro, sia tra quest’ultima e i suoi vicini.

È noto che per sei anni sono stato alternativamente accusato di essere al servizio della Cia o del Kgb perché in una rubrichetta quotidiana sul Foglio avevo scritto che prima di entrare nell’unione monetaria l’Italia avrebbe dovuto rimettere la propria casa in ordine sotto il profilo dei conti e del debito pubblico, nonché soprattutto della produttività.

Come aveva anticipato il compianto John Smyth (Università di Chicago, Banca Mondiale, Nazioni Unite), le insidie non sarebbero venute da fuori, ma soprattutto da dentro. Smyth è deceduto quando la crisi finanziaria stava iniziando (e l’Europa dell’euro aveva chiaramente meno munizioni di altri per combatterla). Nel gennaio 2009, a Roma preconizzò, tra il serio e il faceto, movimenti che avrebbero preso d’assalto con forconi il Quirinale, il ministero dell’Economia e delle Finanze per averci portato nella moneta unica, prima di esserne pronti, e acquisendo con un balzo la produttività e le finanze pubbliche della Repubblica federale tedesca, illudendoci che saremmo diventati tutti più prosperi.

Oggi l’adolescenza dell’euro avviene in quadro molto differente. In una delle sue ultime interviste, pochi mesi prima di morire, l’ex Cancelliere Tedesco, Helmut Schmidt, un europeista senza se e senza ma, suggerì che “si stava meglio quando vigevano gli accordi europei sui cambi”, colloquialmente chiamati “Sistema monetario europeo” o Sme. Ritornare allo Sme è diventata una delle proposte del leader del Front National, Marine Le Pen. È molto probabile che concordino con questa proposta coloro che (dalla Lega al M5S) hanno chiesto un referendum sull’appartenenza dell’Italia all’unione monetaria. Su linee analoghe sono movimenti “populisti” di destra o di sinistra in vari Stati dell’area dell’euro. Altri propongono un’unione monetaria in cui la Germania si assuma la responsabilità di sostenere lo sviluppo dei Paesi a produttività più bassa e debito pubblico più alto. Altri ancora parlano di un “euro aureo” (per i Paesi più forti), collegato con i Paesi in difficoltà da un accordo di cambio analogo a quello che dal 2015 lega la sola Danimarca all’area dell’euro.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi una ventina di unioni monetarie si sono sciolte a ragione delle differenze di politica economica, di produttività, di finanza pubblica dei partner. Ho già ricordato su questa e altre testate che l’Italia è entrata nell’euro con tasso di cambio apprezzato (rispetto alle altre valute dell’accordo europeo sui cambi, colloquialmente chiamato Sme) a ragione di un’improvvida decisione presa nel novembre 1989 dall’allora ministro del Tesoro e dall’allora Governatore della Banca d’Italia; questo svantaggio iniziale si è acuito nell’ultimo quarto di secolo, mentre in aggiunta Governi e società civile poco hanno fatto per aumentare produttività e consolidare la propria finanza pubblica.

Secondo le analisi della stessa Commissione europea, il risultato è stato un deprezzamento “interno” di circa il 30%, che ha pesato e pesa specialmente sui ceti a reddito basso e fisso. Deprezzamenti “interni” analoghi hanno subito Spagna, Portogallo e altri Paesi soprattutto dell’Europa meridionale.

Le misure monetarie, innanzitutto il Quantitative easing, hanno avuto esiti scarsi nel ravvivare la crescita, come documenta un recentissimo studio – QE: the story so far. CEPR Discussion Paper No DP11961 – della Bank of England. Le autorità monetarie europee hanno pochi altri strumenti a loro disposizione. Il divario tra gli Stati dell’eurozona non cessa di crescere.

Non mancano le proposte per tentare di curare l’adolescente. In vario modo, molte riguardano il ritorno a cambi flessibili tre le due-tre grandi aree monetarie che in questi quindici anni si sono formate all’interno dell’eurozona. Meritano una riflessione seria. Prima che sia troppo tardi. 

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